L’inchiesta della DDA sulle manovre mafiose in vista del Ponte sullo Stretto di Messina non solo confermano le denunce e gli studi del movimento No Ponte ma mettono in evidenza una criminalità globale di alto profilo finanziario.
Una mafia internazionale ma anche attenta alla gestione della signoria territoriale sulle aree tradizionali. Una mafia “glocale”.
Non solo, dunque, ruspe e movimento terra, ed ipotetiche “infiltrazioni” ma un ruolo di primo piano e capacità di alto livello.

     

Nell`immaginario collettivo ed in qualche autorevole studio sulla “valutazione dell`impatto criminale” la criminalità organizzata presenta generalmente le seguenti caratteristiche:

 

– opera su un territorio limitato (Sicilia e Calabria)

– agisce in settori a bassa intensità di capitale e con basso livello tecnologico

– si infiltra – con l`intimidazione o la corruzione – nei grandi appalti ma non agisce in prima persona e ad alto livello.

 

L’inchiesta della DDA del febbraio 2005 ha bloccato sul nascere le iniziative del clan di Vito Rizzuto finalizzate a partecipare al finanziamento dei lavori per il Ponte.

Si tratta del boss canadese della mafia italo-americana, un personaggio di primo piano circondato da faccendieri con notevoli entrature nella politica italiana e nella finanza internazionale, in particolare quella araba.

Tra i tanti aspetti poco considerati della questione Ponte, va segnalato quello del finanziamento. Nessuna azienda, per quanto grande, può permettersi i costi dei lavori. Sarà fondamentale il ruolo delle banche e molto probabilmente dello Stato, i cui fondi sono indispensabili a coprire i soldi “anticipati” in attesa del termine dei lavori e dei pedaggi che (chissà quando) permetteranno di vedere degli utili.

La criminalità organizzata internazionale, come è noto, dispone di liquidità notevoli. Nel caso specifico, gli uomini di Rizzuto stavano provando ad intervenire in prima persona e non rimanendo dietro le quinte.

 

Le cronache di questa operazione hanno finalmente mostrato uno scenario reale. Fino a qualche giorno prima la questione è stata – colpevolmente – minimizzata.

La stessa terminologia comunemente adoperata è estremamente significativa: si parla di “infiltrazioni”, a suggerire un elemento malato ed estraneo che va ad infettare un corpo sostanzialmente sano.

 

E` proprio qui il nodo della questione. Il mercato è un corpo sano? Già da molto tempo gli studiosi del fenomeno descrivono i processi di finanziarizzazione della criminalità. La zona grigia che coinvolge capitale legale ed illegale. Il ruolo ambiguo delle banche e dei centri politici di potere.

Una criminalità che dalla Colombia alla Russia, dall’Italia all’Afghanistan assume un ruolo sempre più importante, sia in termini politici che economici.

 

Altra questione importante è quella territoriale. Riferendosi al problema “mafia” si tende a pensare ai clan che operano su poche regioni dell’Italia meridionale dimenticando la rete mondiale che dal Canada agli Stati Uniti, dall’Australia all’America del Sud “mette in rete” le cosche di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta globale.

Una rete nata con le vicende dell’emigrazione italiana e consolidatasi nel tempo, anche grazie ai riflettori spenti dei mass media e dell’opinione pubblica,

Sulla mafia italo-americana – sul suo peso e sul suo potere – per paradosso sappiamo più dal cinema che non da libri e giornali.

Per certi aspetti, si tratta di un fenomeno a suo tempo descritto tra gli altri già da Francis Ford Coppola: la “famiglia” progressivamente diventa legale, costruisce Las Vegas, gestisce affari legali, ottiene una legittimazione dopo l’altra, viene ammessa nei salotti per bene… Ma continua ad usare i soliti metodi basati sul sangue.

 

La vicenda del clan Rizzuto oggi ci restituisce l’idea di una criminalità che – pur senza rinunciarvi – non si limita a controllare qualche ruspa o discarica abusiva, oppure a chiedere il pizzo per la “tranquillità” dei cantieri, ma che è in grado di mettere sul tavolo il suo potere finanziario ed aspirare – magari senza successo – ad un ruolo di primo piano nella costruzione di un’opera ingegneristica di rilevanza mondiale.

 

Le grandi imprese di costruzione – nel Meridione italiano così come nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo – vedono ormai da tempo i centri di potere locali come “facilitatori”, al di là di qualsiasi altra considerazione morale.

Ciò che chiamiamo “corruzione” o peggio alleanza con le organizzazione criminali o con centri di potere illegali è spesso per le multinazionali un utile strumento di inserimento nel territorio.

Alcune vicende vengono descritte come imposizioni non volute e subite, sopraffazioni violente attuate da violenti criminali nei confronti di onesti imprenditori.

 

Spesso la realtà è diversa, ed il “criminale senza scrupoli” diventa lo stesso soggetto che mette a disposizione il controllo del territorio, la signoria territoriale che è la sua vera forza.

Alcuni studi economici improntati al “realismo” definiscono il pagamento di tangenti come una tra le tante voci del bilancio aziendale.

 

Qualche dubbio resta. Il Ponte è diverso, diranno alcuni. E` un’opera di rilievo internazionale. Già da ora ha tanti occhi addosso. Coinvolge grandi imprese di livello mondiale. Non è insomma la costruzione di una strada provinciale nei pressi di Palermo e neanche una diga in Africa.

 

Due esempi potrebbero farci cambiare idea. Si tratta di vicende già avvenute e ben descritte dalle carte dei magistrati. Queste due vicende portano i nomi di Gioia Tauro e Sigonella.

Le due località – una al centro della Calabria tirrenica, l’altra sotto l’Etna – hanno in comune la detenzione di un primato nel Mediterraneo. Il primo è il maggiore porto merci del “Mare Nostrum”, la seconda la maggiore installazione della marina Usa.

 

Alcuni aspetti della gestione delle due infrastrutture – nello specifico una parte degli appalti di costruzione e/o manutenzione – sono stati pesantemente condizionati dai clan storici dei rispettivi territori, nello specifico la ‘ndrina Piromalli-Bellocco e la cosca Santapaola.

Eppure, a Gioia Tauro hanno operato ed operano le maggiori imprese nazionali ed internazionali del settore cargo e del trasporto mercantile via mare. Sigonella è nientemeno l’avamposto verso il Medio Oriente del “gendarme del mondo” in “lotta contro il male”.

 

Tutti questi soggetti – a quanto pare – sono stati costretti a scendere a patti con poche decine di delinquenti semi-analfabeti. Oppure, ed è l’ipotesi alternativa, hanno preferito la “convivenza” con soggetti che tendono a diventare un sistema ampio e potente, un capitalismo criminale che si sovrappone e confonde con quello legale.

Sistema, appunto, e non anomalia tendente ad attaccare e distorcere i “sani meccanismi del mercato”.

 

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.