Mentre il governo Berlusconi vuole risolvere la questione meridionale vendendone le spiagge, una serie impressionante di attentati ed intimidazioni brucia enti ed imprese del Sud, specialmente in Calabria, ed in particolare a Nardodipace, dove un atto di particolare gravità mette in evidenza una situazione gravissima minimizzata da una classe politica inadeguata. Nel frattempo, in attesa di un’alternativa, l’emigrazione è ripresa con ritmi da anni ’50…

     

E’ la notte del 25 aprile, sessantesimo anniversario della Liberazione. Siamo a Nardodipace, il comune che gli istituti di statistica descrivono come il più povero d’Italia. Secondo alcuni dati, è anche il più povero d’Europa.

Un incendio viene appiccato allo stabilimento della “Cassarese – specialità artigianali”, che risulterà interamente distrutto.

La ditta era stata costruita a fatica da alcuni giovani del luogo, ed era stata avviata da poco. Si occupava di produrre dolci usando prodotti locali.

Una corsa ad ostacoli

Facciamo un esempio. Voglio produrre dolci e merendine. Siamo nel comune più povero d’Italia. Il mercato è limitatissimo, le banche non ti concedono prestiti. Le vie di trasporto sono disastrate, la Salerno – Reggio Calabria è un eterno cantiere (in mano alle cosche), la strada ferrata è punteggiata dagli incidenti e i treni deragliano al primo smottamento (Favazzina, marzo 2005, 3 feriti: è l’ultimo esempio).

A questo ci aggiungiamo il mercato mondiale, la globalizzazione, la concorrenza delle multinazionali, le strozzature della grande distribuzione, l’euro e la crescita folle dei prezzi.

Sommiamo infine i servizi inesistenti per le imprese, una forza lavoro che ricomincia ed emigrare a ritmi da anni ’50, una classe politica che nella grande generalità continua a ragionare in termini clientelari e di piccola speculazione quotidiana, un diffuso fatalismo nel senso comune.

Basta tutto questo? Ipotizziamo che ci sia chi voglia ancora provarci. Cerca a fatica i finanziamenti, riesce a mettere su lo stabilimento, fa le ricerche di mercato appropriate e scopre che c’è qualche possibilità di venere merendine e dolciumi.

Assume i primi operai, altrimenti già col biglietto del treno in tasca per cercare fortuna al Nord.

A questo punto, dopo tante fatiche e con davanti agli occhi la prospettiva di una corsa ad ostacoli nel mercato con poche possibilità di riuscita, ricevi una visita.

Si presentano uno o due signori che si qualificano come amici. Ti fanno capire, con aria insinuante ma con modi gentili, che il mondo è cattivo e pieno di pericoli. La gente violenta è tanta, ma loro sono lì proprio per difendere i laboriosi e gli onesti dalla crudeltà e dai malintenzionati.

Non sono un ente di beneficenza, tuttavia, e necessitano di un compenso per la loro opera utile e disinteressata.

Tu pensi: ho da pagare tasse, stipendi e contributi, oltre che i fornitori. E devo restituire i soldi del prestito. Ho appena iniziato. Bene che vada, vedrò i primi utili tra qualche anno. Ma cosa vogliono questi? Ma chi sono? Perché devo dare soldi a loro prima ancora che alla gente che lavora veramente?

Puoi rispondere in modi diversi, puoi dire un no secco o accampare scuse e difficoltà. Comunque rispondi, loro si offenderanno. Si sentiranno colpiti nella loro sensibilità, perché sono venuti ad offrirti un dono e tu hai rifiutato. Se ne andranno senza dire che poche parole, perché in casi come questi le parole non servono e tu sai già bene a cosa stai andando incontro, te lo dicono i mille ritagli della cronaca nera o i racconti tante volte ascoltati a mezza voce.

Nel momento in cui bruciano tutto, ti distruggono tutto lo stabilimento, non dovrai pensare che ce l’hanno particolarmente con te. Vogliono dare un segnale un po’ più forte a tutti gli altri, magari perché i “no” stanno aumentando, magari per risparmiare qualche parola alla prossima visita alla prossima ditta, magari per ottenere un tono di voce più basso e dimesso per il prossimo racconto che parlerà di loro.

Difendere l’immagine

Quando la trasmissione Report della Rai, all’inizio di quest’anno, ha osato parlare di pizzo ed estorsioni in Sicilia (non dunque di politica, massoneria, o simili…) il presidente della Regione ha protestando chiedendo – ed ottenendo – dalla tv di Stato una trasmissione riparatrice.

La trasmissione radiofonica Zapping ha organizzato una tavola rotonda di “importanti” scrittori e giornalisti siciliani che si dicevano stanchi di questi argomenti ed amabilmente iniziavano a dibattere sul carattere degli isolani e sui libri di Brancati.

In molti si preoccupavano per gli investimenti nell’isola, penalizzati dai filmati di Rai tre. Stranamente, non hanno pensato che un qualunque “continentale” che voglia investire al Sud per prima cosa legge i giornali e le cronache locali, e bastano queste a fargli venire i brividi.

La politica locale, ovviamente non è da meno. Per una curiosa coincidenza, proprio un mese prima dell’incendio alla ditta dolciaria, andava in scena al consiglio comunale di Nardodipace un interessante dibattito, al termine del quale un consigliere di minoranza affermava che il comune risulterebbe «espressamente non coinvolto dal punto di vista territoriale dalla operatività criminale del sodalizio mafioso noto a livello giudiziario e processuale come “Dinasty”».

Si tratta del procedimento giudiziario contro il clan Mancuso, dominatore incontrastato della zona, esperto in traffico di cocaina con la Colombia, dotato di ramificazioni nazionali specie in Lombardia ed internazionali, in Germania, Australia ed America Latina. Uno dei gruppi criminali più potenti al mondo.

Nel dicembre del 2003, all’inizio del processo, venne avviata una «campagna dell`allora presidente della Commissione regionale antimafia Vincenzo Pisano, per la costituzione di parte civile di tutte le amministrazioni della provincia di Vibo”.

Si costituirono tutti i commissari degli enti senza sindaco – molti dei quali sciolti per mafia – e solo tre comuni “regolari”, con delibere dei rispettivi consigli: il capoluogo, Parghelia ed – appunto – Nardodipace.

Al termine di un lungo iter giudiziario, quasi tutte le costituzioni di parte civile degli enti venivano rigettate, dando origine ai “festeggiamenti” della minoranza in consiglio comunale.

Ferme restando le ragioni giuridiche del rigetto – probabilmente fondate – l’atto veniva interpretato in chiave simbolica estendendone il significato da “l’operato del clan non ha prodotto un danno turistico o di altro tipo al comune” a “il clan non ha mai operato sui nostri territori”.

Ipotizziamo pure che tutto sia avvenuto in buona fede e che i politici che minimizzano la questione tengano davvero al buon nome dei loro paesi.

Ma davvero pensate che non occorra fare qualcosa contro lo stillicidio di attentati ad enti ed imprese che sta mettendo a ferro e fuoco l’intera regione?

Ultimo – in ordine di tempo – un incendio appiccato al municipio di Lamezia Terme subito dopo l’elezione del sindaco ds Speranza, ancora prima della convocazione del consiglio comunale.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.