Nei rapporti di alcune ONG internazionali si denunciano le gravi violazioni di diritti umani commessi contro le donne della Repubblica Democratica del Congo. Tra i responsabili i militari della Forza di interposizione delle Nazioni Unite.

     

Una donna viene stuprata da sei soldati, di fronte al marito e ai figli, mentre altri soldati assalgono la sua bambina di tre anni. Una ragazza di 13 anni muore, vomitando sangue, due giorni dopo essere stata brutalmente stuprata da un gruppo di miliziani. Un “peacekeeper” dell`Onu baratta sesso con una donna disperata per due uova.

Queste storie orrende non hanno fine, e vengono dal nuovo rapporto di Human Rights Watch (Hrw), come evidenza della tragedia che continua in questo dimenticato angolo d`Africa: una delle più grandi crisi umanitarie del mondo è largamente ignorata dalla comunità internazionale. Milioni di persone sono morte, disperse, profughe. Decine di migliaia di donne e bambine sono state vittime di aggressioni sessuali.

“Vediamo che nelle zone di conflitto lo stupro è usato sempre di più come un`arma da guerra”, dice Anneke Van Woudenberg, ricercatrice per Human Rights Watch nella Repubblica democratica del Congo. “Non si tratta di occasionali voglie di sesso dei soldati. Lo stupro sta diventando parte della condotta normale di guerra. In questo senso, il Congo non è speciale. Ció che è particolarmente spaventoso è la vasta scala su cui questo succede in Congo”.

Il rapporto di Hrw, rilasciato il 7 marzo, testimonia come i combattenti di ogni gruppo coinvolto nel complicato conflitto in corso in Congo siano colpevoli di violenza sessuale diffusa e come ben poco sia stato fatto per rallentare la violenza o perseguire i responsabili. Lo stupro viene usato per intimidire le comunità è forzarle alla sottomissione, per punirle del sostegno ad altri gruppi e, nelle parti orientali del Congo dove il conflitto è guidato da odio razziale, per terrorizzare i membri di altri gruppi etnici. In alcuni casi qui sono stati stuprati anche uomini e ragazzi. Un`assistente umanitaria ha detto che le donne della regione Ituri (Congo dell`est) potrebbero “scrivere un’intera enciclopedia sull`uso della violenza sessuale”.

Peggio ancora, coloro che sono stati mandati dalla comunità internazionale a proteggere la gente del Congo hanno non solo fallito nel proteggere le donne, ma hanno contribuito al loro sfruttamento. Negli ultimi mesi, la forza di peacekeeping dell`Onu in Congo, conosciuta con la sigla Monuc, si è dibattuta con le numerose denunce che accusano il suo personale di coinvolgimento in stupri e prostituzione infantile.

“I posti in cui sono accaduti i peggiori episodi di violenze sessuali sono gli stessi da cui abbiamo ricevuto le denunce peggiori sul comportamento dei peacekeepers”, testimonia Jane Rasmussen, una delle responsabili del progetto in Congo. “Il fatto è che le donne sono in una condizione di tale degrado che la cosa appare loro quasi normale. Una ragazza mi ha detto, in lacrime, che almeno quelli del Monuc pagano”.

In gennaio, l`Onu ha reso pubblici i risultati delle proprie investigazioni al proposito, e pure concludendo che molti casi specifici non potevano essere controllati, ha attestato che “vi è un modulo di sfruttamento sessuale praticato dai peacekeepers che è del tutto contrario agli standard fissati dal Dipartimento per le operazioni di peacekeeping”.

La guerra civile è terminata ufficialmente, in Congo, circa due anni orsono. Il paese, una nazione vasta quanto l`Europa occidentale, è anche base per la più grande forza di peacekeeping dell`Onu in opera nel mondo.

Ma nonostante questa presenza, e l`insediamento di un governo basato sulla condivisione del potere fra le parti nel 2003, un conflitto mortale per quanto su scala ridotta continua, coinvolgendo milizie e piccoli eserciti, specialmente nella regione di Ituri.

In dicembre, l`International Rescue Committee, una organizzazione non governativa che si batte per i diritti umani, ha diffuso un proprio studio sul Congo, rilevando che circa 31.000 persone continuano a morire ogni giorno, e la maggior parte di esse sono bambini uccisi da cause correlate alla guerra o dalla denutrizione. In totale, l`organizzazione stima che dall`inizio del conflitto nell`agosto 1998 siano morte quasi quattro milioni di persone.

Le violenze sessuali continuano. Il gruppo francese di “Medici senza frontiere”, presente nella città di Bunia (Ituri) teatro degli scontri più recenti, testimonia che 40 fra donne e ragazze ogni settimana cercano aiuto a causa delle violenze subite. Questo avrà fine, dicono a Human Rights Watch, quando gli offensori cominceranno a credere che ci saranno conseguenze per le loro azioni. Ma come il loro rapporto sottolinea, la capacità del Congo di processare gli accusati di violenze sessuali rimane limitata. Fino a che la volontà politica in questo senso non aumenterà, e non vi sarà un maggior supporto internazionale per il sistema legale locale, ben poche donne congolesi hanno speranza di ottenere giustizia.

“Una lezione chiave che abbiamo imparato da queste missioni di peacekeeping è che raggiungono un grado di successo solo se sono in grado di spezzare la cultura dell`impunità, e di far sì che le persone siano responsabili delle proprie azioni, soprattutto nei casi di stupro e di altri abusi dei diritti umani”, dice ancora Anneke Van Woudenberg. Sebbene i gruppi per i diritti umani sostengano che decine di migliaia di donne siano state assalite sessualmente durante gli ultimi sei anni di conflitto, solo una manciata di casi sono arrivati ai tribunali civili locali o a quelli militari.

Persino i peacekeepers raramente sono costretti a rispondere della propria condotta, ammette l`Onu. Secondo il diritto internazionale, essi rimangono sotto l`autorità dei paesi di appartenenza, la maggior parte dei quali ha scarsa volontà politica di punire i soldati per tali crimini, dice Jane Rasmussen.

A Bunia, un tribunale sostenuto da una Commissione Europea, è riuscito a processare dieci persone per violenza sessuale, ed ha altri nove casi pendenti. Sebbene il numero dei processi sia esiguo, Human Rights Watch cita il caso come un esempio di come il sostegno internazionale possa rafforzare il sistema legale del Congo e, allo stesso tempo, di come sia stato fatto veramente poco: il tribunale esistente a Bunia è l`unico del genere in tutto il paese.

Una cosa importante, dicono le organizzazioni umanitarie, è che i comandanti militari siano costretti a rispondere per le loro azioni. I tribunali internazionali in Ruanda ed ex Jugoslavia hanno equiparato lo stupro alla tortura, ed hanno condannato i comandanti che hanno incoraggiato la violenza sessuale come colpevoli di crimini di guerra.

Fermare la violenza e processare i colpevoli di violazioni dei diritti umani in Congo richiederebbe uno sforzo massiccio ed un coinvolgimento su larga scala della comunità internazionale che, dicono sempre i gruppi umanitari, ha lasciato da parte il Congo sia a livello di aiuti, sia a livello di informazione.

Nel 2004, nota l`International Rescue Committee, il mondo ha speso per il Congo 188 milioni di dollari in aiuti umanitari, una cifra che corrisponde a 3 dollari e 23 centesimi per persona, contro gli 89 dollari per persona impiegati in Sudan, e i 138 per persona impiegati in Iraq l`anno precedente.

“Si parla molto di come potremmo sostenere il sistema legale, soprattutto in relazione alla violenza sessuale, conclude Van Woudenberg, E tutti sono d`accordo sul fatto che si tratta di una questione molto importante, ma al gan parlare non stanno seguendo azioni”.

Per maggiori informazioni:

Human Rights Watch – “Seeking Justice: The Prosecution of Sexual Violence in the Congo War”: www.hrw.org/reports/2005/drc0305/

International Rescue Committee – “Democratic Republic of Congo: 3.8 Million Dead in 6 Year Conflict”: www.theirc.org/index.cfm/wwwID/2129

Monuc – Investigation by the Office of Internal Oversight Services into allegations of sexual exploitation and abuse in the United Nations Organization Mission in the Democratic Republic of the Congo: www.monuc.org/downloads/0520055E.pdf

Articolo di Nicole Itano, corrispondente per “WeNews”. Traduzione di Maria G. Di Rienzo. Tratto da: “La nonviolenza è in cammino”, Foglio quotidiano del Centro di ricerca per la pace di Viterbo, N.881, 27.03.2005.

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