Da tutto il mondo stanno arrivando aiuti alle popolazioni colpite dallo tsunami. Ma secondo l`economista Stefano Zamagni, sarebbe indispensabile la presenza di un organismo indipendente con precisi compiti di coordinamento e di vigilanza sul processo.

     

“Per aiutare le vittime del maremoto non serve solo il buon cuore, ci vuole anche una buona testa; è per questo che occorrerebbe creare al più presto un’agenzia mondiale per le emergenze a livello transnazionale, che potrebbe evitare probabili degenerazioni e scandali nella gestione degli aiuti”. Lo dice alla MISNA Stefano Zamagni, docente di economia politica all’Università di Bologna, commentando la recente decisione del Club di Parigi di una moratoria del debito per alcuni Paesi colpiti dallo tsunami, un’iniziativa che, a suo parere, è “inutile”.

Al di là dell’altissimo numero di vite umane perdute, che è un “valore impagabile”, il maremoto, spiega il docente, “non ha avuto un impatto distruttivo sul piano economico, non ha colpito fabbriche importanti né centri finanziari vitali, ma ha travolto povere case di pescatori, piccoli insediamenti abitativi e qualche struttura turistica. Questo non vuol dire che non si debba procedere con la moratoria, ma il provvedimento dovrebbe essere accompagnato da specifici e concreti progetti di interventi nelle zone colpite, ripensando anche al modello di sviluppo locale”.

Secondo l’economista – che insegna anche alla Johns Hopkins University e alla Bocconi di Milano, e fu presidente della commissione ministeriale incaricata di elaborare il testo del decreto legislativo 460/97 sulle onlus – l’organismo più adatto a svolgere questo ruolo potrebbe essere un Consiglio delle Nazioni Unite per la sicurezza economica e sociale, proposto ormai da circa 20 anni da vari studiosi di tutto il mondo e mai costituito.

“Così come esiste un Consiglio di sicurezza dell’Onu per le questioni militari, sarebbe auspicabile un analogo organismo che si occupi della gestione dei fondi per le vittime delle catastrofi, con precisi compiti di coordinamento ma anche con la facoltà di ispezionare le strutture ed eventualmente sanzionare tutti i comportamenti scorretti” afferma Zamagni.

Senza un’autorità super-partes, il docente è convinto che potrebbero verificarsi episodi di corruzione e veri e propri scandali, come peraltro è già successo più volte in passato in analoghe situazioni: “Da tutto il mondo – osserva l’interlocutore della MISNA – stanno arrivando aiuti alle popolazioni colpite dallo tsunami, ma a riceverli sono le autorità locali o i politici. Chi controlla che vadano nella giusta direzione? In assenza di un’autorità indipendente che vigili su questi processi, il rischio di degenerazioni è molto alto; il danaro potrebbe finire nelle tasche di soggetti che potrebbero usarlo per scopi diversi da quelli originari, in alcuni casi anche per fini criminali”.

Per Zamagni, la mancata nascita di un Consiglio dell’Onu che si occupi delle emergenze è dovuto anche al fatto che, quando succedono disastri di questo genere, “i vari Stati hanno tutto l’interesse a gestire in proprio i fondi, per motivi strettamente politici ed economici; tutti hanno la tentazione di favorire se stessi e i propri amici, ed è chiaro che una nazione che fornisce aiuti alle vittime deciderà in autonomia se costruire alberghi piuttosto che case o favorire determinate imprese piuttosto che altre.

Subito dopo lo tsunami, per esempio, gli Usa hanno annunciato che avrebbero assunto la gestione degli aiuti, per poi cedere il passo all’Onu”. L’economista spera che l’enorme tragedia del 26 dicembre dia l’impulso definitivo alla creazione dell’auspicata agenzia super-partes di coordinamento degli aiuti, ma nello stesso tempo ricorda che in passato si sono verificati disastri anche peggiori, a cui i media hanno prestato minore attenzione perché non vi erano coinvolti occidentali.

“Nel 1970 il maremoto in Bangladesh uccise mezzo milione di persone, eppure se ne parlò solo per qualche giorno. Questa volta si tratta di zone turistiche, dove esistono interessi occidentali, per questo l’argomento ha focalizzato l’attenzione dei media. Ma c’è un’ipocrisia di base in questa visione delle cose: le vite umane sono sempre e soltanto vite, ed hanno tutte lo stesso valore”. (a cura di Luciana Maci) [LM]

Agenzia Misna, 17 gennaio 2005

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