Il colonialismo della Repubblica. La bon...

Il colonialismo della Repubblica. La bonifica dei somali

  Nel dopoguerra l’Italia, attraverso il Ministero per l’Africa italiana, chiede la restituzione delle colonie africane. Alla fine ottiene “soltanto” l’amministrazione fiduciaria della Somalia. È comunque una vittoria politica: permette agli alleati di Hitler di presentarsi come “brava gente”. E di mantenere la continuità con l’ideologia coloniale
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This entry is part 4 of 4 in the series La bonifica degli uomini. Appunti coloniali



«L’Italia guida e amica bonifica la terra e gli uomini. Si dice che i somali siano pigri, avevano soltanto bisogno di qualcuno che li prendesse per mano verso uno stadio più alto della civiltà».

Bastano pochi minuti del documentario «Lavoro italiano in Somalia» per essere proiettati nel classico stile del cinegiornali Luce del ventennio. Invece è il 1953, la Repubblica esiste da sette anni.

Il filmato è prodotto dalla «Mostra d’Oltremare», istituto fieristico napoletano fondato dal fascismo per glorificare l’impero coloniale e riadattato dopo il 1948 per celebrare il “lavoro italiano nel mondo”. È uno dei tanti elementi che dimostrano la continuità tra amministrazione coloniale e periodo repubblicano. Uomini, sistemi amministrativi, modelli economici e soprattutto ideologia sono identici.

L’Italia guida e amica

«Sui grandi fiumi i pionieri italiani hanno portato il lavoro. E con il lavoro la ricchezza», proclama il commentatore. Il documentario contrappone la boscaglia dove gli indigeni vivono di sussistenza ai campi coltivati creati dagli italiani. In particolare, si cita il villaggio Duca degli Abruzzi: «Dighe, canali, bonifica della terra e degli uomini, redenzione dalla malaria e dalla pellagra […] Un attività senza soste […] Lì è nata un’azienda modello da nome augurale: La Romana. Un abisso ci separa dalla primitiva rudimentale agricoltura indigena. I giovani somali, guidati dai colonizzatori italiani, hanno imparato a guidare le macchine più moderne. I vomeri possenti squarciano questa terra ancora vergine, destata a una nuova fecondità».

Colonialismo della Repubblica Italiana

Sono pochi minuti, che però proseguono sulla stessa falsariga: prima dell’avvento dell’industriosità italiana., questa terra non aveva niente: «Si dice che i somali siano pigri, forse avevano semplicemente bisogno di qualcuno che li prendesse per mano». Bastava che qualcuno insegnasse loro la gioia del lavoro.

La conclusione rivendica la continuità con l’epoca coloniale: «L’eredità degli antichi pionieri non è andata perduta. Fedele alla sua missione elevatrice, fedele all’altissimo mandato conferitole dell’Assemblea dei popoli, l’Italia guida il popolo somalo verso un domani di operoso benessere e di più alta civiltà».

Ma perché, nel dopoguerra, gli italiani sono ancora in Somalia?

Un popolo di ingenui

Nel dopoguerra l’Italia è a un bivio. Potrebbe essere trattata come la Germania, sostanzialmente occupata dalle potenze vincitrici, divisa in due, condannata a pesantissimi indennizzi, privata della sovranità, additata dal mondo come popolata di mostri spietati che hanno compiuto crimini senza appello.

La seconda possibilità è invece quella di mostrarsi come un popolo di ingenui, ingannati da Mussolini e da lui portati sulla cattiva  strada, addirittura all’alleanza con Hitler, ma poi capaci di riscattarsi con la Resistenza, confermare il proprio status di “brava gente” e tornare a pieno titolo.nel consesso dei popoli buoni.

La prova del nove per l’una o l’altra strada è la Somalia.  Nel 1949 è tutto ancora in gioco. Mentre per la Germania c’è il processo di Norimberga, 1200 criminali di guerra italiani si salvano perché nessuno dà seguito alle richieste di estradizione di Etiopia, Grecia e Jugoslavia.

Dunque, la richiesta di amministrazione fiduciaria di una ex colonia ha un valore pratico limitato, ma politico-simbolico enorme. Chi avrebbe il coraggio di affidare la Namibia alla Germania? La richiesta sarebbe sembrata folle.

Infatti, nessun paese sconfitto nella Seconda Guerra Mondiale ha ottenuto un’amministrazione fiduciaria. Nessuno, tranne l’Italia. Il 21 novembre 1949 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva la risoluzione n. 289, con la quale assegna il territorio della Somalia italiana a un paese che, all’epoca, neppure fa parte delle Nazioni Unite.

Per l’Italia è un enorme riconoscimento. Soltanto otto anni prima la Somalia era stata occupata dagli inglesi, che da allora la amministravano. Il compito affidato, fissato in dieci anni, è quello di accompagnare il paese africano all’indipendenza.Il primo aprile del 1950 l’Italia assume il controllo dell’area, subentrando agli inglesi. Dal punto di vista simbolico, è ammainata l’Union Jack e issato il tricolore. Per 10 anni, l’inno di Mameli diventa il canto ufficiale del paese.

Ovviamente, anche il personale, dai dirigenti a quello operativo, rimane in piena continuità con il regime precedente.

Pretese atrocità

La continuità con il periodo coloniale, del resto, è un tema ricorrente. Non c’è nessuna cesura col passato, nessun ripensamento. In molti ambienti politici, anche antifascisti, l’amministrazione fiduciaria è vista come un “piano b” rispetto alla richiesta principale: la restituzione delle colonie.

Il dibattito sul tema è in piena continuità con il colonialismo. Così afferma Giuseppe Brusasca al «Convegno Nazionale di Studi sull’Affrica» tenutosi a Napoli tra il 18 e il 21 dicembre 1948, un anno prima della delibera ONU:

«Qualcuno si serve del facile strumento di popolazioni ancora selvagge e pretende organizzare manifestazioni e tentativi per imbastire affermazioni di pretese atrocità italiane, mai consumate e mai esistite, per toglierci l’Amministrazione fiduciaria che chiediamo e che ci compete per la nostra opera, per l’opera che testimonia dei nostri sacrifici e che sta a dimostrare che solo noi abbiamo portato nella vita e nell’attività degli indigeni un contributo di vero progresso e di civiltà sia economica sia morale sia politica».

Brusasca è antifascista dal 1923, fondatore di una divisione partigiana e salvatore di famiglie ebree. Eppure sull’Africa usa lo stesso linguaggio dei fascisti.

Non si tratta di un caso isolato. Nell’immediato dopoguerra sono numerosi i convegni, gli sforzi politici e gli atti diplomatici finalizzati alla restituzione.

Nel 1948 l’Italia consegna alle potenze vincitrici il Memorandum on the Italian Colonies. Il documento chiede la restituzione delle ex colonie sulla base di quanto l’Italia aveva fatto per «ricavare frutto da territori prima improduttivi» e per aver svolto in colonia un’opera di «attrezzatura civile ed economica».

Il Memorandum è preparato per conto del MAI, Ministero per l’Africa Italiana, retto ad interim da De Gasperi, che all’epoca è anche presidente del Consiglio. Il dicastero sarà soppresso soltanto nel 1953.

La restituzione è del tutto impraticabile, persino surreale per chi era stato fino al giorno precedente alleato di Hitler. Allora si passa a chiedere «il diritto dell’Italia a essere destinata per l’amministrazione fiduciaria della Libia, dell’Eritrea e della Somalia».

Quando viene concessa solo per quest’ultima, forse agli ultras del colonialismo appare come un contentino. In realtà, è una enorme vittoria. La catena non è stata spezzata.

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