Sono state le “forti pressioni provenienti dalla base”, che hanno “creato circostanze che mi impediscono di esercitare l’attività di governo”. Con queste parole il presidente Carlos Mesa ha presentato le sue dimissioni al Congresso della Repubblica di Bolivia.

     

La lettera di dimissioni è stata consegnata al presidente del Congresso, Hormando Vaca Diez, in modo teatrale (con una lunga e lenta passeggiata dal palazzo presidenziale a quello del Parlamento), dal ministro della Presidenza José Galindo, amico personale e principale sostenitore dell’ex-giornalista e amico dell’ex-presidente Gonzalo Sánchez de Lozada, ritrovatosi quasi inaspettatamente e fortuitamente al potere il 17 ottobre 2003 in seguito agli scontri di piazza e al sangue versato nella cosiddetta ‘guerra del gas’, uno dei tanti conflitti sociali, insieme a quello dell’acqua e a quello quotidiano per il pane, in corso nel Paese andino.

“Io non posso continuare a governare con un blocco di parte dell’opposizione che sta uccidendo il Paese” si legge ancora nella lettera, in un messaggio inviato esplicitamente al capo del Mas (Movimento al socialismo), Evo Morales, leader ‘cocalero’ che da anni punta alla poltrona presidenziale.

“Venga lei a governare e vedrà che cosa vuol dire amministrare uno Stato” aveva detto ieri il presidente nel corso di un discorso televisivo alla fine del quale Mesa ha messo a disposizione il suo mandato.

“Mesa invia un messaggio d’odio razziale. Il blocco continuerà” aveva risposto Morales. Sarebbe sbagliato pensare però che il confronto sia solo tra questi due personalità, poiché sullo sfondo sono chiari gli interessi economici nazionali e internazionali sulle principali ricchezze del Paese, innanzitutto il gas, quindi il petrolio e l’acqua, da parte di gruppi locali e stranieri.

Non è ancora chiaro se le dimissioni di Mesa saranno oggi all’ordine del giorno della seduta parlamentare. È il presidente del Congresso a doverlo decidere. Intanto continuano da una parte i blocchi e gli scioperi, dall’altra le manifestazioni di sostegno a Mesa.

“Mesa ti vogliamo, il popolo è con te”: scandendo slogan come questo migliaia di persone sono scese in piazza nelle principali città boliviane per chiedere al presidente della Repubblica Carlos Mesa di ritirare le sue dimissioni, al culmine degli scioperi e delle agitazioni sindacali (ma anche degli aumenti delle tariffe, come acqua e combustibili) che da settimane agitano la vita sociale del Paese.

A La Paz Mesa si è affacciato al balcone del palazzo presidenziale sventolando una bandiera boliviana in compagnia dei ministri della Presidenza, José Galindo, e dell’Interno, Saúl Lara, due dei suoi più fedeli collaboratori, per ringraziare i manifestanti. Simili eventi si sono svolti anche in città come Cochabamba e Sucre, non a El Alto, ormai diventata la vera roccaforte del movimento popolare e contadino che si oppone a Mesa.

Le elezioni anticipate sono state chieste da Felipe Quispe, capo della forte Confederazione sindacale unica dei lavoratori contadini della Bolivia (Csutcb), che ancora una volta ha sottolineato l’incapacità politica e morale di Mesa di governare il Paese. L’ex-presidente socialdemocratico Jaime Paz Zamora, la cui forza politica è la terza del Parlamento, si è invece espresso a favore della continuità.

Da settimane il paese è oggetto di proteste e blocchi della circolazione, coordinati dai sindacati per chiedere il ritorno del controllo dell’acqua e del gas nelle mani dello Stato, mentre ora sono appannaggio di potenti gruppi stranieri; le regioni più ricche del Paese, inoltre, come quelle che fanno capo a Santa Cruz e Cochabamba, chiedono ampia autonomia per non dover dividere con il resto del Paese i proventi della vendita degli idrocarburi e per non vedere intaccati i privilegi dei gruppi internazionali e dei potentati economici locali, mettendo a rischio le stesse istituzioni e l’unità del Paese. Mesa ha fin qui cercato di mediare senza usare la forza ma senza mai opporsi fermamente allo sfruttamento delle risorse da parte dei potenti gruppi stranieri.

Nell’ottobre 2003 il Paese è stato sconvolto da una guerra civile che ha visto i militari sparare sulla folla e almeno 61 persone rimanere morte a terra (sebbene fonti della società civile parlino di decine di morti in più), mentre centinaia di altri civili sarebbero rimasti feriti, senza mai ricevere un indennizzo.

Il 17 ottobre 2003 l’ex-presidente Gonzalo Sánchez de Lozada abbandonò il Paese, al culmine degli scontri, e il suo vice Mesa fu eletto capo dello Stato dal Congresso. Da allora, il Paese ha vissuto solo circa sei mesi di calma sociale, dopo di che gli scontri, le occupazioni e i blocchi stradali sono aumentati, mentre ancora rimane da prendere una decisione sul gas, di cui il Paese è ricchissimo, nonostante la metà della popolazione sia costretta a vivere sotto la soglia di povertà.

[LL] – BOLIVIA 7/3/2005

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