Libreria Racconti

Il pastore deriso. Favola sulla cattiveria

Un paese chiuso intorno al patrono che dispensa lavoro e favori. Arroganza e meschinità si scontrano con l’ingenuità di un ragazzo. Un racconto sulla miseria umana. Vista da una classe di scuola media

     

Particolare da una chiesa di Adrano

– C’è puzza di pecora, puzza di pecora!

La professoressa Uccelletti Galantuomo non capiva. Sgherri indicò uno dei ragazzini, magro, all’ultimo banco.

E tutti si misero a ridere.

– Fa puzza, non voglio più sedermi con lui! Puzza di pecore. Perché prima di venire a scuola va a pascolare le pecore!

Tutti ridevano, d’un riso isterico.

– È lui, puzza! Ratti puzza di pecora!

La Uccelletti disse – Basta! Basta con queste sciocchezze! Torna a sederti! E voi finitela di ridere! Adesso interroghiamo!

Sgherri se ne tornò a sedere con la coda fra le gambe, ma non aveva raggiunto il suo posto che dal banco davanti si alzò Ginammi e disse: – È vero, fa’ puzza, mi voglio spostare anch’io.

La Uccelletti si alzò conciliante dalla cattedra e si mise ad esaminare di persona. Dopo varie annusate, sentenziò: – Nessuna puzza. Deve essere un’impressione vostra.

Ma Ginammi insisteva e insisteva. Fosse stato un altro la Uccelletti gli avrebbe piazzato un ceffone sulla faccia e avrebbe ripreso a parlare di Manzoni con la massima tranquillità.

Ma Ginammi era il figlio unico del cavalier Ginammi, il pezzo più grosso dei pezzi grossi di Castrofelice, e tutti i castrofelicesi gli dovevano in qualche modo qualcosa. La Uccelletti si ritenne onoratissima quando la moglie di Ginammi la invitò a prendere il tè a casa sua. Fu il 13 aprile di due anni fa (la Uccelletti si era segnata la data e in cuor suo annualmente festeggiava l’anniversario). Da allora ogni pomeriggio alle 5 la professoressa Uccelletti prendeva il tè con la signora Ginammi e le altre signore in vista del paese.

Al pensiero del tè e del privilegio che quel figlio di pecoraj le stava mettendo a repentaglio, si mise ad annusare con più foga e dedusse che – ecco, sì – qualcosa si sentiva. Chiese ad Astolfo Ratti se quel mattino si fosse lavato a dovere. Tra le risa generali, Astolfo riuscì appena a sibilare un – sì.

Alla Uccelletti apparve una risposta poco convincente. Autorizzò Ginammi a spostare il suo banco, che divideva con Giovanni Rodrigo. A Sgherri fu concesso l’onore di abbandonare il suo banco, lasciare Astolfo da solo, farsi prendere dal bidello un mezzo banco, posizionarlo tra la lavagna e il primo banco e sedersi, soddisfatto come un papa e ghignando all’indietro. Il volto di Astolfo rimase rosso per tutte le quattro ore che lo separavano dal termine delle lezioni.

Appena a casa Astolfo raccontò l’accaduto, e per il padre ogni parola era una coltellata al cuore. Non disse nulla. Il giorno dopo accompagnò il figlio a scuola e andò a parlare col preside.

Il preside Pallone credeva di vivere al tempo dei Borboni, portava un bel paio di baffoni e ogni mattina stava più di venti minuti a curarseli. Fin da bambino sognava di fare il generale dei Carabinieri, e fu per colpa del destino avverso che si ritrovò preside alla Cavour di Castrofelice.

– Signor preside, io sono pecorajo. Onesto. Onesto e pecorajo – esordì il signor Ratti.

– Ho due figli, Mattia e Astolfo. Siccome non voglio che nessuno finisca come me, a fare il pecorajo, li ho mandati a scuola a tutti e due. Mattia a scuola non ci va più, perché voi non l’avete fatto andare.

(Il preside provò a protestare)

– No, non dico voi per dire qualcuno in particolare, dico voi per dire tutti. Perché un poco di colpa tutti ce l’hanno, e pure io mi metto in mezzo. Mattia tutti i giorni mi tornava a casa piangendo, perché i compagni lo scherzavano che aveva il papà che pascolava le pecore. E io mi chiedo, signor preside, ma questo paese fino a ieri che cosa era? e non erano tutti pecorari? E che ci posso fare io se sono rimasto l’ultimo? Chi ha trovato il posto di bidello, chi d’impiegato al Comune. Qualcuno è andato via a Nuova York e qualcuno ha fatto fortuna e non si sa come. E io, onesto pecorajo, di che mi devo vergognare?

– Di niente, di niente – farfugliava il preside Pallone.

– Mattia, le dicevo, tutti i giorni mi tornava a casa con le lacrime agli occhi. Puzzi, puzzi di pecora, gli dicevano. Io sono venuto qui, ho parlato col preside che c’era prima e con la professoressa e tutti mi hanno detto: non si preoccupi, sono ragazzi che giocano. E pure io gli ho detto: figlio mio, ragazzate sono. Tu dimostragli il tuo valore. Ma lui mi ha detto: no, papà, non ci voglio andare più a scuola, portami con te sulle colline. E siccome non è che aveva tanta voglia di studiare, e siccome mi piangeva il cuore a vederlo tutti i santi giorni a piangere, e siccome mia moglie aveva la stessa opinione: questo ho fatto, me lo sono portato in campagna. Sono arrivati a casa mia, prima i carabinieri e poi l’assistente sociale. A tutti ci ho spiegato la situazione e ho fatto la domanda: e se fosse il figliolo vostro?

L’assistente sociale è venuta dal preside, quello che c’era prima, e ha parlato con lui. Il preside è sceso in aula, ha parlato davanti ai ragazzi e davanti a Mattia. Ha detto che il lavoro nobilita l’uomo, che il mestiere del pastore è il più antico e il più nobile, che nell’antica Grecia il pastore era rispettato ed era poeta, ha parlato del paradiso abitato tutto di pastori – l’Arcadia, mi ha riferito Mattia – e infine ha recitato una poesia che parlava del pastore che con lo zufolo suona mentre le pecore pascolano tranquille.

Io ci volesse dire due cose al preside che c’era prima: uno, che quando uno pascola le pecore si combina tutto di fango e qualche volta di merda, e dalla bocca gli escono le bestemmie e non le poesie. E se si mette a zufolare, le pecore se ne scappano e le perde, e invece le deve inseguire col bastone e magari le deve pure picchiare, altro che il paradiso!

Ma questo il signor preside non lo poteva sapere, e va bene! E però un’altra cosa la doveva, la DOVEVA sapere, perché davanti agli occhi ce l’aveva: mentre lui parlava i ragazzi ridevano o si trattenevano dalle risate, e avevano il naso tappato, per non sentire la puzza, la puzza dello scherzo, signor preside!

Mattia è arrivato a casa, si è fatto l’ultimo pianto e mi ha detto: domani andiamo sulle colline. Mia moglie sorrideva ed era contenta, che finalmente finiva il suo strazio di madre. È venuto il maresciallo, una sola volta: gli ho ripetuto la storia. Mi ha detto: come carabiniere le devo dare torto ma come padre ha tutta la mia comprensione. E non si è fatto più vedere. L’assistente sociale, poi, non si è vista da quell’unica volta che era venuta…

– Lei ha perfettamente ragione – disse il preside che si era scocciato di sentire quel pecorajo coi suoi guai e poi c’aveva pure appuntamento col provveditore ed era in ritardo.

– Una ultima cosa, una parola soltanto signor preside. Mattia non ne aveva voglia di studiare, ma Astolfo sì, signor preside. Se mi togliete pure lui dalla scuola, siete colpevoli tutti quanti!

– Faremo il possibile. Ed ora mi scusi ma devo andare – concluse il preside Pallone, e mentre si incamminava rifletteva compiaciuto sul valore della cultura popolare e sulla figura arcadica del pastore.

Astolfo cercava di abituarsi ai dileggi dei compagni, e cercava di non fare vedere il dolore che gli straziava il cuore ai genitori, e poi si ricordava la storia di Mattia e il dolore era troppo. Quel giorno si lavò, sotto la doccia per due ore intere, e si strofinava fino quasi a farsi sanguinare. Si mise addosso mezza boccetta di acqua di colonia e andò a dormire, timoroso del solito incubo. Sognò invece di trovarsi sulle colline, e aveva imparato a volare, e planava sulla pianura e accanto aveva le farfalle e una gazza grande, bianca e nera.

Appena sveglio si sentì colpito dall’angoscia, perché non era vero che aveva imparato a volare e perché Ginammi lo aspettava col suo ghigno. La mattina andava a scuola a piedi. Faceva un pezzo di strada con Mattia che saliva sul colle per le pecore. Uscendo, Astolfo chiese al fratello di andare dopo di lui, per il timore che li vedessero insieme, gli altri compagni che anche loro si recavano a scuola. Mattia disse – ho capito. Va bene. No, non sono arrabbiato – abbassò la testa e s’incamminò dicendo senza voltarsi: – Vado prima io, tra due minuti mettiti in strada che io sarò arrivato.

Fece due passi e poi iniziò a correre.

Astolfo sedette al suo banco, rassegnato che lì accanto non si sarebbe seduto nessuno fino alla fine della scuola.

Entrò Verdura. Il professore di Matematica.

– Buon giorno, professore Insalata – fece Ginammi.

– Siediti, maleducato – rispose Verdura, ch’era tutto un fremito e volentieri lo avrebbe scotennato e poi incenerito.

Il prof. Verdura era alto e magro, portava un maglione nero (che quando faceva caldo cambiava in una maglietta, nera pure questa) ed era calvo. Era un uomo burbero e talvolta violento, e Ginammi sapeva come tirar fuori i suoi istinti peggiori, istinti di assassino e di torturatore.

– Non si chiama Insalata? Allora buon giorno signor Erbacce

La classe rideva e Verdura fremeva di rabbia ragazzicida. E la classe rideva, servile, ché Ginammi era tutt’altro che spiritoso. Ma la classe era servile.

I genitori di ciascuno dei ragazzi avevano ordinato ai figli di fare polpette di qualunque essere vivente che mancasse di rispetto a loro o alle loro famiglie, con l’eccezione di Ginammi che era figlio del Cavalier Ginammi, cui tutto il paese doveva qualcosa. E quindi i ragazzi sopportavano qualunque offesa da Ginammi; e ridevano alle sue battute.

C’erano delle eccezioni. Il padre di Astolfo una volta aveva rifiutato il posto di ragioniere che il cavalier Ginammi gli aveva offerto in cambio di un voto per le regionali. Il signor Ratti aveva rifiutato – non per scortesia, manco a pensarlo – portando la ragionevole motivazione per cui lui che non era arrivato alla quarta elementare con una certa fatica poteva fare il ragioniere, sebbene all’IRGONEZ, un ente regionale che si occupava di monitorare il livello della neve in zone che solitamente avevano come problema principale la siccità e non le slavine.

Ginammi se la prese a male. Ma di voti per il cognato ne aveva raccattati 1.569 solo a Castrofelice e risultò il primo degli eletti. Anche il prof. Verdura, che veniva da fuori, non aveva motivi per ringraziare il cavaliere, anzi nemmeno lo conosceva. Il primo giorno che entrò in classe vide un ragazzino grassottello con la faccia arrogante che gli disse:

– Buon giorno, come si chiama?

Verdura, un po’ sorpreso, rispose.

– Come ha detto, Insalata? – e tutti a ridere.

Verdura non disse una parola, si avvicinò a Ginammi e gli stampò cinque dita sulla faccia.

Poco prima di rientrare in casa, Ginammi si diede uno schiaffone sul volto ed entrò piagnucolando – Papà, papà, guarda che mi ha fatto il professore nuovo!

Il padre voleva denunciare e fare trasferire questo Verdura, farlo impiccare se possibile, perché un affronto così non glielo aveva fatto nessuno!

Il piccolo Ginammi capì che con un Verdura ricattabile c’era da divertirsi tutto l’anno e disse al padre che non c’era bisogno della denuncia, che poi chissà per sostituirlo quanto ci mettevano e loro erano già indietro col programma di matematica…

Ginammi cavaliere maledisse la burocrazia italiana e la lentezza che in questo paese c’era nel risolvere i problemi più banali. Si limitò a pretendere le scuse di Verdura, davanti a tutta la classe. Dopo un pajo d’ore d’opera di convincimento, il preside riuscì ad evitare che le scuse si svolgessero in ginocchio come Ginammi voleva – e del resto gli sembrava la cosa più naturale del mondo che quel Verduraccio s’inginocchiasse davanti al figlio che gli aveva oltraggiato.

Il preside però fu bravo, e quasi commovente: d’altronde la storia di Verdura era davvero triste. Il preside Pallone ricordò che la moglie del Verdura, Amalia, era gravemente ammalata, e il Verdura aveva quasi smarrito la ragione, e non voleva rassegnarsi all’inevitabile. Persona solitamente placida e sensibile (poeta, anche! oltre che matematico…), Verdura, in quel periodo, che corrispondeva all’aggravarsi della malattia, era intrattabile. Comprensibilmente, del resto…

– Sì, sì, va bene… capisco… – disse il Cavaliere – e porga i miei auguri alla signora di una pronta guarigione…

Finita la cerimonia, Ginammi padre e figlio si dissero soddisfatti, ma il cavaliere non mancò d’aggiungere che al minimo gesto oltraggioso del Verdura senz’altro si sarebbe recato in caserma a sporgere denuncia. Il piccolo Ginammi aveva un sorriso beffardo, e guardava dal banco con aria di trionfo, nella classe ammutolita. Verdura, cornuto e bastonato, congedò con cortesia deferente il cavaliere. Gettò uno sguardo al piccolo e, con le mani che gli prudevano, sedette in cattedra e iniziò a parlare di polinomi.

Da allora ogni lezione in Terza D era un tormento autentico, con Ginammi che si scialava a torturarlo, sicuro dell’impunità. Quel giorno, dopo l’ennesimo trattamento, Verdura andò dal preside. Disse a Pallone che

1) quel ragazzino andava scotennato

2) più tardi tale opera veniva compiuta peggio era per tutti ed anche per lui (il piccolo Ginammi)

3) qualcuno, prima o poi, avrebbe compiuto tale atto di giustizia.

Il preside Pallone gli parlò col cuore in mano.

– Io sono un uomo all’antica, di quelli che pensano che l’ordine è valore sacro e che la disciplina vale per questi ragazzi molto più delle stesse nozioni che vengono loro impartite. Il primo giorno che entrai in quell’aula vidi scritto alla lavagna:

“il preside è un Pallone gonfiato”. Chiesi: chi è stato? Ginammi alzò il braccio e gridò: – Io!

Fosse stato un altro, e glielo giuro, lo avrei davvero scotennato, come dice lei. Solo che lei viene da fuori, e certe cose non le sa. Quel porco è figlio di un porco più grosso ancora, il Cavalier Ginammi, e tutti i castrofelicesi gli devono qualcosa. Io stesso… intendiamoci, le parlo fidandomi della sua riservatezza…

(Verdura fece un gesto come a dire: non dubiti)

– Ecco, anche io… grazie ad un funzionario del Ministero, intimo amico di Ginammi, riuscii ad ottenere questo posto… a diventare preside alla Cavour… insomma…

Verdura ci rimase male, ché davvero il preside Pallone gli si sgonfiava davanti. Lo giudicava un tipo borioso e burbero (ma riteneva che un preside dovesse essere così per forza: e sotto sotto pensava che il preside era una figura del tutto inutile, che quando si abolirà il mestiere di preside nessuno se ne accorgerà tantomeno lo rimpiangerà). E però pensava fosse onesto e inflessibile. E poi pensava che una persona boriosa fosse sopportabile solo in quanto onesta. Un preside burbero e vigliacco e disonesto era la schifezza della schifezza!

Davvero Verdura atteggiò – inconsapevolmente – il volto ad esprimere tutto lo schifo che provava, Pallone se ne accorse e ne fu imbarazzato. Si giurò che mai avrebbe più parlato di quella storia.

«La Verdurina è morta. Auguri al Verdurone». Il professor Verdura non credeva ai suoi occhi.

– Davvero ho perso la ragione – pensò – adesso ho le visioni.

Si pulì gli occhi col dorso della mano e guardò meglio. No che non era un’allucinazione.

La classe, che fin lì si era trattenuta, scoppiò in una risata isterica.

Ginammi rideva sguajatamente, con la bocca aperta.

Verdura gli si avvicinò lentamente, e più era vicino più il ragazzo rideva forte. Gli diede un primo schiaffo e lo fece girare da un lato, poi col dorso della mano colpì l’altra guancia. Uscì pensando alla lettera delle dimissioni

– Cosa si scrive all’inizio? Egregio signor Pallone? Ci penserò dopo, all’uscita da questo stato di confusione…

Il cavalier Ginammi non credeva ai propri orecchi. Subito telefonò ai Carabinieri, e sporse denuncia per tentato omicidio. Il preside, che come gli altri notabili del paese ogni sera si recava a casa Ginammi per discorrere e giocare alle carte, gli fece notare che il figlio stavolta l’aveva fatta grossa, andando a toccare gli affetti più cari del Verdura e sbeffeggiando una moribonda.

– E poi come avrà saputo suo figlio della… della moglie del Verdura, intendo…

– Oh… Bah… – fece il cavaliere – gliene avrò parlato io. Ed io stesso l’ho saputo da lei, caro preside. E poi cosa importa? Ora, le cose che contano sono due: la prima, è che il Verdura la paghi cara. E la seconda, ce la discutiamo noi, caro avvocato Coriolano… Ed ora, amici, bando alla tristezza! Che ne dite di una briscola?

La proposta fu approvata con cenni di vivo compiacimento.

***

– Astolfo, sulla lavagna non c’era scritto niente

– Papà, non capisco

– Ecco, ci sarà il processo al professor Verdura e…

– Questo lo so

– …e tu sarai chiamato a testimoniare, come i tuoi compagni, e tutti diranno che sulla lavagna non c’era scritto niente. E che Verdura ha preso a schiaffi Ginammi in preda all’ira, come già era accaduto in passato.

– Ah – fece Astolfo – Ah! E perché?

– E perché – disse il signor Ratti – Perché in questo paese ci sono due categorie di persone: quelli che devono dire grazie a Ginammi, e per questi non c’è bisogno di molte parole… E quelli che hanno bisogno di soldi… e per questi… ecco: oggi l’avvocato Coriolano (cioè: uno dei suoi praticanti) si è arrampicato fino alla masseria sulla collina, e mi ha offerto 500mila lire, mezzo milione.

Ah – fece Astolfo, che non riusciva a dire altro e aveva pochi anni. E il male del mondo ancora lo conosceva per brevi cenni. Poi si fece coraggio e disse al padre – E per mezzo milione io mi dimentico di tutto quello che mi… che ci hanno fatto?

– Astolfo – disse il padre, col tono di chi sta chiudendo la discussione – a noi quei soldi servono e tu non puoi essere l’unico a dire bianco quando tutti diranno nero.

Il giorno del processo pareva una festa, nella stanza grande del Tribunale del capoluogo. Sembrava una riunione di amici che non si vedevano da tempo, ed in effetti lo era. Erano tutti un sorriso, specie l’avvocato Coriolano e il cavaliere: i padri dei ragazzi, tenuti per mano, sfilavano davanti ai due e porgevano inchini deferenti. Astolfo e Verdura solo rovinavano la festa. E pure l’avvocato di Verdura era andato a salutare Coriolano

– Vecchio collega!

– Amico, vorrai dire, amico: macché collega!

Il giudice entrò dalla stanza laterale ed anziché guadagnare lo scranno della presidenza fece una deviazione ed andò a salutare Ginammi, con un sorriso da un’orecchio all’altro:

– Cavaliere, che piacere rivederti!

– Il piacere, e te lo assicuro, è solo mio!

Astolfo non credeva ai suoi occhi, ché gli avevano ripetuto fino alla nausea che la giustizia è come un’entità celeste, eterea, non umana. Gli venne da pensare che forse si usava così, e che adesso il giudice sarebbe andato a salutare anche Verdura e i testimoni.

E invece il giudice riacquistò rapidamente un contegno serioso, rialzò il mento che avanzava con superbia dividendo l’aria e s’incamminò con fiero cipiglio in direzione dello scranno presidenziale. I testimoni (il bidello, il preside, alcuni vicini di casa, tre alunni), tutti chiamati dall’avvocato dell’accusa, concordavano nel descrivere Verdura come un tipo irascibile e violento, che amava dipingersi come poeta dilettante e uomo sensibile al solo fine di occultare le proprie pulsioni distruttive. Coriolano disse che le unanimi testimonianze non lasciavano spazio al dubbio. Restava solo da esaminare la risibile giustificazione prodotta dalla difesa, secondo cui la motivazione dell’ultima («L’ultima, si badi, di una lunga serie!») aggressione del Verdura andava rintracciata in una terribile offesa tracciata col gesso, sulla lavagna.

– Chiedo quindi la testimonianza di tutti, e sottolineo tutti, gli alunni presenti quel giorno in aula – concluse Coriolano con aria di trionfo.

Tutti dissero che sulla lavagna non c’era scritto proprio nulla e che Verdura aveva agito in preda a un raptus improvviso e inspiegabile. Venne il turno di Astolfo, ultimo dei testimoni. Dopo di lui la sentenza.

– Ecco… Non è proprio così… Io, ecco…

Il signor Ratti maledisse mentalmente gli attimi in cui aveva concepito quel figlio sciagurato. Verdura era pallido da far paura.

– Sulla lavagna, signor giudice, c’era scritto che la moglie del professore era morta. C’era scritto “la verdurina è morta” – disse Astolfo con voce chiara; e quando vide Verdura che piangeva in silenzio trattenne a stento i singhiozzi; e fu contento di aver parlato.

Dalla sala si levò un “Oooh” come nei telefilm di Perry Mason.

Coriolano disse – prendo atto di questa testimonianza, unica a contraddire l’unanimismo fin qui emerso. Il giudice si vide costretto a un supplemento di indagini – Non posso fare altro – disse; e guardava Coriolano e Ginammi.

– Capisco – disse l’avvocato, maledicendo quel figlio di pecoraj.

Il giudice incaricò un pajo di psicologi di fare una relazione sull’attendibilità come teste del signor Astolfo Ratti di anni 13. Gli esperti scrissero in tre cartelle e usando le formule più eleganti che il ragazzo era sostanzialmente uno scimunito. A sostegno di questa tesi produssero numerose testimonianze, compresa quella del padre che si impappinò e non capiva più niente e alla fine diceva quello che gli facevano dire.

Si convocò una nuova udienza. Il giudice disse che la testimonianza del Ratti andava considerata inattendibile e frutto di una personalità debole e ancora lontana dalla maturità, facilmente suggestionabile e condizionata dall’odio che il ragazzo – per futili motivi tipici dell’età infantile – provava per il suo compagnetto Ginammi. D’altronde, concluse il giudice, questa ipotesi è ben più plausibile di quella opposta, secondo cui 27 ragazzi non riuscirono a vedere una scritta larga quanto una lavagna. L’avvocato Coriolano annuì con vistosi cenni del capo e si alzò per pronunciare l’arringa finale.

Chiese 20 anni, la radiazione dai pubblici uffici, la pubblicazione della foto del Verdura sul quotidiano locale, con una didascalia che ne indicasse a chiare lettere la pericolosità sociale, e infine la fustigazione sulla pubblica via (provò vivo sconcerto quando fu informato che tale pena non era prevista dall’ordinamento vigente).

Il giudice era davvero seccato di non poter accontentare l’amico Ginammi, ma Verdura non aveva precedenti e più di un anno non gli poteva dare. Coriolano si disse moderatamente soddisfatto. Il giudice prima di andar via andò a stringergli al mano:

– A presto rivederci, e porga i miei saluti all’amico Ginammi…

– Non mancherò. Il cavaliere oggi avrebbe voluto esser qui, ma gli impegni…

– Gli dica, gli dica che mi farebbe davvero piacere rivederlo, ma non certo in occasioni incresciose come questa!

E risero di gusto, scambiandosi una vigorosa stretta di mano.

La sala si andava svuotando. Il signor Ratti era come intontito, ché da questa storia aveva ricavato solo veleno. E ora che il figlio non era giusto di testa c’era scritto pure su carta bollata. Astolfo ormai pensava ad ammazzarsi, mentre Verdura era quasi felice. Venne sorridendo presso il ragazzo e gli carezzò la testa. Dietro di lui erano due carabinieri che lo aspettavano. Lo ammanettarono e se lo condussero via, come il peggiore dei delinquenti. Il cavaliere aveva avuto soddisfazione.

Paolo Verdura la matematica la odiava con tutto il cuore. Lui poeta voleva essere!

– Poeta! E che mangi? I làuri, l’alloro? Poeta! – Il padre disprezzava e non capiva queste manie del figlio, e gli pareva una cosa poco virile mettersi a scrivere di nubi purpuree, ali di gabbiani e cieli infiniti. Paolo Verdura non ebbe il coraggio di contraddire il padre e finì professore di matematica alla scuola media. Ma lui rimaneva poeta, anche se a scuola doveva parlare di espressioni e moltiplicazioni. Amalia, poi, era poetessa davvero. Scriveva cose che pure i sassi si mettevano a piangere.

Il loro sogno era pubblicare un libro, una raccolta: “Odi del cielo d’autunno”, il titolo lo avevano già scelto. Mancavano due poesie, poi dovevano fare il giro degli editori. Una volta famosi, non ci sarebbe stato più bisogno di guadagnarsi il pane con la matematica. Avrebbero potuto scrivere tutte le poesie in santa pace; e fare quel viaggio in India che lo stipendio da professore rendeva impossibile. Ma Amalia stava morendo, e lui era in galera.

***

Veronica Costi Scòrfano era una bella donna di mezza età. Poiché la Uccelletti aveva la tonsillite, fu nominata per una settimana supplente di Lettere alla Cavour.

Entrò in classe col sorriso sulle labbra – Salve ragazzi, io sono…

– Vecchia Puttana!

La Costi Scòrfano si girò inviperita e meravigliata. Fosse cieco il ragazzino? Lei era più che piacente; e dimostrava molto meno della sua età. E per l’altra questione, il piccolo cafone avrebbe dovuto sapere che della dirittura morale lei faceva un vanto, e nessuno mai s’era sognato di non riconoscerglielo.

Veronica Costi Scòrfano si dilettava di filosofia, e aveva letto molto. Al termine delle sue faticose letture, era arrivata alla conclusione che niente e nessuno al mondo meritava davvero un’incazzatura, meno che mai un piccolo maleducato grassoccio e con la faccia da fesso. Con la massima calma possibile, la Costi Scòrfano prese il registro e col sorriso sulle labbra iniziò a scrivere con bella calligrafia:

«Appena entrata in classe, mi veniva rivolto dall’alunno [               ] un grave e oltraggioso epiteto, pronunciato con voce alta e ferma, ovvero: “vecchia puttana”. Sconvolta per il deprimente stato in cui, con tutta evidenza, versa la scuola “Cavour” o, almeno, la classe Terza D, chiedo al preside e agli educatori tutti come si sia potuto verificare un così grave decadimento della disciplina e domando una punizione per il responsabile proporzionata alla gravità dell’atto commesso, in modo da ripristinare quelle condizioni minime di ordine che sono alla base dell’attività didattica».

Mise la data e la firma in elegante corsivo, quindi si rivolse a Ginammi e al colmo del disprezzo chiese – Tu! Com’è che ti chiami?

Ginammi si alzò e disse – Astolfo Ratti.

– Non è vero! – si udì dal fondo dell’aula, e Astolfo aveva gli occhi rossi e la voce rotta.

– Bene, bene. Continuiamo così… bene…

E rivolgendosi agli altri – Avanti, ditemi come si chiama il vostro compagno.

Si trovò davanti tante statue di sale. Zitti e immobili.

– Benissimo – fece la Costi Scòrfano con la voce carica di disprezzo – Pure omertosi. Ma benissimo… – Ed ostentando una calma olimpica uscì dall’aula, avendo cura di accostare con delicatezza la porta.

-È permesso? – e senza attendere la Costi Scòrfano aprì la porta e si vide il preside Pallone con la testa china sulle sue carte.

– Sono la supplente della Terza D

Non occorreva aggiungere altro. – Oh mamma… – fece il preside, che quando sentiva nominare quella classe perdeva il senso della dignità che il Ruolo avrebbe richiesto.

– Legga – e gli cacciò il registro sotto il naso. Pallone lesse deglutendo ad ogni riga.

– Ma via! – disse provando a voltarla in burla – Vecchia lei non è di certo! Giovanile anzi! Piacente, se posso permettermi… Vecchia! Ma suvvia!

– E puttana neanche, se vuole saperlo! – fece la Costi Scòrfano che di scherzare non aveva granché voglia. – Ma che scuola! E che disciplina! Una vergogna, una vergogna autentica!

Punto sul vivo, il preside provò a farfugliare qualcosa ma la Costi Scòrfano era una fiume in piena, anche se parlava con un tono fermo e mai sguajato.

– Omertosi, poi! Silenziosi, nessuno che parla! Sa perché ho lasciato quello spazio in bianco sul registro? Perché nessuno ha voluto dirmi il nome del colpevole! Mafiosi, ecco cosa sono questi suoi paesani. Mafiosi, tutti! Questo diventeranno!

La Costi Scòrfano veniva dal capoluogo, e pensava che tali attitudini fossero proprie dei paesani incivili, che trattava con un robusto razzismo. Ma al preside Pallone le sue parole fecero un effetto terribile. Si vide davanti un titolone di giornale, una cosa del tipo:

«Ginammi, il boss dei boss catturato ieri

da ragazzo frequentava la Cavour del preside Pallone»

 Pallone qualche speranzuccia politica se la coltivava. Consigliere comunale lo era già; poi era amico del cavaliere Ginammi, e questo era anche più importante. La speranzuccia riguardava un piccolo seggio all’assemblea regionale, nulla di più, la sua modestia glielo impediva. Possibile che una storiuccia come questa avrebbe creato ostacoli sempre maggiori?

– Andiamo, andiamo – disse il preside.

Entrarono in classe, e appena lo vide Ginammi esclamò – Guarda chi c’è, il Pallone gonfiato! – e tutti a ridere.

Il preside disse – Silenzio! – e sbatté il pugno sulla cattedra, più per recuperare stima con la Costi Scòrfano (che aveva fatto una faccia scandalizzata) che per altro.

La supplente disse – È stato lui! – e indicò Ginammi, che nel frattempo stava tirando i capelli alla compagna lì davanti e cercava di palpeggiarla. La Costi Scòrfano si fece dire il nome del colpevole e con calma completò la nota sul registro, contemplando per qualche istante la sua opera finalmente compiuta. Il preside disse – Saranno presi i provvedimenti del caso – fece per uscire e chiamò fuori la Costi Scòrfano. Iniziò a parlare di un uomo cui tutti a Castrofelice dovevano qualcosa e di un matematico-poeta che adesso stava in galera.

Appena usciti Ginammi, Sgherri e Rodrigo si alzarono di scatto e si avventarono su Astolfo, picchiandolo con scrupolo e ferocia.

– Adesso che tornano, dici che sei stato tu

Astolfo pensò – Sì, adesso dico che sono stato io così mi cacciano dalla scuola e questo incubo è finito.

Rodrigo gli diede un ultimo strattone, gli sputò addosso e disse – Puh! Pecorajo! Puzza!

Astolfo capì che quelli erano nemici suoi e che di prendersi le loro colpe non aveva nessuna voglia. La Costi Scòrfano entrò tutta conciliante, con la triste storia del professor Verdura ben impressa nella mente, e concordò col preside che in fondo non era accaduto nulla di irreparabile e che i ragazzi – si sa – son vivaci.

– E poi – concluse il Pallone – Chi di noi non è stato ragazzo? – E uscì, facendo finta di non sentire Sgherri e Rodrigo che gli urlavano – Coglione! – a tutta voce, mentre Ginammi si dondolava sulla sedia con le dita incrociate sul torace e lo sguardo strafottente.

La Costi Scòrfano rimase da sola e invocò il cielo, in fondo era solo una settimana e poi quella vecchia rimbambita della Uccelletti sarebbe guarita, accidenti a lei e alla sua fottutissima tonsillite. Iniziò a parlare della poetica bellezza dell’epopea omerica mentre dal fondo dell’aula arrivavano urla – Puttana! Grandissima troia! – e lei fingeva di non udire nulla.

Alla fine della giornata Ginammi e gli altri due si misero attorno ad Astolfo e mentre tutti uscivano di corsa lo tenevano fermo. La Costi Scòrfano capì bene quello che succedeva ma – non posso mica farmi carico di tutti i mali del mondo – si disse – e poi per oggi ne ho avute abbastanza. Che se la vedono tra loro, bestie di paese che non sono altro!

Ginammi tirò fuori un coltello a serramanico e per mezz’ora almeno si divertì a torturare Astolfo, sfiorandogli la pelle o infliggendo piccoli tagli al suo cappotto.

– Adesso ti togliamo i vestiti, e dovrai andare nudo per tutto il paese! – disse Rodrigo

Ma Astolfo di fronte a questa minaccia diede una spinta con tutte le sue forze e scappò via verso l’uscita. I tre si misero ad inseguirlo. Ginammi correndo andò a sbattere contro il bidello, che stava chiudendo il portone.

– Stronzo, coglione – gli disse mostrando il coltello.

Il bidello al colmo dello stupore disse – A chi? – e con uno schiaffo gli fece cadere il coltello in terra, stampandogli le cinque dita sul volto.

– Cercati un altro lavoro e un altro paese, pezzo di merda! – disse Ginammi scappando via.

Il bidello disse tra sé – Ma vedi questo! Ma chi crede di essere? – ma restò inquieto, perché quelle parole erano state pronunciate con troppa sicurezza.

Astolfo correva e correva, ma non verso casa. Prese la strada che conduceva fuori dal paese, e che non aveva mai fatto.

– Ci deve essere un paese dove tutti sono gentili e sinceri. – Astolfo si promise che non si sarebbe fermato.

– Quando avrò quel paese di fronte agli occhi, allora mi fermerò – si promise solennemente – e se quel paese non esiste, vuol dire che morirò di fame e freddo e stanchezza. Ma a Castrofelice non ci torno.

***

Il preside Pallone guardò l’orologio con apprensione

– Bene, bene, sono le 12,55… Per la prima volta da molti mesi una giornata si concludeva senza rogne.

– È permesso? – chiese Nicoletta Gasparini, assistente sociale inviata in qualità di ispettrice dal Ministero. Si presentò e il preside maledisse il Ministero.

– Bene, vede, ora è tardi, se vuol tornare domani…

La Gasparini era inflessibile e domani sarebbe andata a S.Genoveffa Terme, alla scuola “Fratelli Bandiera”.

– Ogni giorno una scuola diversa. È un lavoro duro il nostro…

– Sapesse il mio… – disse Pallone a mezza voce, che da tempo aveva smarrito il self control.

– Come dice?

– Eh? Niente, niente… Bé, io vado via, da cosa vuole cominciare?

– Faccia, faccia pure… vorrei esaminare i registri. Se non trovo nulla d’interessante, passo senz’altro a una altra scuola.

Pallone aveva tra le mani il registro della Terza D, perché stava cercando di cancellare la nota di quella imbecille della supplente Costi Scòrfano.

Ma ancora non c’era riuscito e quel registro era lì, in bella evidenza sulla scrivania.

– Comincio senz’altro da questo – disse la Gasparini indicandolo, mentre Pallone si mordeva le labbra.

– Lei avrà la cortesia di portarmi gli altri. Poi potremo senz’altro salutarci. Io penso di lavorare tutto il pomeriggio e la sera se necessario.

Il preside portò i registri, diede istruzioni al bidello e salutò la Gasparini.

– Domani, se Dio vuole, anche questa sarà passata – pensò il preside Pallone.

***

– Buon giorno signor preside! Sta bene? – disse la Gasparini senza alzar la testa dai registri, seduta dietro la scrivania di Pallone.

– Ha dormito qui?

– No, mi son svegliata presto ed ho deciso senz’altro di concludere il lavoro. Non ho trovato niente di interessante…

(Sospiro di sollievo del preside)

…con l’eccezione di una nota sulla Terza D

(Il preside si morsicò le labbra)

… a carico di tale Ginammi. Vorrei senz’altro parlare con lui e vedere se è il caso di intervenire.

Il preside disse che il caso in esame era frutto di un banale equivoco, del resto ampiamente chiarito. Inoltre il Ginammi era un fulgido esempio di alunno modello. Studioso, serio; cortese, quasi. La Gasparini osservò che le istruzioni del Ministero parlavano chiaro, ordinando la verifica diretta.

– Il de relato non serve a una corretta valutazione. Mi faccia chiamare senz’altro questo Ginammi.

Il Pallone si rassegnò. Iniziò il colloquio e la Gasparini fece cenno al preside di uscire. Questi uscì sospirando e attese dietro la porta. Uscì Ginammi ed il preside entrò.

– Mi ha raccontato una montagna di bugie – disse la Gasparini – Pretende di essere il figlio dell’uomo più in vista del paese. È invece palesemente un disadattato prodotto dalla marginalità, un tipico caso di devianza generata da condizioni di rischio…

La Gasparini si era formata sulla Bibbia degli assistenti sociali: Di come la povertà produca devianza ed esclusione sociale, del professor Arginulfo Castro Orione, maestro della sociologia del Novecento e monopolista dell’assegnazione di cattedre alla Sapienza. Seguendo gli insegnamenti del Castro Orione, la Gasparini deduceva che una tipologia come quella del Ginammi non poteva che essersi formata in una famiglia a rischio:

– Senta preside, parliamoci chiaro: il tipetto lì racconta senz’altro balle. Uno come quello minimo minimo tiene il padre ergastolano, la mamma che batte sull’autostrada, e almeno un paio di fratelli che fanno i sicari per qualche cosca ed entrano ed escono di galera.

Ma fu facile per il preside, prove alla mano, confermare che effettivamente la famiglia Ginammi era la prima del paese: ricca e stimata. E la sua (del Pallone) era una testimonianza diretta.

La Gasparini decise che in tal caso nessun intervento era possibile (E che si doveva fare? Affidare il ragazzo ad una famiglia di disoccupati?) e che andavano riviste alcune coordinate teoriche dell’intervento sociale (in altre parole, Nicoletta Gasparini era giunta a pensare che Castro Orione fosse una gran testa di cazzo; e questo, per lei, equivaleva a constatare la fine del mondo).

***

Astolfo aveva camminato tutto il pomeriggio e tutta la notte. Quando vennero le prime luci dell’alba vide un cartello  – “Castrogioioso” – e capì che aveva raggiunto l’altro paese, il più vicino, e che il freddo e la paura in qualche modo stavano per terminare. Si fermò e si lasciò cadere, che era stanchissimo come mai lo era stato. E sentiva freddo e pensò alla febbre.

Ma si alzò e continuò a camminare e camminò ancora, entrò in paese. Vide i bambini che iniziavano ad andare a scuola e li seguì. Giunse di fronte alla scuola media “Santorre di Santarosa” ed entrò nella Terza D.

– E tu chi sei? – gli chiesero.

E Astolfo raccontò la sua storia e disse che era di Castrofelice e che aveva camminato tutta la notte. Era un fuggiasco e quando gli chiesero perché era scappato:

– È un segreto – disse, sia perché gli sembrava di apparire più affascinante sia perché una riposta vera e propria non ce l’aveva.

Margherita aveva il papà carabiniere e aveva imparato ad essere sospettosa.

– Secondo me sei un latitante – disse.

Ma in quel momento arrivò la professoressa e Astolfo si mise a sedere nel banco di un alunno assente.

La professoressa aveva lenti spesse come un fondo di bottiglia e aveva pure la sua età. Fu dopo mezz’ora di discussione sulla poetica del Foscolo che si mise a fissare Astolfo: – E tu chi sei?

Astolfo non ci aveva pensato e non sapeva cosa rispondere. Pensò di dire una bugia, ma non gli veniva in mente nulla.

– Sono scappato da Castrofelice – disse con sincerità.

La professoressa si gettò subito verso la porta e andò a chiamare il preside.

Tutti i ragazzi erano attorno ad Astolfo e gli chiedevano perché era fuggito e lui non stava più nella pelle perché si sentiva un eroe e nessuno gli diceva più ch’era un pecorajo.

Il preside Gerlando Gerlandi era alto e stempiato (ma un preside non può essere basso e capellone, ne andrebbe del suo decoro), guardò Astolfo con tanto d’occhi, poi lo chiamò a sé, temendo che potesse contagiargli quella classe modello.

– Allora sei scappato? Ma i tuoi genitori lo sanno?

– E che razza di fuga sarebbe? – pensò Astolfo, che però rispose semplicemente – No.

Gerlandi non attese altro: schizzò fuori e chiamò i carabinieri. Il padre di Margherita, appena seppe che c’era un fuggiasco nella scuola della figlia, non ci vide più.

Appena poi arrivò alla “Santarosa” e vide che era addirittura entrato nella classe di Margherita, fu preso dalla sconforto e stette mezz’ora a parlare coi ragazzini; e chiedeva se Astolfo avesse uscito delle siringhe o avesse fatto cose del genere. Dopo l’interrogatorio, e visto che i testi gli sembravano palesemente reticenti, il padre di Margherita se ne andò via cogli altri militari, conducendo con sé Astolfo.

– Andiamo – disse e uscì senza salutare.

La professoressa, contenta di un così rapido ritorno alla normalità, riprese a parlare della sconcertante bellezza delle strofe dei Sepolcri. I genitori di Astolfo erano già in caserma e tutto si concluse senza sprecare troppo parole, ché nessuno aveva voglia di parlare.

– Arrivederci maresciallo – disse il padre di Astolfo.

– Ci vedremo sì – pensò il padre di Margherita – appena scopro qualcosa e interrogo la bambina!

Appena entrò in classe, tutti sapevano della sua fuga. Astolfo pensò che forse anche lì, magari per un giorno, sarebbe stato un eroe.

– E allora, piccolo, dove te ne sei andato di bello? – chiese la Uccelletti, che ormai era convinta di trovarsi di fronte a un mezzo deficiente.

– A pascolare le pecore! – fece Ginammi suscitando uno scoppio di risa.

– Le pecore? Parlaci allora di queste pecore! – disse la Uccelletti, che per quel giorno era di buon umore e voleva essere comprensiva.

Astolfo si disse che la sua storia avrebbe avuto una fine tragica.

– Domani torno a Castrogoioso – pensò tra sé.

Ma poi il coraggio non l’aveva trovato ed era rimasto alla Cavour a masticare veleno. A Castrogioioso ci tornò con tutta la classe, in occasione della partita di pallavolo contro quelli della “Santarosa”. Il match era l’ultimo del campionato provinciale delle scuole medie; ed era stato preceduto da minacce colorite e fantasiose.

I due presidi, in un impeto di campanilismo, reggevano un bandierone ciascuno coi colori della rispettiva scuola. Le due scolaresche si erano già massacrate vicendevolmente in una battaglia campale nello spiazzo antistante la “Santarosa”, terminata con uno sportivo pareggio nel computo dei feriti. L’inizio della partita mise fine agli scontri. Astolfo era relegato a fare da spettatore anche se giocava bene, ma era contento che così poteva starsene in pace.

Ginammi era grasso e non toccava un pallone, ma l’allenatore Maciste Porcini – insegnante di educazione fisica – era stato assunto per intercessione e dalla gratitudine lo fece pure capitano della squadra. Con quella squadra aveva perso tutte le partite e non sarebbe uscito più di casa dalla vergogna in caso di sconfitta con la “Santarosa”. E già ne aveva avuti motivi di vergogna, ché ogni volta i suoi ragazzi minacciavano gli arbitri e gli tagliavano le gomme dell’auto al termine della partita. E avevano già un pajo di denunce.

La partita di mise subito male, ché i castrogioiesi erano tanti marcantoni e schiacciavano ogni palla. Ginammi riuscì a toccare un pallone ma lo scagliò oltre la linea di fondo, di due metri e più.

– Buona!!! – disse Ginammi con gli occhi di fuori.

– Buona… – fece Maciste Porcini senza convinzione, sperando che l’arbitro avesse problemi di vista.

L’arbitro fischiò inflessibile – Fuori!

Ginammi si avvicinò minacciosamente al seggiolone dell’arbitro, scuotendolo. Tutta la squadra era intorno a lui, mentre anche gli avversari si avvicinavano.

– Buona! – urlavano quelli della “Cavour”

– Fuori! – fece l’arbitro

E allora Ginammi diede una spinta al seggiolone che precipitò scagliando in terra il povero arbitro.

A questo punto quelli della Santarosa passarono da sotto la rete e ne venne fuori una rissa spaventosa, e vennero fuori i coltelli, e le professoresse che avevano visto del sangue iniziarono a urlare, e alcuni cominciarono a uscire dalla palestra e altri facevano il tifo dai gradoni. Maciste Porcini, a distanza di sicurezza, tifava anch’egli per i suoi ragazzi, che per una volta potevano farsi onore.

– Ammazzateli! Squartateli! Non fate le femminucce! E tu lasciami il braccio, coglione!

Nella foga Porcini non s’era accorto che la palestra era stata invasa di carabinieri, e uno dei militi, dopo averlo osservato esterrefatto, lo stava trascinando via.

Porcini si girò, vide il milite, e capì la situazione:

– Oh, mi scusi, ecco… io… appunto, scusi… ero tutto preso dal tentativo di… frenare questi ragazzi sconsiderati… Mi faranno impazzire!

***

– Il morto, cavaliere! Stavolta c’è il morto! Il morto!

Ginammi lo sapeva bene, che c’era il morto.

– Non c’è bisogno che me lo ripeta, preside Pallone. Lo so bene.

Ginammi agitava la penna tra le mani e la tormentava. Quel figlio maledetto andava ad ammazzare uno di fronte a centinaia di testimoni. Idiota! E ora come si faceva a comprarli tutti? Un patrimonio sarebbe costato.

– Signor preside, lei non è stato convocato nel mio studio, in un’ora in cui io di solito non ricevo nessuno, per dirmi ciò che so già. Quello che voglio conoscere è una possibile via d’uscita.

Pallone lesse in quella freddezza l’esclusione dalla briscola serale e la sconfitta alle prossime elezioni. Capì che ormai tutto era perduto e che poteva essere sincero.

– Io non posso far nulla

– Coglione! – fece Ginammi – Un coglione ho messo al posto di preside. Uno senza le palle!

Pallone a due cose teneva: al decoro della sua professione e alla fama di virilità che lo accompagnava. Non resse più a vederseli infangati nello stesso tempo.

– Io, per sua norma, io Leopoldo Giacomantonio Pallone fu Artemisio, sono un preside onorato! Con segnalazione al merito del Ministero per l’anno 1985! Ho il diploma appeso alla parete!

Ginammi era indeciso se fargli sparare o metterlo alla porta.

Visto il momento particolarmente ingarbugliato, decise per la seconda opzione.

– E senta, Pallone: da domani si cerchi un lavoro, magari come bidello, perché dopo le mie lamentele al Ministero temo che giungerà un preside nuovo.

***

Una voce continuava a girare, e tutti ne erano preoccupati con l’eccezione di Astolfo. La voce era che Ginammi voleva far fuori Astolfo, l’unico testimone pericoloso che avesse. Sgherri era quello che ci metteva più fervore a far girare la voce, e non sapeva il poveretto che Ginammi se l’era venduto, e che tra poco 153 testimoni avrebbero affermato senza ombra di dubbio che era lui l’assassino. L’avvocato Coriolano, infatti, s’era fatta dare la lista dei presenti, in quel giorno maledetto, alla palestra della “Santarosa”. I castrogioiesi scoprivano un nuovo munifico benefattore e abbandonavano al suo destino il commendatore Pappalagna, cui già dal giorno successivo fu tolto il saluto dall’intero paese.

Ma Astolfo non era preoccupato; e pensava di fuggire nuovamente a Castrogioioso, per dire a Margherita:

– Sono fuggito perché mi vogliono assassinare! Sono l’unico testimone coraggioso in un paese di vigliacchi! Per questo mi vogliono uccidere!

E Margherita si sarebbe innamorata e non avrebbe più sospettato che fosse un delinquente. Nel frattempo la famiglia del ragazzino della “Santarosa” ucciso con 59 coltellate voleva massacrare tutto il paese di Castrofelice. L’avvocato Coriolano andò a casa loro e si presentò, ottenendo subito di esser picchiato a sangue. Riuscì a stento a parlare. Quando capirono che Coriolano veniva colmo di regali come Babbo Natale convenirono che questo avvocato tanto antipatico non era, e si misero tutti intorno ad ascoltarlo: il posto alla Regione, una bella vacanza sulla riviera romagnola… E la pensione per gli invalidi, e soldi a volontà… Certo, certo… Tutto quello che volevano…

Quel giorno Astolfo tornò a casa con un taglio sulla guancia.

– Sono caduto – disse.

Il padre aveva capito e prese il fucile e disse – Adesso basta, li ammazzo.

– No – fece Astolfo e, rivolto verso Mattia – Fa freddo sulle colline la mattina?

– No – disse Mattia – Non ne fa freddo.

– Domani vengo con te. Con le pecore. Non ne fa freddo – disse Astolfo – Oramai è primavera.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.