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Agromafia: infiltrati o partner del mercato?

mercato

L’impresa mafiosa è una forma estrema di quella capitalistica. Prolifera dove mancano i diritti, in particolare nel mondo agricolo. È raccontata in una versione minimalista (“le infiltrazioni mafiose”) oppure apocalittica (“la mafia controlla tutto”). A volte è associata a sproposito al caporalato.
Ma sempre più spesso è premiata dal mercato semplicemente perché – in termini capitalistici – è quella che funziona meglio

Introduzione

L’agricoltura è uno dei settori dove l’impresa mafiosa è sempre più invadente. Nel linguaggio giornalistico, questa presenza viene generalmente definita come infiltrazione. Un termine non neutrale che rimanda a un problema esterno, che può essere raccontata in una versione minimalista (“le infiltrazioni mafiose”) oppure apocalittica (“la mafia controlla tutto”).

In entrambe le ipotesi, il problema rimane esterno. Negli Usa, la cultura Wasp (White Anglo Saxon Protestant) rappresentava la criminalità organizzata come alien conspirancy,  per indicare che è arrivata con gli immigrati: italiani, irlandesi, ebrei. C’è una parte di verità. Ma un qualunque film di Scorsese fa capire che non è così semplice. La società americana non era innocente ma pronta ad accogliere al suo interno un organismo brutale ma a suo modo efficiente e inserito nelle dinamiche dell’economia capitalista.

Due criteri

Dobbiamo ricordare che un’impresa si definisce mafiosa in base a due criteri: uno soggettivo e l’altro oggettivo.

  1. Un’azienda può essere mafiosa quando è riconducibile a un soggetto criminale.
  2. Oppure quando usa il metodo mafioso, in particolare l’uso strumentale della violenza, effettiva o minacciata.

Un esempio concreto. Un grande gruppo tedesco come Despar, almeno per un determinato periodo e secondo gli atti dei magistrati, ha affidato a una impresa mafiosa del trapanese i suoi punti vendita. Perché ha fatto questa scelta? Le risposte possibili sono tre.

  1. Non si sono accorti dell’elemento mafioso dell’impresa.
  2. Sono stati costretti tramite pratiche coercitive (violenza effettiva o minacciata).
  3. Il mafioso non si è presentato come criminale ma da imprenditore fortemente concorrenziale.

In via generale, il mafioso si presenta come partner appetibile e credibile. Offre prezzi competitivi, assicura l’assenza di problemi sindacali e con garantisce una liquidità senza pari rispetto alle imprese “ordinarie”.

L’impresa mafiosa è una forma estrema di azienda, ma non è estranea a questo sistema. Spesso è persino richiesta. Altrimenti sarebbe già sparita. La storia dell’antimafia è piena di denunce del pizzo fatte da piccole aziende. Molto raramente da grandi imprese, che sarebbero infinitamente più tutelate.

La storia dell’espansione criminale nel Nord Italia è costruita su queste vicende. Aziende riconducibili a mafia, camorra e ‘ndrangheta che diventano partner affidabili di rispettabili imprenditori emiliani, lombardi, piemontesi. Difficile pensare a una costrizione di massa. Più facile immaginare un reciproco tornaconto.

Non è un caso che, nel settore della logistica, le grandi aziende tra Milano e Piacenza hanno sempre minacciato di delocalizzare durante gli scioperi dei lavoratori, ma non hanno mai detto nulla sulla presenza straripante di camorra e ‘ndrangheta nelle cooperative in subappalto [1].

Il modello californiano

Veniamo all’agricoltura. Nonostante si parli da anni di “filiera corta”, oggi i passaggi dal campo al bancone del supermercato sono numerosi. Spesso sono caratterizzati da intermediazioni parassitarie.

Il modo di produzione, in tutta l’Europa del Sud, ha le stesse caratteristiche:

  1. uso intensivo di manodopera migrante altamente ricattabile (a causa di status giuridici precari e assenza di diritti stabili riconosciuti);
  2. situazioni abitative al di sotto degli standard minimi della dignità umana (tuguri fatiscenti, tendopoli senza riscaldamenti, baraccopoli, container, …);
  3. bassa intensità di capitale e alta intensità di lavoro;
  4. “cultura imprenditoriale” basata sulla diffidenza, l’illegalità e l’insofferenza alle regole;
  5. necessità di forza lavoro molto flessibile, specie nelle raccolte (pomodoro, arance, frutta, vendemmia) per brevi periodi di tempo;
  6. manodopera organizzata in squadre e capisquadra, con conseguente ricorso al caporalato;
  7. luoghi di lavoro estremi (stalle, serre, campagne isolate, spesso in stato vera segregazione);
  8. violenza endemica: mancati pagamenti e minacce; aggressioni fisiche; razzismo violento di matrice criminale;  riduzione in schiavitù; persino sfruttamento sessuale.

Si parla di modello californiano perché già negli anni ’30 l’agricoltura in quell’area presentava alcune delle caratteristiche indicate. In un contesto del genere – sistematicamente fondato sull’illegalità e sulla sopraffazione – l’impresa mafiosa si inserisce benissimo.

Gli invisibili

Dal sud della Spagna alla Grecia, fino in Puglia, Sicilia e Calabria, tutta l’Europa mediterranea produce in condizioni di grave sfruttamento i prodotti ortofrutticoli destinati in gran parte ai mercati del Nord.

Oggi il modello si estende e non risparmia regioni un tempo immuni come ad esempio il Piemonte. Quella che è descritta come un’emergenza umanitaria – ghetto di Rignano (Foggia), baraccopoli-tendopoli di Rosarno (Reggio Calabria), area di Saluzzo (Cuneo) etc. – è in realtà il frutto di un vero e proprio sistema di produzione [2].

Eppure, secondo la retorica umanitaria le vittime dello sfruttamento sono “gli invisibili”, “gli schiavi”, “i disperati”. La questione del lavoro migrante in agricoltura è affrontata quasi sempre all’insegna del paternalismo. Ma gli invisibili delle campagne esistono davvero. Ciò che davvero rimane nell’ombra è il sistema di produzione e i suoi protagonisti.

Il mercato e le imprese mafiose

Grandi compratori di prodotto, multinazionali del pomodoro o del succo di frutta, padroni dei vigneti pregiati, grande distribuzione. I capi dei mercati ortofrutticoli e dei centri di raccolta. A un livello più basso i piccoli produttori. E, infine, i braccianti. Una filiera articolata e piena di contraddizioni.

In quale livello del mercato si inseriscono le imprese mafiose? Commercio e trasporto sono i settori più “a rischio”. Il gommato è storicamente controllato in molte regioni da imprese criminali.

L’impresa mafiosa presenta – rispetto al calcolo economico e al mercato – tre caratteristiche:

  1. economicità del prodotto;
  2. assenza di sindacato;
  3. basso costo del lavoro.

Il brodo di coltura è la diffidenza nei confronti delle regole condivise. I tentativi di premiare le aziende che rientrano nella legalità, come avvenuto per esempio in Puglia, sono generalmente falliti. Pochissimi sono i padroni che aderiscono, evidenziando che lo sfruttamento e la violazione delle regole sono un’abitudine che non si scalfisce con gli “incentivi”.

Il caso di Latina

L’aspetto più spaventoso è la normalità della violazione di regole, l’impresa ordinaria che diventa sempre più “mafiosa”. Nel sud del Lazio, incredibilmente, si segnala che l’azienda legata alla camorra è più attenta di altre al rispetto delle regole per evitare controlli e indagini sui patrimoni [3].

La ditta “onesta”, invece, usa manodopera gratuita grazie alle surreali leggi in vigore che costringono a partire con un contratto di lavoro in mano. La conseguenza è che “i datori di lavoro e gli intermediari chiedono al lavoratore cifre ingenti (dai quattro ai seimila euro) per la stipula di un contratto di lavoro indispensabile per il rilascio e per il rinnovo del permesso di soggiorno. Se il lavoratore non dispone di tali cifre, è costretto a lavorare senza percepire alcun compenso fino a sanare il debito contratto” [4].

Sono soprattutto i lavoratori del Punjab le vittime di questo traffico. E sono gli stessi che in queste condizioni producono gli ortaggi che andranno a finire nei punti vendita della Capitale. I due grandi mercati ortofrutticoli locali, Guidonia e Fondi, sono noti il primo per il caso di minori egiziani sfruttati; il secondo per le forti presenze della criminalità organizzata.

La filiera mafiosa delle arance

“L’imperio mafioso parte dalle campagne e arriva nei mercati”, dice Giuseppe Lavorato, ex sindaco comunista del paese. La sua solitaria denuncia troverà conferma anni dopo negli atti delle operazioni All Inside e All Clean dei magistrati di Reggio Calabria. Dal conferimento delle arance al confezionamento, dalla plastica al cartone, dalle pompe di benzina al trasporto su gomma tutta la filiera era sotto controllo. E gli africani sono stati gli unici a ribellarsi [5].

 ‘U pirata, u testuni, u pacciu, u babbu, u ballerinu sono i soprannomi degli esponenti della ‘ndrina Pesce, spesso ereditati di padre in figlio. I nomi fanno sorridere, gli uomini no. I Pesce sono una delle dinastie mafiose di maggior rilievo del panorama mafioso calabrese. Con i cartelli messicani e colombiani si occupano di traffico internazionale di cocaina, agevolavano ditte cinesi per far arrivare merce contraffatta nel porto di Gioia Tauro, hanno provato a clonare il modello criminale calabrese fondando in Basilicata il clan dei “Basilischi”. A Rosarno controllavano tutto, dalle pompe di benzina alla locale squadra di calcio. Un territorio relativamente ricco – grazie all’agricoltura –  è stato lentamente e inesorabilmente prosciugato.

“Negli anni ‘70 la ‘ndrangheta ha allontanato dai nostri paesi i commercianti che pagavano il prodotto ad un prezzo remunerativo, per rimanere sola acquirente ed imporre il proprio basso prezzo”, denuncia Lavorato.

Dopo l’operazione All Clean del 2012, la denuncia dell’ex sindaco ha trovato una conferma inequivocabile. Alcune delle aziende sequestrate, infatti, permettono di ricostruire la filiera delle arance nel rosarnese: una cooperativa per la raccolta e la commercializzazione, cinque ditte di trasporti, due di imballaggio in plastica e in cartone.

Naturalmente, prima di procedere alla confisca, la magistratura dovrà accertare l’effettiva disponibilità delle aziende alla ‘ndrina. In più c’è una catena di supermercati, che non è stata sottoposta a sequestro. Ma è lo stesso Antonino Pesce a spiegarne la genesi al figlio: “L’ho creata io, 30 anni fa”. Così si legge nelle intercettazioni. Difficile in questi anni non conferire gli agrumi, ordinare cassette, vendere il prodotto a ditte che non fossero nell’orbita dei Pesce.

I mafiosi si arricchivano, i piccoli produttori diventavano sempre più poveri e gli africani dormivano d’inverno in fabbriche abbandonate col tetto sfondato. Poi il 12 dicembre del 2008 un rapinatore ferisce due ivoriani. Poche ore dopo gli africani danno vita alla prima rivolta pacifica e vanno dai carabinieri a descrivere l’uomo. Sarà arrestato dopo poche ore. Molti dicono che è un balordo. Nell’aprile del 2011 verrà rinviato a giudizio insieme agli affiliati del clan Pesce.

Definizione

È interessante definire l’impresa mafiosa come forma estrema di quella capitalistica. Che si estende e prolifera dove mancano i diritti. Una generica cultura della legalità e delle regole del mercato oppure la prevalenza dell’azione repressiva scalfiscono alcuni problemi ma non eliminano il terreno di coltura dei criminali: la possibilità di esercitare la sopraffazione sul più debole.

Zone ritenute immuni sono sempre più controllate non solo da imprese mafiose, ma dal metodo mafioso. L’azione della società civile, prima fra tutte la difesa dei diritti del lavoro, può fermare questo virus. Sempre che sappia riconoscerlo.

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[1] Per approfondire l’argomento v. www.terrelibere.org/tag/logistica

[2] Si veda per esempio questo archivio: http://www.terrelibere.org/tag/migranti_lavoratori/

[3] MEDU, “Terra ingiusta”, Rapporto sullo sfruttamento in agricoltura, Roma 2015

[4] Medu, cit.

[5] Per approfondire, A. Mangano, Gli africani salveranno Rosarno, terrelibere.org 2009

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.

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