Nell’immaginario collettivo, gli albanesi non emigrano più perché sono diventati benestanti. Nella realtà, continuano a partire ma snobbano l’Italia. I numeri certificano la morte del mito italiano nell’unico paese del mondo in cui resisteva

     

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Che fine hanno fatto gli albanesi? Nel 1991, quando la nave Vlora sbarcò a Bari, sembrò che dovessero “invaderci”. Nel 1997, in seguito al blocco navale deciso per “proteggere” le nostre coste, la marina italiana affondò una nave carica di migranti. Negli anni tanti albanesi – persino ballerini e studenti – sono stati espulsi e deportati senza complimenti.

Oggi l’Albania – come dimostra il caso della nave Diciotti – vuole apparire  un paese di accoglienza, dove la crescita economica ha cancellato le fughe di massa. Ma è davvero così?  Il nuovo presidente – il visionario artista Edi Rama – ha ridisegnato la capitale. Sarebbero 20mila gli italiani che lavorano e studiano nel paese delle Aquile. Anche se quelli registrati ufficialmente sono meno di 2mila. Molti di loro aprono imprese: “Qui non ci sono tasse e sindacati”, dissero i politici locali per attirare investimenti.

Gli albanesi sognano gli Stati Uniti ma vanno in Germania

Eppure oltre centomila albanesi hanno fatto domanda d’asilo negli ultimi tre anni. Sognano gli Usa e vanno in Germania. Appena l’1% ha scelto l’Italia.  Rimangono le ferite aperte: nascono ovunque studi legali “Espulse Schengen” per chi vuole viaggiare cancellando le tracce di precedenti espulsioni.

Sotto i trent’anni, nessuno parla italiano, tutti inglese (prima era il contrario). Il mito italiano non è esiste più: “Meglio un titolo all’ultima università privata di Londra che una laurea alla Bocconi”, dicono.

Un mural nel quartiere Block di Tirana

Ieri ci hai salvato!

TIRANA – “Italia! Ieri ci hai salvato e oggi siamo pronti a dare una mano”. Con un tweet del 25 agosto Ditmir Bushati, ministro degli Esteri dell’Albania,  proponeva di accogliere 20 degli oltre 100 profughi bloccati nel porto di Catania sulla nave Diciotti.

Secondo Fatos Lubonja, storico oppositore confinato dal regime di Hoxha, il governo ha voluto dimostrare che l’Albania non è più un paese di emigrati, ma terra d’accoglienza.

I numeri, però, dicono il contrario. Gli albanesi partono ancora. Hanno solo cambiato destinazione. Dal 2015 al 2017, sono  117.408 le richieste di asilo nel territorio dell’Unione. Interessante la distribuzione: la gran parte in Francia e Germania (qui i richiedenti albanesi sono la seconda comunità dopo i siriani), appena l’1% in Italia: poco più di mille.

Sono le cifre che certificano la fine di un mito. Il paese sognato guardando le tv Mediaset, la lingua imparata sulle note di Toto Cutugno, il canale d’Otranto come porta (spesso mortale) per una vita migliore fanno parte del passato.


Richieste di asilo di albanesi nel 2016

Dati Eurostat



Richiedenti asilo albanesi per anno

Fonte: Unhcr

20178864
201627939
201567432
201417144
201311349
20127726
20113360
20102227
Totale146041

“Negli ultimi dieci anni il sogno degli albanesi è diventato l’America, tutta la nazione applica alla lotteria per la Green Card”, dice Elsa Lila, cantante nata a Tirana che dal 1997 vive a Roma.

“Soltanto 500 persone vincono. Al  Bronx ci sono una tv e una radio albanese, cioè un appartamento in cui parlano notte e giorno la nostra lingua. In Albania le persone più anziane parlano italiano,  i giovani preferiscono l’inglese. Snobbano l’Italia, chi ha studiato alla Sapienza è uno “sfigato”, quello che conta è l’Inghilterra o New York. Vale più una laurea nell’ultima università privata di Londra che alla Bocconi”.

Eppure Elsa Lila, come dice il ministro degli Esteri, è davvero una che è stata salvata dall’Italia. In un bar di San Lorenzo, ricorda le tappe della sua vita e – di conseguenza – il rapporto tra i due paesi che ama di più.

La nuova Piazza Skanderberg a Tirana

Sommersi e salvati

Un elicottero della Marina italiana scende sullo stadio di Tirana. Undici persone salgono rapidamente. Tra queste c’è una ragazza di 16 anni che tutti conoscono perché ha appena vinto il Festival della canzone albanese. In basso, si sente l’eco degli spari. 

Il mezzo si alza in volo e atterra sulla San Marco in navigazione verso Bari. Una pallottola ha strisciato il serbatoio, qualche centimetro più un là e sarebbe esploso. Dopo l’atterraggio, tutti si rendono conto di essere vivi per miracolo.

Era il 1997. L’Albania viveva il periodo più drammatico della sua storia recente. Il fallimento delle “imprese a piramide” aveva consegnato il paese alle bande criminali. Una guerra civile. L’Italia di allora sembrava davvero la terra promessa.

La famiglia Lila riesce a lasciare un paese in fiamme grazie all’intervento italiano. Appena sei anni dopo, Elsa sarà al Festival  di Sanremo, scenderà le scale dell’Ariston con l’aiuto di Pippo Baudo per poi cantare un brano dal titolo “Valeria” .

Elsa Lila al festival di Sanremo 2003

Deportati

Elsa – come molti albanesi – ha conosciuto il volto nobile dell’Italia ma anche il suo lato oscuro. È la memoria storica dei rapporti tra i due paesi. Ricorda che per anni gli albanesi sono stati sporchi e delinquenti. Il riscatto iniziò ballando per Maria De Filippi. “Ho voluto dimostrare che gli albanesi non sono solo ladri ma anche bravi ballerini”, disse nel 2005, quando il presidente albanese Alfred Moisiu le consegnò una medaglia “per il contributo dato a un’immagine positiva dell’Albania”.

Era il periodo in cui Kledi Kadiu ballava ad “Amici”. Nulla di strano, in realtà. L’Albania socialista era un paese dove mancavano le patate, ma dal punto di vista culturale non era terzo mondo. La musica e la danza venivano insegnati ai ragazzi, i teatri si ispiravano alla scuola di ballo della Russia.

Numero di residenti albanesi in Italia, per anno (Istat)

I ragazzi guardano la televisione italiana, imparano la lingua, sognano di partecipare ai loro programmi preferiti. Ma per l’opinione pubblica italiana sono un pericolo.

Oggi c’è una relativa liberalizzazione, l’Italia concede il visto con più facilità ma chiede garanzie. Fino a poco tempo fa, occorreva provare di avere 5mila euro in banca, “un’assicurazione pesante per un paese dove lo stipendio medio è di 200 euro”, commenta Elsa. “C’è chi vuole fare un viaggio di tre giorni, pranzare con i familiari e tornare”, spiega. “Ma a queste condizioni era impossibile per tanti”.

Solo l’1% dei richiedenti asilo albanesi ha scelto l’Italia

Nulla di paragonabile al passato, però. Dal suo osservatorio tra San Lorenzo e Sapienza, ha visto gente letteralmente deportata. “Il caso peggiore è quello di Julian, uno studente, il permesso di soggiorno era scaduto per ritardi burocratici, non era colpa sua. È stato fermato vicino l’Università dalla polizia, rispedito in poco tempo in Albania. Non ci credevamo, era un ragazzo pulito, non è riuscito più a tornare, neanche vuole più tornare. Ma dopo che conosci il mondo fuori è dura rimanere in Albania”.

Poi racconta un altro caso, più personale: “Mia nonna non ha mai ottenuto il visto, non ha cercato scorciatoie, voleva solo venire a trovarmi a 70 anni, non ci è riuscita. È morta prima”.

La moschea in costruzione nel centro di Tirana

Espulsi Schengen

Gli albanesi non hanno chiuso i conti con l’emigrazione. La prova sono le insegne con la bandiera dell’UE e la scritta “Espulse Schengen”. Un quadrato di plastica bianca e blu che ormai appare in ogni angolo del paese. Sono studi legali che offrono un solo servizio: la cancellazione dal database del Sistema Informativo Schengen (SIS), l’archivio unico delle impronte digitali registrate alle frontiere dell’Unione.

Insegna di uno studio legale che offre la cancellazione delle impronte.

“Molti degli nostri clienti sono stati espulsi dal territorio Schengen per motivi di rifiuto di asilo oppure superato i 90 giorni di soggiorno permessi dal loro visto. I casi più frequenti  sono in Germania e Francia. Pochi dall’Italia”, ci dice l’avvocato Idlir Tivari, titolare di uno studio legale a Tirana.

Dopo quattro anni l’espulsione decade, ma la cancellazione non è automatica. Occorre un’azione legale più o meno complicata. C’è anche chi chiede la cancellazione “prima del termine per motivi di lavoro, per ricongiungimento familiare oppure per motivi umanitari”, spiega Tivari.

Italiani in Albania

“A Tirana l’elettricità andava via ogni giorno”, ricorda Lila. Il nuovo presidente – il visionario artista Edi Rama – ha ridisegnato la capitale. “Tirana è più pulita, l’acqua c’è, non manca l’energia elettrica ogni tre ore come prima. È un cambiamento che riguarda di un milione di persone su tre milioni di albanesi. Altri dieci milioni sono all’estero”.

Chi è stato a Tirana una decina di anni fa ricorda traffico impazzito e disordine urbanistico. Oggi vede una città dinamica, dove piste ciclabili, vitalità degli abitanti, case colorate, esperimenti d’arte e persino gruppi di turisti in processione raccontano una tensione verso il futuro che si fa fatica a vedere in Italia. E infine una cosa semplice e d’impatto: le facciate colorate dei palazzi che hanno sostituito il grigio dominante.

Alessandro Leogrande
La nuova piazza Skanderbeg completamente pedonalizzata

Le contraddizioni, tuttavia, non mancano. Lo stesso Rama ha presentato il suo paese come un posto con poche tasse e senza sindacati. Il modello è lo stesso dei tempi di Berisha: attirare le imprese col basso costo del lavoro. Con lo sviluppo economico, però, aumenta il costo della vita. Così in tanti preferiscono ancora partire. 

“Con un passaporto europeo e uno stipendio in euro l’Albania può essere un paradiso, tanti imprenditori stranieri si innamorano sinceramente del paese e non tornerebbero indietro”, dice Nicola Predazzi – esperto di Balcani – su Pangea.

Per tutti gli altri, la strada è sempre la stessa. Sacrifici, rimesse dall’estero, visti e permessi di soggiorno.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.