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“Clandestini” si diventa. In cinque modi e per colpa dello Stato

Clandestini si diventa
Melilla © No Border Network @ Flickr CC

C’è ancora chi li chiama “clandestini”. E pensa che siano i migranti “cattivi”, quelli che hanno qualcosa da nascondere. Invece sono semplicemente uomini e donne senza documenti. Perché li hanno persi (magari dopo un licenziamento) oppure perché non hanno convinto una commissione. Ecco come si diventa irregolari, contro la propria volontà

     
Funziona così: per entrare regolarmente in Italia occorre un visto. È praticamente impossibile ottenere un visto per lavorare in Italia. Con molta difficoltà, si può avere un visto turistico. Ma poi scade e si diventa irregolari (primo modo per diventare “clandestini”).

C’è solo un’altra – e ultima – opzione di ingresso regolare: rientrare nei flussi. Ogni anno il governo concede a vari paesi un certo numero di ingressi. Ma i migranti devono avere un contratto di lavoro già prima di partire. Da qualche tempo i flussi sono praticamente chiusi. In secondo luogo, quasi nessuno assume un dipendente dall’altro capo del mondo senza conoscerlo. Così i flussi sono stati un pessimo modo di regolare gli ingressi ma un’ottima via per fare truffe. Cioè inventare falsi contratti di lavoro pagati a peso d’oro da migranti ignari. Secondo la tradizione italiana.

A questo punto non resta che un’opzione, specie se nel tuo paese c’è una guerra in corso e non hai voglia di rischiare ulteriormente la pelle: “bruciare la frontiera”, come dicono a Sud. “Entrare da clandestini”, come dicono a Nord. Qui si aprono due possibilità. Rimanere irregolari (secondo modo di diventare clandestini) oppure chiedere asilo politico.

La Commissione è l’organismo statale che decide il destino dei richiedenti asilo. Come a un esame scolastico, ascolta la tua storia e delibera sulla tua vita. Se decide che la tua storia è buona, che sei effettivamente perseguitato nel tuo paese, sei regolare. Altrimenti sei irregolare (terzo modo di diventare clandestini) e dovresti lasciare il paese.

Un irregolare è un fantasma senza diritti. Chi vuole vivere in questa condizione? Ovviamente nessuno. Irregolari si diventa, nessuno ha mai scelto di esserlo

È opportuno sottolineare che puoi essere “bocciato” con una storia vera e promosso con una storia falsa. Che puoi aspettare anche due anni in attesa del responso. Che nel frattempo nessuno ti fa un contratto di lavoro in regola perché potresti essere espulso in qualunque momento. Ma l’Italia è il paese delle opportunità, e quindi puoi ancora fare ricorso, questa volta alla giustizia ordinaria. Passa in media ancora un anno. Se il tribunale dice no, non c’è soluzione. Sei un irregolare (quarto modo per diventare clandestini).

Un irregolare è un fantasma senza diritti. Non può essere assunto con un contratto, non ha accesso ai servizi sanitari, rischia di essere fermato ogni giorno ed espulso. Chi vuole vivere in questa condizione? Ovviamente nessuno. Clandestini si diventa, nessuno ha mai scelto di esserlo. E questa orrenda parola non ha neppure senso, dovremmo parlare di “immigrati irregolari” o meglio “senza documenti”. In Francia si parla di sans papiers, negli Usa di undocumented.

Si diventa irregolari per un solo motivo: perché non è previsto un modo di vivere da regolari

Per la lotteria che abbiamo descritto, si può ottenere un documento quasi per caso e con altrettanta facilità si può perderlo. Ammesso che qualcuno riesca ad entrare in Italia regolarmente, con un contratto di lavoro in tasca e quindi un permesso di soggiorno, può altrettanto facilmente perdere il permesso se contestualmente perde il lavoro. Ed ecco ancora un altro irregolare (quinto e ultimo modo di diventare clandestini)

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.