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Le colpe della Chiesa nel genocidio del Rwanda

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A marzo la Corte d’Appello di Roma ha negato l’estradizione di Jean-Baptiste Rutihunza, un sacerdote accusato di gravissimi crimini nell’ambito del genocidio in Rwanda. È solo la punta dell’iceberg di decine di casi che coinvolgono uomini di Chiesa. Sempre, puntualmente, protetti

     

Il genocidio del Rwanda

A metà marzo, a pochi giorni dal ventennale del genocidio del Rwanda, l’Italia “festeggiava” la ricorrenza negando l’estradizione di un sacerdote accusato di genocidio e crimini contro l’umanità. E così padre Jean-Baptiste Rutihunza potrà stare ancora in Vaticano presso il quartier generale dei Fratelli della Carità.

L’avvocata che segue la vicenda per le associazioni ruandesi sostiene che si tratta di un giallo internazionale che si muove tra Africa, Vaticano, Italia e Francia. L’ambasciata ruandese a Parigi ha trasmesso a quella italiana un dossier incompleto con documentazione insufficiente. La IV Sezione della Corte di Appello di Roma avrebbe quindi osservato che le accuse erano frutto del “profondo odio razziale diffuso tra la popolazione”.

La grave vicenda di Rutihunza è solo la punta di un iceberg. E la traccia di ferite che vent’anni dopo sono aperte sia in Africa che in Europa. In questione non è semplicemente il ruolo giocato dalla Chiesa cattolica ruandese in relazione agli eventi genocidari, ma anche l’assistenza e la copertura che l’istituzione ecclesiastica nel suo complesso sembra avere in più occasioni offerto ad autori di crimini efferati solo perché indossavano i paramenti sacri.

Il boia di Gatara

All’epoca del grande massacro che, fra l’aprile e il luglio del 1994, portò allo sterminio di circa un milione di ruandesi prevalentemente appartenenti al gruppo sociale dei tutsi, padre Rutihunza era rappresentante legale di una struttura religiosa gestita dai Fratelli della Carità presso la cittadina di Gatara, nel distretto meridionale di Nyanza. Il centro ospitava in quel periodo centinaia di bambini con gravi problemi motori e, stando a quanto raccontato da diversi sopravvissuti ma non accolto dal Tribunale italiano, il religioso che oggi risiede in Vaticano avrebbe giocato un ruolo più che attivo negli eventi genocidari, indicando ai gruppi paramilitari hutu, tra cui i noti interahamwe, i bambini disabili di origine tutsi da prelevare e uccidere. Nel far ciò, Rutihunza si sarebbe avvalso della collaborazione di Célestin Ugirashebuja, sindaco del vicino comune di Kigoma. A Gatara, secondo il Tribunale internazionale di Arusha, l’organo istituito in Tanzania dalle Nazioni Unite per far luce sui tragici eventi del 1994, nei mesi plumbei della mattanza furono uccisi 4.338 bambini, i cui cadaveri vennero poi interrati in fosse comuni.

Dopo che l’esercito ribelle del Fronte Patriottico Ruandese (Rpf), composto prevalentemente da tutsi della diaspora nati e cresciuti in Uganda e guidato dall’attuale presidente Paul Kagame, ebbe sconfitto nel luglio del 1994 il regime genocidario dell’hutu power, ponendo così fine alle uccisioni di massa, padre Rutihunza aveva trovato rifugio in un primo momento nella vicina Repubblica Democratica del Congo. Successivamente, nel 1996, si era spostato in Tanzania, per poi approdare, un anno dopo, nella capitale italiana. A Roma era rimasto, ospite di una struttura della sua comunità di appartenenza, fino a quando il Tribunale di Arusha non aveva spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti. La notizia era stata diffusa dagli organi di stampa, e il prelato si era quindi per un periodo spostato nuovamente, stavolta in Belgio. Tornato all’ombra del cupolone due anni fa, lavora attualmente come receptionist presso la sede centrale della congregazione di cui è membro. La sua estradizione, sulla quale dovrà pronunciarsi a breve la Corte di appello di Roma e in seguito, presumibilmente, anche la Cassazione, è ora richiesta non più dal tribunale di Arusha ma dallo stesso governo ruandese dopo che, circa cinque anni fa, la procura generale di Kigali ha avocato a sé il caso. Interpellato qualche tempo fa da “Repubblica”, quello che nel suo Paese di origine è noto come il “boia di Gatara” ha respinto tutte le accuse mossegli, sostenendo di essere vittima di una «vendetta politica».

Orrore in sacrestia

Dopo la pubblicazione della notizia relativa alla presenza a Roma di Rutihunza, nel 2012, la Santa Sede ha fatto sapere, per bocca del portavoce vaticano padre Federico Lombardi, di «non avere nulla a che fare» con il sacerdote ruandese, al quale «non è mai stata offerta protezione alcuna». Eppure, non è la prima volta che il Vaticano incappa in accuse simili. Il caso più noto è probabilmente quello di padre Athanase Seromba, un religioso anch’egli proveniente dal piccolo Paese dei Grandi Laghi che la corte di Arusha ha condannato all’ergastolo nel 2008. Padre Seromba è stato riconosciuto colpevole di aver fatto trucidare durante il genocidio 1.500 tutsi rifugiatisi nella sua parrocchia situata a Nyange, nella prefettura di Kibuye. Il sacerdote aveva fatto entrare in chiesa la popolazione in fuga dalle milizie radicali hutu con la promessa che lì nessuno avrebbe osato toccarli. Ma l’edificio, presto circondato dai genocidari, si era invece subito rivelato per quel che era: una prigione collettiva che Seromba aveva messo in piedi con la complicità di aguzzini e autorità locali. Il consenso e l’autorità morale del prete avevano quindi giocato un ruolo fondamentale nella strage che sarebbe seguita: difficilmente i miliziani avrebbero potuto portare a compimento il proprio progetto criminale se il sacerdote non si fosse mostrato d’accordo e, a quanto pare, impegnato in prima persona nella pianificazione del massacro. Era stato lo stesso Seromba – dopo aver tenuto prigionieri per giorni all’interno della sua chiesa, in condizioni disumane, senza acqua, cibo né servizi igienici, più di mille uomini, donne e bambini – a dare l’ordine di spianare l’edificio con i bulldozer, mentre i miliziani hutu sparavano, lanciavano granate e si accanivano a colpi di machete contro chiunque tentasse la fuga dalle finestre del luogo di culto. Nei giorni precedenti la “soluzione finale”, ai suoi prigionieri, inconsapevoli del ruolo giocato dal religioso, che gli chiedevano di pregare per loro, Seromba aveva risposto: «Credete che il Dio dei tutsi sia ancora vivo?».

In seguito all’arrivo dell’Rpf, il prete genocidario, che si è sempre dichiarato innocente, si era rifugiato in Italia, a Firenze, assumendo un nuovo nome (Anastasio Sumbabura) e continuando a dire messa come se nulla fosse accaduto. La diocesi del capoluogo toscano aveva infatti deciso di ospitarlo presso la parrocchia dell’Immacolata, a Montughi. Dopo il riconoscimento e la denuncia, l’allora procuratrice del tribunale Onu, Carla Del Ponte, aveva accusato il Vaticano di aver esercitato forti pressioni sul governo italiano per evitarne l’estradizione. Alla fine il sacerdote non era stato estradato e si era invece costituito. Dopo la condanna in primo grado a 15 anni di carcere, risalente al 2006, due anni dopo era arrivata la sentenza definitiva, di cui si è detto. Attualmente Seromba sta scontando l’ergastolo in Benin.

Il parroco con l’elmetto

Casi analoghi ai due già citati e che sembrano chiamare in causa il ruolo della gerarchia ecclesiastica nella mancata condanna dei crimini genocidari o, peggio, nell’offrire protezione ai religiosi che li hanno commessi, in realtà non mancano. Wenceslas Munyeshyaka nella primavera del 1994 ricopriva il ruolo di parroco della chiesa della Sainte Famille, nella capitale Kigali. A partire dal 1995, diversi sopravvissuti lo hanno accusato di torture, stupri e trattamenti inumani e degradanti nei confronti delle persone che, in maniera simile a quanto accaduto con Seromba, gli si erano affidate cercando protezione all’interno del luogo di culto. Decine di testimonianze concordano nel ritrarre il prelato come un agente al servizio degli interahamwe, che si sarebbero avvalsi della sua collaborazione per stilare liste di persone da prelevare dalla chiesa per poi trucidarle in altri luoghi. In quegli stessi giorni pare che il sacerdote, che girava armato all’interno del complesso della Sainte Famille, si sia inoltre macchiato del crimine di violenza sessuale nei confronti di diverse donne ospitate all’interno dell’edificio. Talvolta, sempre secondo le testimonianze, il prelato offriva salvezza in cambio di favori sessuali.

La successiva vicenda giudiziaria di Munyeshyaka è indice della difficoltà che più volte è stata incontrata dal Tribunale penale internazionale per i crimini commessi in Ruanda nell’ottenere l’estradizione di imputati rifugiatisi in Francia. Dal 1995 ad oggi, l’ex parroco della Sainte Famille è stato arrestato e poi rilasciato in diverse occasioni, sempre in virtù di cavilli burocratici. Lo stesso tribunale di Arusha, in vista del suo prossimo scioglimento, ha alla fine acconsentito a farlo processare oltralpe ma, ad oggi, la giustizia stenta a fare il suo corso, e padre Munyeshyaka esercita indisturbato il ministero sacerdotale in un piccolo paese della provincia francese. Nel frattempo, tuttavia, il prete è stato processato e condannato all’ergastolo in contumacia, nel novembre 2006, da un tribunale militare ruandese.

È di nuovo una storia di mancata protezione di civili tutsi in cerca di rifugio all’interno di un’istituzione ecclesiastica quella che è valsa a padre Emmanuel Rukundo, ex cappellano militare dell’esercito, una condanna a 25 anni di carcere in primo grado, poi ridotta a 23 in appello, per genocidio e crimini contro l’umanità. Nel 1994, il sacerdote era responsabile del seminario minore San Leone di Gitarama. Secondo quanto appurato dal tribunale di Arusha, nei mesi in cui le forze regolari e quelle paramilitari scorrazzavano per il piccolo paese africano massacrando impunemente migliaia di persone, Rukundo consegnò ai miliziani diversi cittadini tutsi ospitati nel suo seminario. Dopo la fine del genocidio, l’ex cappellano militare si era trasferito in Svizzera, dove inizialmente era riuscito ad ottenere lo status di rifugiato e dove nel 2001 era stato arrestato dalle autorità su richiesta del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Ad Arusha, Rukundo è stato condannato con sentenza passata in giudicato nell’ottobre del 2010.

Sorella morte

Non solo preti. Anche alcune suore, stando a quanto finora accertato, presero parte attiva ai massacri ispirati dall’odio etnico e perpetrati dal regime genocidario in mezzo al colpevole silenzio della comunità internazionale. La storia più nota è, da questo punto di vista, quella raccolta dall’associazione African Right e dettagliata nelle pagine di Not so innocent: when women became killers. Al centro di quel rapporto vi sono le due figure di Gertrude Mukangango, madre superiora del convento di Sovu, in provincia di Butare, e della sua consorella Julienne Kizito, soprannominata in patria gapysi, “l’animale”.

Il pattern è sempre il solito: quando cominciano i massacri, suor Gertrude accoglie in un primo momento all’interno del proprio convento diverse famiglie di tutsi in fuga. Poi, una mattina, decide che per i suoi ospiti è venuto il momento del “distacco dell’anima dal corpo”. Per sei settimane, la religiosa agisce in combutta con gli aguzzini consegnandogli le persone da assassinare. Quanto a suor Julienne, che collabora attivamente con la superiora, una sopravvissuta sostiene di averla vista indicare ai killer un tutsi che lavorava come assistente nel convento. La religiosa stessa aveva poi cosparso di benzina il malcapitato per consentire ai miliziani di bruciarlo vivo.

Dopo la fine del genocidio, le due consorelle trovano una calorosa accoglienza presso il monastero belga di Maredsous. Quando all’interno del chiostro arriva la notizia che Gertrude e Julienne sono ricercate dal tribunale di Arusha, la madre badessa che le ospita dichiara semplicemente: «Siamo convinti che queste accuse sono false, ma il nostro principio è quello di mantenere il silenzio». Le due suore verranno in seguito processate e condannate in Belgio insieme ad altri due genocidari ruandesi. Il caso dei «quattro di Butare» ebbe all’epoca una certa risonanza perché le condanne vennero comminate applicando il principio della giurisdizione universale, in base al quale uno Stato può perseguire un crimine commesso in uno Stato straniero da cittadini stranieri se si configura come un crimine contro l’umanità tutta.

Sempre a Butare si sarebbe infine macchiata di crimini orribili suor Theophister Mukakibibi, condannata nel 2006 a 30 anni di carcere da un tribunale gacaca. L’accusa è in questo caso quella di aver aiutato i paramilitari hutu a massacrare centinaia di tutsi ricoverati nell’ospedale in cui suor Theophister lavorava. Nei giorni della follia genocidaria, la religiosa avrebbe scortato i miliziani dalle loro vittime, avrebbe rifiutato il cibo ai tutsi che erano ospitati nel nosocomio e avrebbe gettato un bambino vivo dentro una latrina. I tribunali gacaca, istituiti nel 2001 dal governo ruandese per giudicare localmente quanti sono accusati di aver preso parte alle stragi del 1994, sono ispirati ai tribunali di villaggio tradizionali e al principio del coinvolgimento nel giudizio delle presunte vittime. Proprio per questo, sono stati spesso al centro di polemiche perché non ritenuti in grado di garantire una sufficiente imparzialità di giudizio, esponendo allo stesso tempo gli accusatori al rischio di ritorsioni da parte di parenti e amici dell’imputato.

Assolti ma chiacchierati

Esistono infine casi più controversi, riguardanti cioè religiosi che, sospettati di complicità con i genocidari, sono stati assolti in sede giudiziaria. È il caso ad esempio di Augustin Misago, l’ex vescovo di Gikongoro, oggi deceduto, che era stato accusato di non aver agito per evitare la morte di 30 bambini e di non aver fatto nulla per salvare un altro sacerdote, padre Niyomugabo, condannandolo così a morte. Misago è stato assolto da tutte le accuse da parte di un tribunale ruandese nel 2010, continuando tuttavia ad essere duramente criticato da diversi sopravvissuti e da alcuni gruppi di attivisti per i diritti umani per l’atteggiamento assunto durante i massacri e per non aver mai pronunciato in seguito alcuna parola di pentimento a nome dell’istituzione ecclesiastica. Infine, nel 2010 è stato archiviato dalla giustizia belga il caso di Guy Theunis, membro della Società dei Missionari d’Africa, i cosiddetti Padri Bianchi. Il sacerdote era stato arrestato e imprigionato in Ruanda nel 2005 prima di essere trasferito in Belgio, suo Paese di orgine. Theunis era stato accusato dalla magistratura ruandese di complicità con i genocidari per aver pubblicato sulla rivista da lui diretta, Dialogue, del materiale razzista tratto dalla periodico estremista hutu Kangura («Svegliatevi»). La magistratura belga lo ha ritenuto innocente. È un fatto acclarato, tuttavia, che Kangura fosse, insieme alla Radio Télévision Libre des Mille Collines, uno dei principali organi di informazione che, già prima dell’inizio dei massacri, avevano cominciato a fare una propaganda martellante volta a fomentare l’odio etnico.

Uno scandalo con radici antiche

La raccolta di dati sul coinvolgimento di alti prelati, semplici sacerdoti e suore nelle stragi del 1994 è tuttora in corso da parte di diverse organizzazioni per i diritti umani. Saranno le aule di tribunale a dire, caso per caso, se le accuse rivolte a singoli membri del clero ruandese hanno fondamento o meno. Certo è che, alla luce dei casi citati e di considerazioni più generali riguardanti la storia recente del Paese, le domande che sorgono sono tante e urgenti. Se il Vaticano è stato costretto, una volta messo alle strette e dopo svariate inchieste giornalistiche, a spendere in più occasioni, negli ultimi anni, diverse parole di pentimento e di vicinanza nei confronti delle vittime dei preti pedofili, non risulta che abbia mai riconosciuto pubblicamente l’entità del suo fallimento nel propagandare gli ideali evangelici di umanesimo e di fratellanza nella regione dei Grandi Laghi.

Ad essere in questione non è solo il coinvolgimento di uomini e donne di Chiesa nei massacri. È noto che la follia genocidaria non è nata dal nulla. Prima del 1994, decenni di propaganda “etnista” e di stragi “parziali” ai danni dei tutsi da parte del potere hutu, insediatosi dopo l’ottenimento dell’indipendenza dal Belgio, avevano già preparato il terreno per quello che, nei piani dei genocidari, doveva essere il destino finale degli inyenzi, gli scarafaggi, come venivano frequentemente chiamati i tutsi sulle frequenze di Radio Mille Collines. Quella del genocidio ruandese è una storia che comincia molto prima degli anni ’90, già al tempo della colonizzazione belga, ma soprattutto dopo la cosiddetta “rivoluzione sociale” del 1959 e l’indipendenza del 1962. È in seguito a questi due eventi che comincia ad affermarsi con forza nel Paese una nozione puramente numerica di democrazia, per cui quella che era l’élite dominante dei tutsi al tempo della monarchia sacra e della colonizzazione comincia ad essere vista come una minoranza di «privilegiati» che ha per anni tenuto sottomesse le masse povere hutu. Il 1959 segna il rovesciamento della situazione: d’ora in poi saranno gli hutu a governare in nome della “maggioranza”: all’origine dei massacri di tutsi che accompagnano tanto il periodo dell’indipendenza quanto i decenni successivi, e che determinano la creazione di grandi comunità di rifugiati nei Paesi confinanti (da quella ugandese sorgerà l’Rpf), c’è spesso, per quanto possa sembrare sorprendente, una malintesa nozione di “giustizia sociale”.

Ma la cristallizzazione di identità etniche che tali non sono è in realtà il frutto dell’opera sistematica di divisione della popolazione in gruppi di “superiori” e “inferiori”, “ricchi” e “poveri”, “nilotici” e “bantu” sulla quale i colonizzatori, aiutati in questo dai missionari cattolici, hanno storicamente costruito il proprio potere. Beninteso, le tre identità di hutu, tutsi e twa erano già presenti nella regione dei Grandi Laghi prima dell’arrivo dei belgi e degli uomini di Chiesa europei. Eppure, la deflagrazione dell’odio “etnico” è in qualche modo più tarda e, secondo diversi storici, va ricondotta alla strategia del divide et impera di cui si è detto. Una strategia nella quale la Chiesa cattolica, istituzione potentissima nel piccolo Paese africano e a lungo in grado di esercitare un monopolio totale sulla ricerca storica e antropologica, ha avuto un ruolo di primo piano.

È tramite l’istituzione ecclesiastica che si è formata l’élite hutu radicale che ha guidato il Paese nei decenni successivi all’indipendenza e prima della presa del potere da parte dell’Fpr. Ed è anche nei seminari e nelle università gestite da ecclesiastici che venivano insegnate teorie prive di fondamento, come quella che accreditava una differenza fisica marcata fra hutu e tutsi, in quanto questi ultimi sarebbero stati i discendenti di antiche popolazioni provenienti dal corno d’Africa, più “regali”, intelligenti e all’apparenza più simili agli europei.

La successiva vicinanza della Chiesa ruandese al regime dell’hutu power e all’ottica etnista che lo animava nasce dunque già al tempo della colonizzazione, quando l’alleanza era stata stabilita invece con l’élite dominante tutsi che faceva parte della cerchia del re sacro, un’élite la cui identità “altra” doveva essere appunto necessariamente codificata e cristallizzata in opposizione a quella degli hutu “inferiori” e sottomessi. Con la “rivoluzione sociale” del 1959, cambiano i rapporti di forza e, tanto i vecchi colonizzatori quanto la Chiesa, decidono di abbandonare i tutsi in favore degli hutu, ora al potere, per mantenere comunque il controllo della situazione. La Chiesa diventa così alfiere degli hutu “oppressi” che devono difendersi dai tutsi sempre pronti a riconquistare l’antico potere, e finisce per sostenere politicamente il regime genocidario. Non è certo un caso se Vincent Nsengiyumva, arcivescovo di Kigali dal 1976 fino al momento della sua morte per mano dell’Fpr nel giugno del 1994, era anche il presidente del comitato centrale del partito di governo che pianificò i massacri.

Il punto è che la Chiesa cattolica si è sempre rifiutata di affrontare questi e altri nodi decisivi, parlando spesso di complotti contro il Vaticano e trincerandosi dietro la responsabilità personale delle eventuali “mele marce”. Nel 1996, Giovanni Paolo II disse, rivolto al popolo ruandese: «La Chiesa non può essere ritenuta responsabile per le colpe di alcuni suoi membri che hanno agito contro il Vangelo; essi saranno chiamati a rendere conto delle proprie azioni». Si provi ad immaginare quante e quali sarebbero state le sacrosante reazioni di sdegno se tale frase fosse state pronunciata a proposito dei crimini commessi dai preti pedofili.

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