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Buon 1994. Come non ripetere con Salvini gli errori fatti con Berlusconi

     

L’11 maggio del 1994 Silvio Berlusconi diventava per la prima volta presidente del Consiglio, anche grazie a 109 voti del Movimento Sociale Italiano. Alleanza Nazionale non c’era ancora: sarebbe nata solo sette mesi più tardi.
L’imprenditore anticomunista che aveva narcotizzato il paese con la tv commerciale era il nemico perfetto per la sinistra. Per i suoi detrattori, raccoglieva i frutti del suo monopolio televisivo con un voto “teleguidato”.
La partecipazione del Msi al suo governo era la prova di un nuovo fascismo alle porte, questa volta caratterizzato dagli spot anziché dal manganello. Bisognava avviare una nuova resistenza, qualcuno parlava di “risalire sulle montagne”, unico modo per abbattere il nemico totalitario.
Per vent’anni gli avversari di Berlusconi non si sono preoccupati di idee, programmi o di un’Italia diversa da costruire. Bastava il nemico a definirli, a farli esistere, a unirli.
Lentamente la tattica prevalente, dopo i primi propositi bellicosi, è diventata quella di dare addosso al nemico in ogni modo, anche a costo di perdere l’anima.

“Berlusconi non è un vero liberista”, perché opera in regime di monopolio, si diceva. “È contro la legalità”, perché è sotto processo. “Il conflitto di interessi” diventerà una vera ossessione, il centro delle politica delle opposizioni. Così il rispetto della legge e del mercato sarebbero diventati – lentamente e inesorabilmente – pensiero unico.
Contro Berlusconi si imbarcarono comici, personaggi di destra, il 75enne Enzo Biagi, un arrogante giornalista allievo di Montanelli, Montanelli in persona. Sì, quello che scrisse “Faticai molto a superare il suo odore” a proposito della moglie quattordicenne “presa in leasing” in Africa durante il fascismo. Ecco, quella persona diventava il campione contro il nuovo fascismo.

Oggi si ripropone la stessa situazione. C’è un nuovo nemico: volgare, xenofobo, abile nella comunicazione. Un nuovo Berlusconi. I suoi avversari sanno che possono riproporre il vecchio repertorio. Pensano che questo governo prima o poi crollerà: e sarà il Pd a prenderne il posto. Senza il minimo sforzo.
Così come attaccavano Berlusconi come falso liberista, oggi danno addosso a Salvini come inefficace barriera all’emigrazione (“Siamo noi che li abbiamo fermati grazie a Minniti e ai suoi accordi coi libici”).

Per non ripetere gli errori del passato, sarebbe meglio pensare meno a Salvini e più a cosa (non il partito, ma l’ideologia) lo sostituirà. Altrimenti rivivremo nuovamente il passato, quando sui migranti spesso i ruoli si invertirono. Per esempio, il governo Berlusconi fece la più grande sanatoria dell’età repubblicana (con la Lega nella coalizione) e il governo Prodi si macchiò della strage della nave albanese Kater I Rades.

Cosa fare? Il primo passo potrebbe essere uscire dal frame di Salvini, che oggi usa le tecniche della comunicazione social come nessun altro in Italia (peraltro copiando i russi e i consulenti di Trump). Poi mettere insieme qualche straccio di idea. E dare coerenza alle idee.
Per esempio: gli italiani sono all’improvviso impazziti? Sono diventati cattivi e xenofobi senza una ragione? Sono “analfabeti funzionali” e noi colti e buoni? L’unica soluzione è “andare via” da questo paese? (Si dicevano le stesse cose quando vinse Berlusconi).
Ma davvero vogliamo conquistare i voti di un elettorato che disprezziamo?
E se inziassimo a ragionare su altro? Per esempio, l’austerità e il debito. Il ruolo dell’Europa. La distribuzione della ricchezza. La prima cosa da fare.

Non è forse nato tutto da qui, dall’enorme trasferimento di ricchezza verso una percentuale ridicola della popolazione? Vogliamo continuare così? Che prospettiva diamo a chi oggi entra nel mondo del lavoro? Gli diciamo: hai di fronte decenni da schiavo ma poi, un giorno, i nostri conti saranno a posto?
La prospettiva che offriamo è questa, una vita di lacrime e sangue in cambio di un ordine contabile, la cui necessità sfugge ai più. Che su questo un popolo vada fuori di testa, pronto a consegnarsi a chi indica un nemico, è del tutto normale.
E ancora: cosa facciamo della tecnonologia? Lasciamo tutto il controllo a poche grandi aziende, che hanno interesse solo a moltiplicare i profitti, pure se sono anche fake news cariche di odio a garantirli?

Possiamo – sapendo quanto sforzo richiede – provare a rispondere a queste domande. Oppure rimanere nel cerchio tracciato da Salvini (e dai suoi preparatissimi consulenti), postando ossessivamente articoli che dimostrano che la vita del migrante non è una pacchia; che abbiamo bisogno di loro altrimenti i lavori che non facciamo più rimangono scoperti; che gli altri paesi poveri ne accolgono di più (indico le tre cose più fastidiose del frame “ruspe o biberon”); oppure che un ministro serio non fa i selfie; etc. etc .
Un meccanismo insensato che rafforza il nemico. Come quando in tanti si misero a taroccare i primi manifesti di Forza Italia (“Meno tasse per tutti”, ricordate?) convinti di combattere Berlusconi e invece ne moltiplicavano il messaggio. Da allora sarebbero stati vent’anni di potere.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.