Un giudice a Milano ha messo sotto inchi...

Un giudice a Milano ha messo sotto inchiesta la moda italiana

  In due anni la Procura di Milano ha applicato la legge anti-sfruttamento nata per contrastare il caporalato delle campagne. Tutti i grandi marchi della moda italiana sono finiti sotto la lente. L’’ipotesi è il lusso sostenuto dallo sfruttamento. Le aziende hanno adesso un tempo massimo per adeguare le filiere
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Negli ultimi due anni, la Procura di Milano ha avviato una vasta operazione di controllo sulla filiera della moda, utilizzando principalmente lo strumento dell’Amministrazione Giudiziaria. Questo provvedimento non è una condanna penale per l’azienda, ma una misura di prevenzione volta a “bonificare” la catena produttiva da fenomeni di sfruttamento lavorativo (il cosiddetto caporalato). La misura nasce dalle lotte contro lo sfruttamento in agricoltura, ma ovviamente non si limita a tale settore.

Ecco un riepilogo cronologico dei principali provvedimenti e delle tappe salienti (ovviamente le indagini sono in corso e non è stata al momento riscontrata alcuna colpevolezza):

1. Provvedimenti di Amministrazione Giudiziaria

Questa misura prevede l’affiancamento di un commissario nominato dal Tribunale per monitorare e correggere i rapporti con i fornitori. Le misure vengono generalmente revocate dopo alcuni mesi.

  • Gennaio 2024 – Alviero Martini S.p.A. Il primo caso di rilievo. L’accusa riguardava l’omessa vigilanza su una catena di subappalti che utilizzava laboratori cinesi irregolari nel milanese.
  • Aprile 2024 – Giorgio Armani Operations S.p.A. Provvedimento scattato dopo accertamenti su borse e accessori prodotti in laboratori clandestini con operai pagati pochi euro l’ora (Misura revocata a febbraio 2025 dopo l’adeguamento dei protocolli interni).
  • Maggio 2024 – Amministrazione giudiziaria per Valentino Bags Lab: misure cautelari per il sospetto di agevolazione del caporalato nella produzione di borse e accessori.
  • Giugno 2024 – Manufactures Dior S.r.l. Coinvolta l’unità produttiva italiana del colosso francese. L’inchiesta ha evidenziato condizioni di lavoro degradanti nei laboratori dei fornitori esterni.
  • Luglio 2025 – Loro Piana. Il provvedimento ha riguardato la filiera produttiva del cashmere, con l’accusa di mancata prevenzione dello sfruttamento lavorativo lungo la catena di approvvigionamento.
  • Novembre/Dicembre 2025 – Tod’s: Misura di amministrazione giudiziaria applicata a seguito di controlli sui fornitori di calzature e pelletteria. Tra i provvedimenti ipotizzati anche l’oscuramento pubblicitario 

2. L’espansione delle indagini (dicembre 2025)

Il 4 dicembre 2025, la Procura di Milano ha segnato una svolta, notificando ordini di esibizione documenti (senza commissariamento immediato) a 13 grandi marchi per verificare la tenuta etica delle loro filiere. Tra questi figurano:

  • Prada, Gucci, Dolce & Gabbana
  • Versace, Missoni, Ferragamo
  • Yves Saint Laurent, Givenchy, Alexander McQueen
  • Pinko, Coccinelle, Adidas Italy, Off-White

L’obiettivo è ottenere trasparenza totale sui sub-fornitori per evitare che il “lusso accessibile” o l’alta moda vengano prodotti in condizioni di illegalità.

3. Tappe istituzionali

Oltre ai singoli provvedimenti coattivi, la Procura ha spinto per una riforma strutturale del settore:

  • 26 Maggio 2025 – Protocollo di Legalità. Sottoscrizione presso la Prefettura di Milano di un protocollo d’intesa tra Procura, Tribunale, Ispettorato del Lavoro e associazioni di categoria. L’accordo stabilisce linee guida rigide per il controllo dei contratti di appalto nella moda.

Sintesi del fenomeno

Il meccanismo contestato dalla Procura milanese è quasi sempre lo stesso:

  1. Esternalizzazione estrema. Il brand affida la produzione a una società, che a sua volta subappalta a piccoli laboratori (a conduzione cinese ma non solo).
  2. Sfruttamento. Nei laboratori finali, nei casi più estremi, si riscontrano operai che vivono e lavorano nello stesso stabilimento, turni oltre le 14 ore e violazioni delle norme di sicurezza.
  3. Agevolazione colposa. I grandi marchi, pur non essendo direttamente responsabili delle violenze, vengono accusati di non aver vigilato a sufficienza sui fornitori, beneficiando indirettamente dei costi di produzione abbattuti illegalmente.

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