Le guerre degli USA: `ciò che sappiamo,...

La guerra permanente

Le guerre degli USA: `ciò che sappiamo, ciò che vogliamo`

  Dai familiari dei soldati USA impegnati in decine di paesi del mondo, un invito a prendere reale consapevolezza delle conseguenze delle azioni militari statunitensi, per il loro paese e per il mondo.
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Siamo madri, padri, coniugi, nonni e figli di militari. Stiamo imparando a flettere i nostri muscoli politici, e vi invitiamo ad unirvi a noi.

Quando ci radunammo nelle strade per protestare contro la guerra preventiva, il nostro presidente disse: “Io non ascolto i gruppi di parte”. E noi andammo a casa.

Quando i nostri cari furono trasferiti in Afghanistan alla ricerca di Osama bin Laden, e in Iraq alla ricerca delle armi di distruzione di massa, noi guardammo cio` che accadeva alla televisione: il caos a Kabul, il terrore a Tora Bora, il bombardamento di Baghdad. E restammo a casa.

Quando il nostro presidente disse: “I nostri coraggiosi uomini e donne in uniforme stanno condividendo i doni della libertà e della democrazia con coloro che non comprendono la libertà: ma noi gliela insegneremo”, abbiamo visto il nostro esercito bombardare Fallujah, e Karbala, e Najaf, e Samarra, e Ramadi, e Sadr City. E abbiamo visto gli iracheni resistere ai nostri “doni di libertà”.

Quando i nostri soldati morti furono portati in segreto alla base aerea di Dover il nostro presidente disse: “Sarebbe irrispettoso per le famiglie dei morti mostrare bare avvolte nella bandiera”. E noi abbiamo annuito, e ringraziato Dio perché il morto seguente non era nostro figlio.

Poi, improvvisamente, era proprio nostro figlio, o il figlio di un amico, o un amico di nostro figlio. E alcuni di noi si sono detti: “Un momento. E chi pensa ai figli morti di Kabul, e Tora Bora, e Baghdad, e Fallujah, e Karbala, e Najaf, e Samarra, e Ramadi, e Sadr City? Ci avevano detto che i nostri ragazzi e le nostre ragazze erano là per liberare i loro ragazzi e le loro ragazze, non per ucciderli”.

E abbiamo appreso che i reclutatori militari mentono ai nostri idealisti studenti di liceo, per persuaderli ad arruolarsi.

Abbiamo appreso che, nonostante le promesse del nostro presidente di dislocare fondi per l`istruzione, il cibo, il vestiario e gli stipendi dei nostri soldati, molti di essi non hanno sufficiente addestramento, né cibo decente ed acqua, o vestiario protettivo, e che le loro paghe sono state ridotte.

Abbiamo appreso che il Dipartimento della Difesa mente sul numero di statunitensi morti e feriti, e non menziona mai il numero dei civili morti e feriti.

Abbiamo imparato che i media, come pappagalli, ripetono la retorica della paura che il nostro presidente usa per forzarci al silenzio.

Ma noi non taceremo più.

Ora seguiamo i reclutatori dell`esercito nei licei, e smascheriamo le loro bugie. Ora parliamo dello sfruttamento delle nostre truppe e dell`inadeguata fornitura di istruzione, cibo, uniformi, materiale di protezione. Ora invitiamo i media ad unirsi a noi quando andiamo a ritirare i resti dei nostri cari, avvolti nelle bandiere, dall`esercito. E assicuriamo agli altri statunitensi che non troviamo affatto irrispettoso condividere il nostro dolore.

Ora diciamo loro che il nostro presidente sorvola sulla Convenzione di Ginevra, e dà per scontato che vada bene abusare dei civili; che le persone che amiamo affrontano pericoli mortali per proteggere gli interessi delle corporazioni economiche nel loro progetto di privatizzazione dell`industria irachena; che l`esercito dispensa antidepressivi alle nostre truppe per sedare i loro sospetti e la loro sfiducia rispetto ai massacri di Baghdad, e Fallujah, e Karbala, e Najaf, e Samarra, e Ramad e Sadr City.

Ora diciamo ai compatrioti statunitensi che la “guerra al terrorismo” ci rende meno sicuri in casa nostra, e più disprezzati in tutto il mondo. E abbiamo anche altro da fare.

Vogliamo portare a casa 165.000 soldati dalle basi in Afghanistan e Iraq. Ma non intendiamo fermarci qui. Vogliamo che le nostre truppe tornino a casa da Camp Bondsteel e Camp Monteith in Kosovo, da Camp Sarafovo in Bulgaria, da Camp Doha in Kuwait, da Camp Andy in Qatar, e dalle oltre 38 basi in Okinawa e dalle oltre cento basi in Sud Corea. Vogliamo portare a casa il mezzo milione di soldati che occupa oltre 725 basi militari Usa nel resto del mondo.

Ci rifiutiamo di sostenere queste basi e l`avvilimento sociale e culturale dei civili forzati a partecipare ai bar e ai bordelli che sorgono loro intorno, all`ubriachezza, alle droghe, e alla violenza che le accompagnano.

Spostiamo i miliardi di dollari che oggi si spendono per mantenere queste basi per l`istruzione, la salute ed il benessere di tutti gli statunitensi.

Finanziamo con essi le cure necessarie ai nostri soldati feriti, contaminati da tossici chimici, psicologicamente traumatizzati. Finanziamo progetti abitativi per i soldati senza casa. Mettiamo questi soldi a disposizione del futuro delle vedove e degli orfani dei soldati morti. Tassiamo gli eccessi di profitti che le corporazioni e gli individui stanno facendo sulla guerra e l`occupazione, e spendiamo questi milioni per ripagare gli afgani e gli iracheni della distruzione che abbiamo fatto irrompere nelle loro terre. E non fermiamoci qui.

Arrestiamo immediatamente la produzione e l`uso delle munizioni ad uranio impoverito, delle bombe aeree a carburante, delle mine antiuomo, delle bombe nucleari. E smettiamo di vendere e donare queste armi ai governi in giro per il mondo.

Le famiglie dei militari stanno imparando a fare queste cose. Unitevi a noi. Insieme, potremo concretizzare il nostro potere, flettere i nostri muscoli politici, e creare un mondo che sia veramente democratico.

Di: Susan Galleymore, madre di un militare americano che ha fondato “Mother Speak”, un`organizzazione che si propone di far crescere la consapevolezza nella condivisione delle storie di vita di coloro che hanno sperimentato e stanno sperimentando guerra e terrorismo (www.motherspeak.org). Traduzione di: Maria G. Di Rienzo.

Tratto da: “La nonviolenza è in cammino”, Foglio quotidiano di approfondimento del “Centro di ricerca per la pace di Viterbo”, n. 817.

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