Gli USA hanno deciso di sospendere il progetto di fumigazione delle colture d’oppio in Afghanistan, accettando le argomentazioni del presidente Hamid Karzai, secondo il quale sono consigliabili tecniche tradizionali di eradicazione.

     

Il dipartimento di Stato Usa aveva preannunciato a dicembre una campagna di fumigazione aerea, ma Karzai, stretto alleato degli americani, aveva replicato che un’operazione del genere avrebbe rischiato di danneggiare la salute della popolazione, nonostante Washington continuasse a ribadirne la sicurezza. Il dipartimento di Stato americano presenterà a breve al Congresso un nuovo piano di spesa nella lotta al narco-traffico in Afghanistan, primo produttore mondiale di droga, che non prevede operazioni di fumigazione.

“Sicuramente interventi di questo tipo rischiano di avvelenare la popolazione e distruggere qualsiasi tipo di coltura, ma resto convinta che le coltivazioni di oppio continueranno ad esistere e prolificare, perché costituiscono l’asse portante dell’economia afgana” dice alla MISNA Simona Lanzoni, responsabile progetti per la Fondazione Pangea, una onlus attiva nella capitale afgana Kabul.

“Le fumigazioni potrebbero avvelenare le falde acquifere – prosegue – in un Paese dove è in corso un processo di desertificazione, c’è già pochissima acqua e quella che c’è è in gran parte avvelenata, anche a causa dei lunghi anni di guerra durante i quali sono piovuti dal cielo gas di ogni tipo: avviare una campagna di fumigazione sarebbe come gettare veleno sul veleno”.

Ricordando che, secondo le Nazioni Unite, l’Afghanistan produce circa il 90% dell’oppio mondiale e la sua produzione è aumentata del 64% tra il 2003 e il 2004, l’operatrice umanitaria sostiene che “in ogni caso la produzione continuerà. Chi si arricchisce, tra l’altro, non sono i piccoli contadini ma i signori della guerra e gli ex talebani. Quando nel 1996 – rievoca la Lanzoni, in Afghanistan da marzo 2003 – il regime talebano proibì la produzione d’oppio, in realtà aveva una consistente quantità di scorte da smaltire. In quegli anni, in seguito al divieto, gli agricoltori rischiarono la fame e in molti furono costretti a vendere i loro appezzamenti di terreno a pakistani o a signori della guerra; oggi quegli stessi agricoltori si ritrovano a lavorare come braccianti nei campi d’oppio un tempo di loro proprietà”.

L’intervistata tiene a sottolineare che, se l’oppio continua a essere una risorsa per l’Afghanistan, è anche perché l’Occidente non fa che alimentarne il traffico illecito. “Le cose forse potrebbero cambiare – conclude – se se ne regolarizzasse il commercio finalizzando il suo utilizzo esclusivamente al campo farmaceutico”.

[LM] – AFGHANISTAN 26/1/2005

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