Black Friday. Quando il cittadino diventa consumatore perde ogni diritto

  L’Unione Europea punta ai diritti dei consumatori mettendo in secondo piano quelli del lavoro. Anche l’attivismo si muove in questa direzione. Giornate come il “Black Friday” mettono in evidenza questa contraddizione
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«Non avresti preso quel vestito in un negozio. Non accettarlo neanche online. È un tuo diritto cambiare idea».

A metà del 2020 l’Unione Europea lancia una campagna pubblicitaria sui  diritti dei consumatori. Tra questi spicca la “libertà di restituire” una merce ordinata online. Nell’immagine che accompagna la pubblicità, una donna è sconvolta a causa di uno sformato vestito fucsia, evidentemente acquistato a distanza.

Il consumatore è generalmente contento di questi nuovi diritti. Anche se la sua superficialità nel fare l’ordine si scaricherà su un’azienda che molto probabilmente farà pesare il disagio sul lavoratore. Il recesso, la portabilità, la facilità nel disdire contratti sono oggettivamente comodi. Ma portano precarietà. Se tu azienda hai una base di clienti che può mutare nel giro di poche ore, come potrai assicurare contratti a tempo indeterminato ai dipendenti?

Ovviamente l’Unione Europea non protegge i diritti di lavoratori con uguale intensità. È ormai uno spazio dominato dal fondamentalismo neoliberista, in cui il compito dello Stato è assicurare – in modo autoritario – il “libero” dispiegarsi della forze di mercato.

Così i diritti diventano quello alla pubblicità veritiera, alla sicurezza dei prodotti, alla trasparenza bancaria, alle clausole corrette e al recesso in quattordici giorni.

Diritti “obsoleti”

Una nuova “costituzione materiale” europea che sostituisce i vecchi “obsoleti” diritti a ferie, malattie, pensione, riposo e giusto salario. Non saranno le istituzioni a preoccuparsene ma un mercato che rispetta genericamente regole di trasparenza e uguali opportunità di partenza.

Le conseguenze sono enormi. Anche nell’azione politica. Se il consumo è centrale allora anche l’attivismo si adegua. Il consumerismo afferma che  «si vota facendo la spesa», che «di fronte a uno scaffale possiamo cambiare il mondo» e ancora che «le nostre piccole scelte si sommeranno a quelle degli altri ottenendo il cambiamento».

Non è del tutto sbagliato. Si possono raggiungere obiettivi con campagne organizzate e sicuramente c’è il vantaggio di vedere un piccolo risultato nell’immediato. La politica, al contrario, appare sempre più lontana, “tecnica”, in mano a banchieri e alla finanza, dominata da principi che non è possibile mettere in discussione.

Ma il bilancio di trent’anni di “consumerismo“ non è positivo. Purtroppo  l’opzione politica rimane fondamentale. Produce molto più cambiamento un decreto attuativo di una campagna online di consumatori. Ma il primo è invisibile nella genesi e negli effetti. Il secondo è rilanciato da reti che passano dall’entusiasmo iniziale alla frustrazione per gli effetti inesistenti sulle nostre vite.

Purtroppo, non solo il “consumo critico” non ha coinvolto le masse, ma spesso rimane nella sfera dell’individuo: posso comprare buon cibo biologico per mangiare meglio e proteggere la mia salute, ma questo non incide sullo sfruttamento dei braccianti.

È anche un lavoratore

Tornando all’attualità, vale la pena ricordare che il consumatore in attesa del black friday come festa laica del superfluo a basso costo è anche un lavoratore. È facile dimenticarlo di fronte alla home page di Amazon ma è così.

Oggettivamente, il grande capolavoro del capitalismo contemporaneo non è la contrapposizione tra precari e garantiti o tra migranti e residenti ma quella – inedita – tra l’essere umano e sé stesso. Così l’uomo consumatore è in competizione e si scontra con l’uomo lavoratore. Anche se si tratta della stessa persona.

Il presupposto fondamentale del liberismo è proprio la libertà del cittadino-consumatore. Purtroppo, le nostra scelte non sono affatto libere. 

Per prima cosa dipendono dalle informazioni che abbiamo a disposizione,  spesso insufficienti per una scelta consapevole.

Ma anche con tutte le informazioni del mondo, la nostra libertà deve fare i contri col tempo e col denaro.

Se ogni santo giorno mi fanno fare straordinari, magari non pagati, per forza di cose preferirò il centro commerciale aperto fino a tardi anziché il mercato dei contadini in funzione solo la mattina. 

Se devo mantenere due figli con un salario fermo a dieci anni fa o con gli introiti variabili di una partita Iva, meglio il più vicino dei discount rispetto al raffinato bio.

L’ideologia del consumo critico è spesso presentata come anti-sistema. Ma anche una multinazionale della Grande Distribuzione Organizzata come Carrefour l’ha inserita nelle sue campagne di marketing. «Con forchetta e coltello hai il potere di cambiare il mondo», recita una pubblicità del 2020. All’interno dei supermarket alla moda il consumatore può scegliere tra prodotti di stagione o di serra, biologici o chimici, locali o provenienti da un altro emisfero, coltivati dai contadini o confezionati dalle industrie.

Queste opzioni conferiscono l’illusione di contare qualcosa. In realtà stiamo solo per essere incasellati in uno dei tanti segmenti di mercato.

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