Il Sudan non è solo il più grande Paese del continente africano, è anche la frontiera tra il mondo arabo e l`Africa nera. Dal giorno della loro indipendenza nel 1957, le popolazioni del Sudan hanno finora conosciuto appena 10 anni di pace. Il Paese è stato regolarmente scosso e attraversato da conflitti più o meno grandi.

     

Sulla distanza a volte incolmabile tra il governo centrale arabo e islamico di Khartoum e le periferie sudanesi popolate da numerose etnie nere africane, hanno potuto attecchire variabili economiche, politiche, eventualmente religiose, creando i presupposti per uno stato cronico di conflitto.

La crisi del Darfur, ultima in ordine temporale, ha assunto proporzioni talmente ampie da imporsi nelle cronache di mezzo mondo. In meno di due anni gli scontri tra ribelli e governativi e le violenze dei Janjaweed (bande armate di predoni arabi) hanno causato una crisi umanitaria di proporzioni sconcertanti e su cui sono disponibili solo stime dell`Onu: oltre un milione di sfollati interni, quasi 200.000 profughi, e migliaia di morti, dai 5.000 contabilizzati dal governo sudanese ai 30-50.000 indicati dall`Onu.

In Darfur, regione semidesertica vasta come la Francia che si trova nell`ovest del Sudan, a ridosso della frontiera col Ciad, le ragioni di conflitto permanente che valgono per il resto del Sudan si sommano alla lotta per le aree verdi, che col passare degli anni e l`avanzare della desertificazione sono andate sempre più restringendosi. Qui, le differenze tra arabi e non arabi (come molti studiosi e antropologi di solito classificano le popolazioni sudanesi) passano anche per le attività a cui questi due gruppi si dedicano: gli arabi, nomadi e prevalentemente dediti alla pastorizia, si spostano per la regione in cerca di pascoli secondo la stagione delle piogge o comunque il susseguirsi delle stagioni; i neri africani vivono di agricoltura, sono stanziali e le loro rivendicazioni di proprietà su quelle terre affondano le radici nelle storia e nei sultanati indipendenti che per secoli si avvicendarono al potere, ultimo proprio quello dei Fur (Dar-fur vuol dire `proprietà tribale’ o ‘territorio’ dei Fur), l`etnia nera principale dell`area insieme agli Zaghawa, ai Masalit e a un`altra decina di gruppi minori.

Per quanto le ragioni che contrappongono i due gruppi possano sembrare ataviche, gli scontri per la terra non sono la costante della storia del Darfur, anzi per anni la coesistenza tra le due anime è stata possibile e le violenze occorse per il controllo o l`utilizzo delle terre sono sempre state risolte in base al codice tribale. Col passare del tempo però le due anime del Sudan, quella araba e quella non araba, sono andate distanziandosi sempre di più e all`abbandono politico economico in cui Khartoum ha condannato le periferie del Paese si è sommata una nuova presa di coscienza delle popolazioni nere.

La guerra combattuta dall`Esercito popolare di liberazione del Sudan (Spla) contro Khartoum per l`indipendenza, l`autonomia o la secessione del sud Sudan ha approfondito – aggiungendo motivazioni politiche e soprattutto economiche – un solco già netto tra i due Sudan. La presenza del petrolio e di importanti interessi internazionali ha fatto il resto.

La crisi del Darfur e l`esasperazione di tensioni e differenze intrise nella sua storia mostrano un evidente legame con le tormentate vicende del Sud.

Khartoum è stata praticamente costretta dalla comunità internazionale a trovare un accordo con i ribelli dello Spla e del Sud Sudan a causa del petrolio che si trova nelle zone contese e in cui da anni operano aziende americane, indonesiane, cinesi e di varie altre nazionalità. Gli accordi siglati prevedono che a sei anni dalla firma della pace definitiva, il Sud tenga un referendum per decidere se diventare indipendente o no. Il governo sudanese rischia così di perdere il controllo diretto di una vasta fetta di territorio, ma soprattutto crea un precedente preoccupante rispetto alle altre popolazioni nere dell`Ovest e dell`Est del Paese.

Gli interessi petroliferi hanno consentito ai ribelli del Sud di fare il salto di qualità ottenendo fondi , armi e appoggi logistici e politici, ma niente vieta che chiunque possa strumentalizzare il malcontento dei neri africani del resto del Sudan per lottare contro Khartoum. Mentre si faceva la pace col Sud, ad ovest si apriva un nuovo focolaio. In fondo, non è sorprendente. C`è una parte di estabilishment sudanese che non vede di cattivo occhio il fatto che i predoni arabi (a quanto pare maggiormente legati al governo centrale) si espandano in Darfur ai danni degli agricoltori neri, bilanciando così le proporzioni, sottolinea una fonte diplomatica occidentale.

Arabizzazione o meno, in Darfur, così come accadde per il Sud Sudan, sembrano pronti a entrare in gioco anche importanti interessi internazionali. E` un caso l`improvvisa e martellante copertura mediatica internazionale?

E` comunque evidente che va di pari passo con la recente attenzione internazionale per il Darfur, inclusa quella di capitali potenti e lontane che d`improvviso scoprono e gridano allo scandalo per una crisi che era già in corso da più di un anno e che fino a poco fa, per esempio prima della visita del segretario di Stato americano Coilin Powell, sembrava destinata ad entrare nel folto club delle guerre dimenticate.

Anche in Darfur, come per il Sud Sudan, qualcuno spiega l`attenzione mondiale con la chiave del petrolio: secondo alcuni questa regione semidesertica sarebbe ricca di giacimenti, secondo altri invece rivestirebbe un`importanza chiave per l`utilizzo dei giacimenti presenti a sud.

Una delle ipotesi maggiormente accreditate è quella che vede alcuni gruppi di potere e di pressione interessati a creare un oleodotto che colleghi direttamente i pozzi del sud e centro Sudan (quelli contesi per vent`anni da Khartoum e Spla) con il gigantesco oleodotto, costruito dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale, che porta il greggio dai giacimenti del Ciad meridionale fino al porto di Kribi sulle coste atlantiche del Camerun per un totale di oltre 1100 chilometri di tubazioni. Questo collegamento dovrebbe avvenire proprio passando attraverso la regione del Darfur, che potrebbe, dovrebbe, i condizionali in questo caso si sprecano, ospitare il raccordo.

Per il momento il petrolio sudanese prenderebbe la strada opposta dirigendosi verso oriente e la costa sudanese sul Mar Rosso e quindi l`Oceano indiano dove il 40% del greggio sudanese partirebbe per la Cina, presente in loco con le sue due imprese nazionali di idrocarburi da anni.

[MZ] – SUDAN 5/3/2005

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