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Campi nomadi spa. Roma, 24 milioni che creano miseria

Una cifra enorme per recintare ottomila Rom della Capitale. Da metà anni ’90, col criterio dell’emergenza, sono in piedi numerosi campi (“Villaggi della solidarietà”) che producono miseria morale e materiale. Eppure le alternative esistono. Messina e Padova sono due esempi virtuosi. Fuori dai recinti.

     

L'ingresso del campo di Lombroso

ROMA – Le giunte di sinistra li chiamano «Villaggi della solidarietà». Quelle di destra «campi attrezzati». La sostanza non cambia, sono sfumature «solidaristiche o securitarie». Gli obiettivi rimangono identici. Recintare, concentrare e allontanare dalla vista i Rom della Capitale.
In gioco ci sono ventiquattro milioni di euro per i campi Rom gestiti dal Comune. Il risultato è miseria materiale e morale. Segregazione, emergenza e assistenzialismo da metà anni ’90. Un caso unico in Europa.
L’associazione «Ventuno luglio» ha realizzato un rapporto sui costi dell’emergenza Rom. Una situazione creata coscientemente e prolungata nel tempo, unica in Europa.
I costi sono impressionanti, specie in un periodo dove «non ci sono soldi». Almeno secondo i politici. In realtà abbiamo 24.108.406 di euro  spesi nel 2003. Ma la stima reale è intorno ai 30 milioni di euro. Non un centesimo è andato ai Rom. La distanza media dei campi dal centro città è di 15 km. I risultati sono modesti e si arriva alla limitazione dei diritti umani. Nei container sarebbe illegale abitare. Ciò che non è possibile per un italiano va bene per 8mila Rom, metà dei quali bambini. Queste politiche non hanno successo in termini di inserimento abitativo e lavorativo, oltre che di scolarizzazione. La maggior parte delle spese riguarda i costi di gestione e sicurezza. Pochissimo va agli investimenti di di inclusione.

Affidamento diretto

Di questi 24 milioni, circa il 90% è stato consegnato con affidamento diretto. Pochissimi i bandi. L’approccio emergenziale – per sua natura – favorisce le clientele. Tra i “villaggi della solidarietà” c’è persino un campeggio. Si chiama Camping river. I soldi sono andati direttamente ai gestori del campo. Neanche un euro per l’inclusione. Il campo più grande è Castel Romano, mille abitanti, un’idea della giunta Veltroni. Ogni persona costa 451 euro al mese, il costo totale sfiora i 5 milioni di euro. Anche in questo caso zero soldi per l’inclusione, E il 93,5% del totale ad affidamento diretto. «I campi generano bisogni», sostiene  Carlo Stasolla dell’associazione “Ventuno luglio”. «Le persone aumentano e costi aumentano. Non si possono abbassare i costi di gestione; o si spende per l’inclusione o si chiudono i campi. La nostra idea è chiudere i campi». Si crea un effetto “palla di neve”, aumentano le persone e di conseguenza le spese.
I costi non sono quelli di gestione. Anche gli sgomberi fanno aumentare il Pil. Nel 2013 sono stati  54 per un costo di un milione e mezzo di euro. I soggetti operanti nei campi sono 34. Si tratta spesso di associazioni legate al Vaticano o alla sinistra. È verosimile che – data la frequenza dell’affidamento diretto – ognuno abbia i suoi referenti politici che garantiscono gli appalti.
Un sistema che genera tre miserie, secondo il rapporto. L’assistenza ai Rom assuefatti, la misera forma contrattuale per circa 400 operatori e infine la miseria morale dei rappresentanti politici che costruiscono consenso in questo modo.

Due esempi virtuosi. Messina e Padova

L’idea di Messina è semplice. Un lavoro di recupero delle abitazioni che viene compensato col canone di affitto. Così i Rom possono abitare negli stabili che hanno ristrutturato. Donando qualcosa alla comunità e uscendo dalla logica dell’assistenzialismo. Il progetto «Casa e/è lavoro» è uno dei pochi esempi positivi in Italia. Ora quattordici famiglie vivono in alloggi convenzionali, fuori dai campi. Il costo è stato di 10mila euro a famiglia, una tantum, finanziato dal Ministero. Anche se il percorso di inserimento lavorativo è andato meno bene, ma parliamo di un territorio dove la disoccupazione c’è per tutti.
A Padova l’idea si chiama Villaggio della speranza, 12 famiglie di sinti. Prima l’autocostruzione di tre palazzine, per un costo di 53mila euro a famiglia; poi l’affitto regolare pagato al comune di Padova.
Il confronto dei due progetti con i costi di Roma è imbarazzante. Se consideriamo il campo container a La Barbuta, 900 persone, il rapporto è di 10mila euro a Messina, 53mila a Padova e 81mila euro a Roma. Questo per la realizzazione. Se poi pensiamo alla gestione, ovviamente i progetti veneti e siciliani costano zero. Il campo romano 1.700.000 euro. Integralmente sulle spalle della collettività.La mappa dei campi Rom comunali di Roma

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.