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Gela. Gli operai dell’indotto bloccano la Raffineria

Presidio degli operai a Gela
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Dall’alba alcune decine di operai hanno isolato la Raffineria di Gela bloccando l’accesso delle strade principali. Nessun lavoratore può entrare e nessuno può uscire. Protestano contro l’imminente rischio licenziamento. Le ditte che si sono aggiudicate i nuovi appalti non vogliono infatti assumere i lavoratori delle imprese precedenti. “Hanno giocato al ribasso – sostengono gli operai in protesta – sulla nostra pelle”.

     
Presidio degli operai a Gela

Presidio degli operai a Gela

GELA – “Un blocco del genere non si vedeva da almeno 10 anni” è la tesi di un operaio. Per tornare con la mente ad una Raffineria così paralizzata bisogna davvero andare con la memoria ai primi anni 2000, quando lo stabilimento petrolchimico rischiò la chiusura per via dell’utilizzo del pet- coke (rifiuto per l’Europa, carburante per l’Eni). E venne salvata solo da un apposito decreto emanato dal governo Berlusconi II.

Le parti in gioco e le cause, a fine aprile 2014, sono diverse. Lì si trattava di una questione ambientale, qui c’è la difesa a spada tratta del lavoro. A partire dalle 4 e 30 del mattino alcune decine di operai Smim appartenenti all’indotto (ne avevamo già parlato qui) hanno bloccato gli accessi alla Raffineria di Gela. Attraverso presidi permanenti sui due ponti che conducono allo stabilimento industriale.

Non fanno entrare nessun lavoratore, e così quelli dentro la Raffineria sono costretti a prolungare il proprio turno in attesa del cambio. La protesta si è radicalizzata dopo alcune settimane di picchetti silenziosi all’entrata dei cancelli. Che non hanno sortito alcuna risposta. Al momento infatti ci sono 138 operai Smim in cassa integrazione fino al 3 giugno. “Poi c’è il baratro – dichiara Franco. All’ultima gara d’appalto le nuove ditte che si sono aggiudicate i lavori (Sicilsaldo ed Ergo Meccanica .. ndr) hanno manifestato l’intenzione di assumere solo una minima parte di coloro che finora hanno lavorato nelle precedenti ditte”.

Nonostante il decreto Morese, sottoscritto dai sindacati e da Confindustria, garantisca appunto che l’azienda subentrante deve assumere i dipendenti dell’azienda cessante. “Non si capisce perché sia stata applicata altre volte, quando molti di noi sono passati dalla Omg alla Conapro ed infine alla Smim – ricorda Franco – e adesso invece no”. Le nuove ditte dichiarano di non poter assumere sin da subito tutti i lavoratori ma di poterlo fare in un secondo momento. Gli operai però non ci stanno. “Stiamo parlando di appalti di 20 milioni di euro a testa – sostiene Giuseppe, un altro degli operai in mobilitazione. Per aggiudicarsi la torta Sicilsaldo ed Ergo Meccanica hanno giocato al ribasso, abbassando le cifre di molto. Tutto sulla pelle dei lavoratori”.

Non a caso le nuove imprese offrono al momento solamente contratti di primo livello, ovvero al minimo sindacale. Senza tredicesima e quattordicesima mensilità, senza mensa, senza scatti di anzianità per operai che spesso hanno maturato almeno 30 anni di contributi. “Dopo la prima forzatura sindacale siamo arrivati almeno a ottenere contratti a tempo indeterminato – continua Giuseppe. Però è troppo poco, non possiamo accontentarci”.

Al momento il presidio viene tenuto a vista da uno sparuto numero di forze dell’ordine. Qualche tensione solo in mattinata, quando i poliziotti hanno tentato inutilmente di far desistere gli operai. Domani mattina è previsto un incontro tra prefetto e parti sociali.

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