Estremamente limitato lo spazio per il dissenso nel paese più occidentalizzato del mondo arabo; ostacolata anche la partecipazione politica delle donne, le quali sono altresì minacciate da un crescente attaccamento all’identità arabo-islamica.

     

Ho appena trascorso due mesi in Tunisia e lì ho toccato con mano quanto l’emancipazione femminile promossa e sostenuta da un regime autoritario porti in sè i germi di un’involuzione o di una regressione per le donne. È vero che si rischia di tornare indietro anche là dove le conquiste delle donne sono il frutto delle battaglie femministe (Italia docet)… ma questa è un’altra storia.

In Tunisia, il paese più occidentalizzato del mondo arabo, le donne godono di diritti impensabili per gran parte delle musulmane: il “Codice dello statuto personale”, promulgato nel 1956, vietò infatti la poligamia, istituì il divorzio giudiziario e fissò a 17 anni l’età minima del matrimonio per le ragazze. Per quanto riguarda l’eredità, invece, la legge è rimasta fedele al diritto islamico e garantisce alle donne solo la metà di quanto spetta agli uomini.

Ma, nel regno di Zin el Abidin Ben Ali, il laico presidente caro ai governanti occidentali, vi è ben poco spazio per il dissenso e alle donne è concessa solo una qualche forma di attivismo sociale, non una vera e propria militanza politica. Lo stesso vale per gli uomini, del resto. In altri termini, si possono rivendicare più diritti, ma a patto che non si contesti apertamente il regime. Inoltre, il crescente attaccamento all’identità arabo-islamica e alla religione, con cui l’opinione pubblica tunisina ha reagito al perdurare del conflitto israelo-palestinese e alla guerra in Iraq, si riflette negativamente sulla condizione delle donne.

L’esempio più evidente di tale tendenza è il ritorno al velo islamico, la cui interdizione nelle scuole e nella pubblica amministrazione è uno dei pilastri della guerra all’integralismo scatenata dal governo negli anni Ottanta. Nelle strade delle città tunisine si vedono sempre più ragazze con lo hijab, proprio come avviene in altri paesi musulmani o nei paesi occidentali con una forte presenza islamica, dove indossare il velo è anche un gesto di rivolta contro l’Occidente.

Sin dallo scorso anno, la ong femminista più battagliera, l’Atfd (Association tunisienne des femmes démocratiques) aveva ammonito sulla recrudescenza dello hijab, giudicandola “inquietante”. Dal canto suo, a dimostrazione di quanto la questione sia complessa, la Lega tunisina per la difesa dei diritti umani (legale ma appena tollerata dalle autorità) ha denunciato aggressioni della polizia nei confronti di donne velate e ha chiesto la libertà di scelta nell’abbigliamento. Per non alienarsi la parte della popolazione più sensibile al richiamo dell’Islam conservatore, alcuni mesi fa il governo ha emanato un decreto che alleggerisce le sanzioni per chi trasgredisce la legge, allentando di fatto le restrizioni sul velo.

Il ritorno allo hijab si accompagna con una più assidua frequentazione delle moschee e con una crescente influenza degli imam (le guide della preghiera) e delle tv satellitari arabe che diffondono messaggi religiosi, mi hanno riferito alcune femministe vicine all’Atfd e ad un’altra ong, l’Afturd (Association des femmes tunisiennes pour la recherche et le développement).

In effetti, per tagliare l’erba sotto ai piedi degli estremisti islamici, le autorità non si sono limitate a mettere al bando il loro movimento (Ennhada) e ad incarcerare centinaia di militanti. Hanno anche incoraggiato la costruzione di moschee, aumentato lo spazio dedicato ai programmi religiosi in tv, lanciato una campagna per la “moralizzazione dei costumì” e offerto incentivi economici ai fedeli che vogliono compiere il pellegrinaggio alla Mecca. Così, sono aumentate anche le pressioni degli ambienti tradizionalisti sulle donne, dicono le femministe.

Inoltre, come avviene spesso, c’è una netta discrepanza tra le leggi e la loro attuazione. Il problema è particolarmente acuto sul piano economico. Oggi, secondo dati ufficiali, il tasso di scolarizzazione delle ragazze supera largamente il 70%, mentre era solo del 36,7% nel 1996. Ma rimane difficile l’accesso al mercato del lavoro: nel Paese nordafricano afflitto dalla piaga della disoccupazione, le donne rappresentano solo un quarto della popolazione attiva. E sussistono forti disparità tra le città e gli ambienti rurali. (…)

(Tratto da: “Avviso alle naviganti”, news di informazione a cura della Redazione della Casa Internazionale delle Donne, Roma, 13 gennaio 2005)

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