Adel Jabbar, sociologo di origine irachena, guarda con preoccupazione alle prossime elezioni in Iraq e sostiene che una democrazia compiuta non puo` nascere improvvisamente, solo grazie a processi imposti dall`esterno.

     

“In un contesto come quello attuale, contrassegnato da insicurezza, violenze e divisioni, lo strumento democratico del voto potrebbe rivelarsi non solo inutile ma forse persino nocivo per la società irachena, che già è in cattive condizioni di salute”. È il parere rilasciato alla MISNA da Adel Jabbar, sociologo nato in Iraq che insegna ‘Sociologia delle culture delle migrazioni’ all’università Ca’ Foscari di Venezia.

“Io credo che, ora come ora, non ci siano le premesse né le condizioni per ricorrere alle elezioni – dice in previsione dell’appuntamento con le urne di domenica prossima – anche perché finora la gente non sa neppure quali siano i candidati; conosce i leader ma non l’identità degli altri nomi presenti sulle liste, tenuti segreti per ragioni di sicurezza.

Inoltre la stampa araba diffonde da giorni notizie di compravendite di voti, falsificazione di schede elettorali, persone convocate in modo illecito da Paesi stranieri per votare a favore di un gruppo piuttosto che un altro, per non parlare della totale assenza di osservatori elettorali”.

Il docente, che collabora con ‘Cem mondialità’ dei saveriani, espone inoltre i propri dubbi sull’effettiva “cultura democratica” della realtà politica formatasi dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. “La democrazia – afferma – è un processo che richiede tempi lunghi; in un Paese come l’Iraq, sventrato da decenni di dittatura, violenze ed embargo, è impossibile che nasca improvvisamente una democrazia compiuta; esistono piuttosto gruppuscoli che intendono spartirsi il potere in termini tribali, confessionali e feudali, ma questo è il contrario di un processo democratico”.

A proposito di questioni confessioni, Jabbar – nativo di Baghdad ma da 24 anni in Italia – sostiene che le violenze inter-religiose sono emerse in Iraq essenzialmente dopo l’attacco anglo-americano e la conseguente caduta di Saddam. “Tra sunniti e sciiti – spiega – ci sono sempre state dispute di natura teologica, ma gli attacchi armati o gli attentati si sono verificati per la prima volta nel dopo-Saddam. Tra l’altro non è vero che, durante la dittatura, avevano assunto il potere i sunniti: il regime calpestava allo stesso modo i diritti di tutti”.

Secondo vari osservatori, potrebbero essere gli sciiti a conquistare il potere alle prossime elezioni, ma anche in questo caso il docente fa capire che la realtà è molto più complessa: “Sia tra i sunniti che tra gli sciiti vi sono i filo-americani e quelli schierati contro gli Usa; le liste elettorali sono trasversali e spesso un’unica lista comprende sciiti, sunniti, cristiani e curdi. A mio parere c’è un’operazione politica mirata a strumentalizzare le violenze tra le religioni, con l’intenzione di spaccare la società, distruggere una cultura collettiva e far fiorire gruppi isolati, più facili da governare”.

Quanto alla comunità cristiana, di recente vittima di attacchi estremistici, Jabbar non ritiene, come pensano vari osservatori, che sia presa di mira perché in qualche modo identificata con gli occidentali, e quindi con gli occupanti. “Questa comunità – sostiene – ha un radicamento storico e culturale di antica data nel mondo iracheno, e di occidentale ormai non ha più niente. Gran parte degli stessi cristiani non vede di buon occhio l’occupazione degli Usa, soprattutto i caldei, e alcuni sono entrati a far parte di movimenti contrari al voto”.

Una delle principali incognite è appunto quella dell’affluenza alle urne: il sociologo è convinto che sarà molto bassa, “perché la gente ha paura e perché non capisce il senso di queste elezioni. In Iraq ci sono enormi problemi di vita quotidiana: manca l’acqua, l’elettricità, le medicine, la benzina costa carissima, al punto che tanti non escono nemmeno più di casa. Le persone che hanno governato finora non sono riuscite ad affrontare questi problemi”.

Per molti iracheni, dunque, le elezioni rappresenterebbero soprattutto qualcosa che riguarda l’amministrazione del presidente statunitense George W. Bush e i suoi alleati: “Dopo aver sostenuto due tesi che si sono poi rivelate false – l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq e i rapporti tra Saddam e Osama bin Laden – l’ultima spiaggia per gli americani è dimostrare di essere in grado di ristabilire la democrazia con le elezioni; certo a molti farà piacere diffondere le foto di iracheni in fila davanti a un seggio, ma resto convinto che il voto avrà scarsissimo impatto sulla vita quotidiana. E conservo molti dubbi sull’autenticità di chi andrà al potere nel Paese: solo chi è riuscito a essere strumento dell’occupazione statunitense potrà continuare a governare, mentre resteranno al loro posto le élite che in questi ultimi anni si sono arricchite in modo spudorato e illegale”.

Jabbar, che vive tra Trento e Venezia, dice di non essere in grado di prevedere se il voto sarà caratterizzato da un crescendo di scontri, ma sostiene che in Iraq oggi “ci sono tutti gli ingredienti perché la violenza permanga”. In ogni caso, da molte parti della società irachena, arriva l’appello alle forze americane affinché lascino l’Iraq. “Una cosa è essere contro la dittatura, altra cosa è diventare subalterni degli Usa e vedere il proprio Paese depredato delle sue ricchezze. Ci vuole onestà intellettuale – conclude il docente – e autenticità nell’interessarsi alla dignità delle persone, dignità che oggi come oggi, in Iraq, è del tutto calpestata”. (a cura di Luciana Maci)

Iraq, 28.01.2005

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