Quando si parla di grave sfruttamento emerge una generale frustrazione. “Cosa possiamo fare?” Il problema è che rimaniamo dentro il labirinto del liberismo. Che è esattamente la causa, ma che ci appare come un legge di natura

    Al termine di tutti i dibattiti sul caporalato c’è sempre qualcuno che chiede: “La situazione è spaventosa. Cosa possiamo fare?”. Quasi sempre l’incontro termina con un senso generale di frustrazione. Solitamente provo a rispondere distinguendo due tipi di soluzioni: immediate e individuali; di lungo periodo e politiche.

    Le prime sono del tipo: possiamo cambiare il modo di fare la spesa e contagiare gli altri fino a diventare un numero importante, se non maggioranza. Questa risposta, però, si scontra con un fatto. Da almeno trent’anni si cerca di farlo. Ma non siamo diventanti né maggioranza né un numero rilevante.

    Il problema non è come muoversi nel labirinto. Il problema è il labirinto stesso

    Come esempio della seconda tipologia, abbiamo: dobbiamo ottenere leggi più eque. Questa soluzione si scontra con ulteriori domande: come ottenerle? Quali possono essere gli interlocutori politici interessati? E in quanto tempo? Finiremo, parafrasando Keynes, con l’ottenere risultati sul lungo periodo, quando saremo tutti morti?

    Ecco che si ritorna alla frustrazione iniziale. Sembra che non ci sia una vera soluzione e che lo sfruttamento sia una legge naturale. Come la gravità o la pressione atmosferica.

    Un articolo pubblicato sul Guardian suggerisce: il neoliberismo è alla radice di tutti i nostri problemi. E propone una lunga serie di esempi. Dalle crisi finanziarie alla crescita delle ricchezze nascoste nei paradisi fiscali e quindi sottratte alla redistribuzione; dall’affermazione del populismo razzista alla catastrofe ambientale; dall’aumento della povertà minorile fino alla solitudine di massa.

    I ricchi interiorizzano il successo come premio dei loro meriti, anche se magari hanno semplicemente firmato l’accettazione di un’eredità. I poveri “incolpano sé stessi per i loro fallimenti, anche quando possono fare poco per cambiare le circostanze”.

    Dalla sensazione di fallimento si arriva alla frustrazione e quindi all’odio sociale: per esempio quello che troviamo su Facebook e che si vorrebbe risolvere con nuove fattispecie di reato. Solo con la repressione.

    I ricchi sono convinti di avere dei meriti. I poveri sfogano la frustrazione per i fallimenti contro altri poveri

    Ma si arriva anche, più in generale, alla ricerca del nemico, quasi sempre il diverso; fino al voto di protesta verso movimenti populisti che canalizzano il rancore diffuso ma non riescono a promuovere cambiamento. Perché, in fondo, sono liberisti anche loro.

    Ma per chi dovrebbe votare il popolo oppresso? Per i partiti tradizionali di destra e sinistra che sposano da decenni le stesse ricette? Perché avere fiducia in uno Stato che esige tasse ma riduce sempre più i servizi e blocca le assunzioni?

    Il disagio sociale aumenta con la misurazione di ogni prestazione. “Sia [i lavoratori che le] persone in cerca di lavoro e servizi pubblici di ogni tipo sono soggetti a un regime di valutazione e monitoraggio soffocante, progettato per identificare i vincitori e punire i perdenti”.

    Tanti fenomeni, una causa

    Sono tutti fenomeni con una sola causa, ma che affrontiamo in maniera separata. “Per la maggior parte di noi” scrive George Mombiot, “l’ideologia che domina la nostra vita non ha un nome. […] Il suo anonimato è allo stesso tempo un sintomo e una causa del suo potere”. 

    Da quando il liberismo non ha alternative, ci troviamo all’interno di un labirinto: proviamo ad andare da un lato e dall’altro, indietro e avanti. Alla fine ci fermiamo, pieni di frustrazione. Ma se proviamo a guardare dall’alto, scopriremo che il problema non è la strada da trovare dentro il labirinto. Il problema è il labirinto stesso.

    “Il neoliberismo” spiega Mombiot, “vede la competizione come la caratteristica distintiva delle relazioni umane. Ridefinisce i cittadini come consumatori, le cui scelte democratiche sono esercitate comprando e vendendo. Così si premia il merito e si punisce l’inefficienza”. 

    Il liberismo afferma che “la disuguaglianza è virtuosa: compensa solo ciò che è utile, crea ricchezza e, partendo dall’alto, arricchisce tutti. Gli sforzi per creare una società più equa sono controproducenti e moralmente corrosivi. Il mercato garantisce che tutti ottengano ciò che meritano”.

    L’ideologia che ci soffoca non ha un nome. Questa è una prova della sua potenza

    Il liberismo è l’unico sistema che trae forza dai suoi fallimenti. Le crisi sono l’occasione per ulteriori privatizzazioni, tagli dei servizi pubblici, cancellazioni dei diritti dei lavoratori. Non è stato così nel corso del ‘900. “Quando l’economia del laissez faire portò alla catastrofe nel 1929” ricorda Mombiot, “Keynes ideò una teoria economica globale per sostituirla. Quando la gestione della domanda keynesiana entrò in crisi negli anni ’70, c’era un’alternativa pronta. Ma quando il neoliberismo è crollato nel 2008, non c’era… niente”.

    All’interno del labirinto

    Il ghetto pieno di lavoratori senza acqua, il migrante che muore bruciato o si accascia sul campo in pieno agosto scatenano la nostra schizofrenia. Proviamo pietà per le conseguenze, ma difendiamo le cause, come per esempio la competizione. Una delle cause, per esempio, è proprio il mercato selvaggio, ormai esteso su scala planetaria.

    E ancora: quando parliamo di caporalato rimaniamo all’interno del labirinto liberista. 

    Molte iniziative sono lodevoli. L’intervento umanitario in un ghetto oppure la produzione etica di cibo sono necessarie, perché evitano tragedie e forniscono una risposta immediata al problema. Ma non sono risposte strutturali al problema.

    Per prima cosa pensiamo che il problema sia appunto il caporalato, dunque la mediazione illegale (ignorando che ci sono mediazioni legali ma altrettanto crudeli). Così lasciamo sullo sfondo chi beneficia di quella mediazione, cioè l’imprenditore. Oppure lo ignoriamo del tutto, come se non fosse parte del problema.

    Non riusciamo a trovare soluzioni perché siamo all’interno di un labirinto. Se non ne usciamo, ogni rimedio è allo stesso tempo una causa del problema

    Non è un caso che ai dibattiti sul caporalato non vengono chiamati mai gli imprenditori. Abbiamo giornalisti, studiosi, attivisti, politici e persino prefetti. Ma organizzazioni datoriali o rappresentanti di aziende mai.

    Affrontiamo il problema dei ghetti con interventi umanitari, talvolta ai limiti dell’elemosina, come se gli africani fossero poveri in sé, e non braccianti impoveriti da un mercato che li vede all’ultimo posto della filiera e uno Stato asservito al mercato, che li rende ricattabili negando i documenti.

    A questo seguono una serie di credenze interne al labirinto, che non escono cioè dal frame dominante.

    L’idea che come consumatori abbiamo un grande potere e possiamo esercitarlo scegliendo cosa acquistare. Purtroppo non tutti dispongono dello stesso denaro e dello stesso tempo libero. Quindi il  “voto”, quando facciamo un acquisto, è profondamente disuguale.

    L’idea che un mercato squilibrato (per esempio tra GDO e contadini) si aggiusta rafforzando una parte, quella che oggi soccombe. E non che un bene vitale come il cibo non può essere affidato al mercato e alla sua “mano invisibile”. Al contrario, dovrebbe essere un salario minimo a orientare tutta la filiera. Partendo dal basso e non dall’alto.

    L’idea che dando più soldi dall’alto della filiera – per “sgocciolamento” – qualcosa finirà per arrivare all’ultimo livello i braccianti. Finora non è mai successo. Lo “sgocciolamento” è uno dei capisaldi del liberismo.

    L’idea che terra, cibo e lavoro siano merci e come tale devono essere sottoposti alle regole di un mercato senza regole. Cioè ai rapporti di forza. Cioè alla giungla.

    L’idea che l’impresa sia centrale, autonoma e intoccabile, per cui al massimo si arrestano i caporali, gli intermediari, ma non i mandanti dello sfruttamento, cioè gli imprenditori.

    Infine l’idea di un’etichetta etica o un’area protetta (“il lavoro agricolo di qualità”), come se sfruttare a sangue i lavoratori fosse un’opzione tra le tante. Così il dominio dell’economia stravolge le basi stesse del diritto: perché non prevedere un marchio di qualità per chi non uccide?

    La risposta

    Perché non sconfiggiamo il caporalato? Ecco la risposta. Perché diamo risposte interne al liberismo, che è esattamente la causa dello sfruttamento.

    Il mercato globale porta i contadini calabresi a competere con quelli brasiliani, i pugliesi con i cinesi, i piemontesi con gli spagnoli, i siciliani con i marocchini. 

    Sono tutti impegnati in una corsa al ribasso che ha una sola regola: sopravvive chi trova un altro da sfruttare. Questa non è una legge naturale, è un ritorno al cannibalismo. Se ne vergogneranno i nostri nipoti e leggeranno quest’epoca come un medioevo dell’economia. Oltre che un trionfo di TINA: ‘there is no alternative’. Era lo slogan preferito di Margaret Thatcher.