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Il capitalismo selvaggio del web ha creato un mondo migliore?

Quello che appartiene al popolo, al popolo ritorna –
Assalti Frontali

Al Parlamento europeo è in discussione una nuova legge su Internet e diritto d’autore. Il voto è previsto per settembre. A luglio Wikipedia Italia ha reagito oscurando le sue pagine. Negli stessi giorni è partita una imponente azione di lobby che da Google a politici 5stelle, fino ad associazioni “per la libertà” in tutto il continente.

Ma di cosa stiamo parlando? In primo luogo di un filtro (“upload filter”) per controllare il rispetto del diritto d’autore dei contenuti caricati sulle piattaforme web. E in seconda battuta, di una “link tax” sugli articoli diffusi in rete.

Non sono questioni tecniche: è in gioco un pezzo del nostro futuro.

Promesse mancate

Il web 2.0 aveva promesso condivisione della conoscenza, democrazia digitale e la trasformazione dei cittadini in creatori di contenuti: quindi tutti giornalisti, videomaker, fotografi e artisti. Senza limiti o barriere d’accesso.
Quella promessa è stata tradita. La libertà di caricare contenuti è diventata un enorme serbatoio di lavoro gratuito e invisibile. Pochissime corporation si sono arricchite sulla creatività di una massa di utenti contenti di racimolare “like” e indifferenti all’idea di un compenso. Anzi, convinti di non averne alcun diritto.
Perché nell’economia della condivisione si spartisce tutto tranne che il denaro. Siamo nell’era del “tutto gratis”: articoli, foto, video. Ma gratis non significa senza valore. Perché Google e Facebook non riconoscono un corrispettivo a nessuno ma sono abili nell’estrazione di valore, che è un modo complicato di chiamare lo sfruttamento.

Ora la domanda è semplice: questo mondo ci va bene? Dobbiamo andare avanti sulla disintermediazione nella creazione di contenuti? Un mondo senza giornalisti (perché tutti sono giornalisti) significa una società libera o ci espone alla manipolazione di false notizie create con scopi politici? Non si tratta di immaginare distopie, stiamo parlando della realtà di tutti i giorni.

Distopie

Oggi Internet è un incubo di monopoli e notizie false, una giungla che arricchisce pochissimi e favorisce la diffusione dell’odio. L’editoria sta rapidamente morendo e la disintermediazione è l’obiettivo di chi vuole disinformare per fini politici.

Una tassa sui link (ovviamente a carico delle corporation) non significa un freno alla lenta agonia degli editori? Per anni Google e Facebook hanno utilizzato contenuti di qualità, incassato denaro e non hanno neppure pagato tasse sui fatturati europei. O lo hanno fatto in una percentuale ridicola.
E se Facebook riconoscesse a un elenco di editori registrati una parte dei guadagni che genera con i loro contenuti, qual è il problema?
Vogliamo continuare a vedere giornali che chiudono, media on line che non pagano i giornalisti, testate innovative come il Guardian ridotte a chiedere l’elemosina, tentativi sempre falliti di aree “premium” e “paywall”?

Certamente l’applicazione di filtri e tasse fa preoccupare tutti. Specialmente se sarà demandata ai singoli stati. In Italia è difficile pensare a qualcosa diverso da una nuova gabbia burocratica, perché non esiste una classe politico-amministrativa in grado di immaginare altro. Però un conto è riflettere su come applicare i principi, altro è contestare l’idea stessa di un intervento pubblico in nome della “libertà”.

Del resto alcune soluzioni ci sarebbero. Dopo anni di pirateria e vera estrazione di valore da banditi, YouTube ha sviluppato Content Id, un sistema che controlla in maniera automatica la violazione del diritto d’autore sui contenuti caricati dagli utenti.
Solo grandi aziende, si dice, hanno la forza e il denaro si sviluppare un sistema del genere. Ma quel codice potrebbe essere requisito e diventare uno strumento pubblico a disposizione di tutti. Sarebbe del resto la restituzione di una parte delle tasse non pagate da Google con giochetti come la sede a Dublino.

Dalla nascita del web, tutti hanno completamente rimosso l’idea di una dimensione pubblica. Internet è cresciuto in un mondo dove tutto è privato e viene regolato – teoricamente – dal mercato ma di fatto da pochi player.

Zuckerberg al parlamento europeo dopo lo scandalo Cambridge Analytica

A questo si risponde con le dichiarazioni “libertarie” del fondatore del web, come fossimo ancora ai tempi di Netscape; con le prese di posizione del partito dei pirati; con la retorica della libertà. Quel tipo di libertà ha fatto il suo tempo. Avrebbe senso se non avessimo bisogno di un reddito. Invece ne abbiamo bisogno e se ne sono accorti anche i fan dell’open source.

Molti di loro ne hanno fatto quasi una religione. Qualche settimana fa, però, Microsoft ha comprato GitHub, il più grande archivio di software libero al mondo. A quel punto qualcuno di loro avrà rivalutato Marx: è un caso da manuale di valore prodotto dalla collettività che produce profitto per una grande corporation.

Il sondaggio

E anche sull’organizzazione del lavoro le cose sono cambiate. Ricordate le premesse? Gli sviluppatori, gli operai del web, erano descritti come nomadi digitali che lavorano in un bar con vista sulla baia di San Francisco, nottambuli senza orari e cartellino, giovani entusiasti con jeans, t-shirt e poster di Steve Jobs alla parete.

Un sondaggio mondiale ci regala la fotografia di una nuova classe operaia del digitale

Stack Overflow è il migliore amico dei programmatori. Tutti gli sviluppatori del mondo cercano lì una soluzione ai loro problemi di coding. Ogni anno Stack Overflow rivolge ai suoi utenti un sondaggio annuale. Quest’anno hanno risposto in 51392. Alcuni dati sono impressionanti.

Lo sviluppatore web (il lavoratore che scrive i codici che fanno funzionare i siti e le app) è al 74% un maschio bianco che vive tra Europa e Stati Uniti. Unica eccezione un 10% di indiani.

Grazie al sondaggio abbiamo l’istantanea di una nuova classe operaia digitale: per l’83% impiegati full time, che lavorano in grandi industrie (addirittura il 14% lavora in società che hanno più di 10mila impiegati, specie negli USA). Il 66% non lavora praticamente mai “da remoto”. Cioè lavora quasi sempre in ufficio. Pensate, c’è più gente che lavora da remoto in Italia che negli Usa. In India sono solo il 9%.

 

Percentuale di sviluppatori che lavorano sempre da remoto
Italia 13.6%
USA 12.8%

E infatti il neofordismo arriva proprio dal paese ne aveva celebrato il funerale: negli Usa c’è solo un 6% di free-lance, contro il 10% di Francia e Germania. Sapete cosa apprezzano di più i neo-impiegati? “Days off”: per il 57% la cosa più importante sono le vecchie vacanze. Il lavoro 24/7 ha stancato tutti. Anche i salari sono all’insegna dell'”aurea mediocritas”, una media di 50mila dollari l’anno. Le differenza tra Usa e India, però, sono notevoli. La media corrisponde alle paghe europee, un Web developer in Francia prende 38mila dollari l’anno. Il 44% si sente di essere “piuttosto sottopagato”, il 36% pagato il giusto.

Web developer (salario lordo annuale)
USA $90,000
Francia $38,871
India $7,341

Quindi negli USA Steve Jobs e il suo sogno hanno lasciato il posto a un impiegato novecentesco che si accontenta dello stipendio e si gode le ferie. In Europa però, dovremmo ancora dare retta al mito del tutto gratis e dell’autoregolazione della rete.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.