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False soluzioni e promesse. Gela, chiude la raffineria

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Il nuovo amministratore esordisce decretando il blocco almeno fino a ottobre. Nonostante l’ottenuta autorizzazione ambientale da parte del Ministero. Nonostante i presunti investimenti da 700 milioni di euro per riconvertire gli impianti. Il bilancio ha un rosso di 750 milioni di euro. I sindacati chiedono il rispetto degli accordi, gli ambientalisti le bonifiche.

     

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Lo scorso 2 luglio, mentre migliaia di fedeli osannavano la Madonna delle grazie, i dirigenti della Raffineria di Gela hanno comunicato ai rappresentanti sindacali la chiusura di tutti gli impianti siti in contrada Piana del Signore. Almeno fino al prossimo ottobre, secondo le parole di Carlo Guarrata, che dal 15 luglio sarà il prossimo amministratore delegato dell’azienda al posto di Bernardo Casa.

D’altro canto non è un mistero che le raffinerie per l’Eni siano un settore in perdita costante. Le cifre stanno lì a testimoniarlo, basta guardare i bilanci: 750 milioni di euro l’anno. Tanto che nel nuovo organigramma del cane a sei zampe, oltre ad uno snellimento dell’elefantiaco staff, è prevista la conversione delle raffinerie in depositi di derivati del greggio. E’ il destino che si prospetta ad un pachiderma come quello gelese che da solo ha perso, negli ultimi 3 anni, 600 milioni di euro?

Come ha specificato la tv locale Rete Chiara “tutto ciò nonostante la conferma, nel corso di una conferenza di servizi svoltasi a Roma, del rilascio dell’Aia, la tanto attesa autorizzazione integrata ambientale”. Negli ultimi mesi infatti i manager del gruppo industriale avevano subordinato la ripresa a pieno regime degli impianti al via libero del Ministero. Allo stesso modo risultano bloccate da più di un anno le promesse di investimenti da 700 milioni di euro, necessari per la trasformazione a gasolio di alcune linee di produzione. “Una vera e propria tragedia occupazionale per il territorio – ha dichiarato il segretario provinciale dell’Ugl Chimici Caltanissetta Andrea Alario – chiediamo con forza ad Eni di tornare sui propri passi e di rispettare l’accordo siglato con le parti sociali”.

Peccato che siano gli stessi sindacalisti che si siano bevuti tutte le promesse della Raffineria di Gela. Gli stessi che adesso intimano il rispetto degli accordi sono quelli che quando gli operai hanno provato ad alzare la testa sono subiti corsi dal prefetto di Caltanissetta Carmine Valente per depotenziare ogni principio di conflitto sociale ed incanalare le proteste nelle modalità a loro consone. L’ultima di una lunga serie di prove in tal senso è la vicenda degli operai Smim e Tucam (ne avevamo parlato qui). Ad oggi neanche un operaio è stato riassorbito da Sicilsaldo ed Ergo Meccanica, le aziende che si sono aggiudicate gli ultimi appalti dell’indotto. Le quali hanno preferito ricorrere per le assunzioni alle agenzie interinali, in modo da derogare al rispetto degli accordi di secondo livello che garantiscono tutele ormai acquisite per i lavoratori. “Così si torna indietro di 30 anni” denunciano ancora una volta i sindacati.

Cosa fanno gli ambientalisti? Reclamano, ormai da anni, le auspicate bonifiche per coniugare i diritti alla salute e al lavoro. Eppure sono corresponsabili di aver ridotto la complessità di una Raffineria che è frutto marcio del capitalismo dal volto umano propugnato da Enrico Mattei a una mera questione di salute. Che sussiste senza ombra di dubbio ma è solo l’aspetto di un fenomeno e in generale ha portato ad isolare le questioni e a semplificarle.

Cosa fanno le istituzioni e i politici locali? Tacciono e non si espongono. Per loro parla il bilancio del Comune di Gela. Solo nel 2013 la Raffineria di Gela ha versato alle esangui casse comunali oltre 13 milioni di euro in royalties. Oltre che riempire la città di regali (qui un esempio) e finanziare molte attività dell’associazionismo locale.

Cosa fa la cosiddetta società civile? E’ impegnata in un fronte trasversale e con notevole dispiegamento di forze e di mezzi a pubblicizzare il referendum del 13 luglio per aderire al libero consorzio di Catania. Per “liberarci della schiavitù di Caltanissetta che finora ci ha penalizzato”, sostengono i promotori. Quando si dice: concentrarsi sull’obiettivo sbagliato, lo stai facendo nel modo giusto.

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