Non si sono ancora accorti, i sopravvissuti al maremoto di domenica scorsa, che l’asse terrestre si è spostato di qualche centimetro, come affermano alcuni geologi; questo fatto potrebbe avere conseguenze climatiche sul pianeta e di durata dei tempi di rotazione della Terra.

     

Forse misure più simboliche che realmente percepibili dall’uomo, di quelle però che incidono sull’immaginario collettivo. Poco importa, per ora. Si sono certamente accorti, invece, se anche si dovessero essere salvati dall’impatto dello tsunami, dopo aver seppellito nelle fosse comuni qualche parente stretto, e essere riusciti a trovare dell’acqua pulita da bere, del fatto che la loro già fragile esistenza ha subito contraccolpi probabilmente letali. Oltre alle numerose vittime immediate di questo maremoto, difatti, le conseguenze a medio e lungo termine di quanto è accaduto il 26 dicembre scorso sono tutte da valutare purtroppo.

Siamo sempre più globalizzati, ma non perdiamo il vizio di guardare cosa succede intorno e vicino a noi. Quali sono le conseguenze globali della catastrofe su chi ha perso i propri parenti, la propria casa nel maremoto, vive in Europa ma non è europeo? Amaro Adikari, un amico cingalese attivo nella comunità di Roma, stringe i pugni quando descrive la maggioranza dei giornali e dei telegiornali che lo fanno sentire cittadino di serie B: tanto lo spazio dedicato ai dispersi e ai morti italiani, mentre si annacquano – anche in senso metaforico – i morti asiatici in cifre sì crescenti, ma difficili da visualizzare e rendere significative. Non emergono storie di singoli, se non in relazione agli occidentali: la famiglia olandese, il ragazzo italiano che davanti alla telecamera dicono di aver ricevuto una lezione di vita da gente del posto che pur non avendo niente ha messo quel poco che avevano a loro disposizione, privandosene; il bambino abbandonato nelle braccia del padre (che fa da logo anche alla campagna televisiva di raccolta fondi) che finisce naturalmente nelle braccia salvifiche di un uomo della croce rossa. Ma anche, aggiungo io, la grande attenzione all’immagine di Gianfranco Fini, neoministro degli Esteri, alla sua prova del fuoco: l’immagine efficientista e pietista comprende il ponte aereo per far rientrare gli italiani innanzitutto; poi il coordinamento dei soccorsi dell’Unione Europea assegnato al nostro paese (Dio ce ne scampi, visti i precedenti!), ancora la tardiva scoperta di quanti poveri ci sono in questi Paesi, come se non fosse noto che a pochi metri dai lussuosi villaggi vacanze per turisti si morisse di fame, e di come alle popolazioni non vadano che briciole del grande business del turismo verso le “esotiche mete”, mentre di questo flusso di valuta pregiata si avvantaggiano governi spesso non democratici che violano i diritti umani e che conducono guerre contro una parte della loro popolazione, come nello Sri Lanka tra governo a maggioranza cingalese e minoranza tamil. L’onda anomala comunque non ha fatto distinzioni di etnia o di soldi, ha travolto miserabili e ricchi, sicuramente anche modesti vacanzieri occidentali sorpresi nella vacanza della loro vita, come nipoti di re o ricchi signori locali.

Non ci siamo accorti neanche noi, qui in Italia, che l’asse terrestre si è spostato. Se ne sono accorti però i nostri amici srilankesi: la burocrazia non è uguale per tutti. Italiani di ritorno dalle zone dell’Asia dove erano in vacanza, sono tornati con il solo costume da bagno o in pigiama, dopo aver perso tutto, inclusi i documenti. Una circolare del Viminale consente una proroga – ma solo fino al prossimo 15 febbraio – per fare rientro in Italia agli immigrati qui residenti che si trovavano nei loro Paesi, a patto di fare rientro dallo stesso valico di frontiera dal quale sono usciti e di essere riusciti a salvare dalla furia dell’acqua il permesso di soggiorno o la fotocopia della ricevuta di richiesta di rinnovo.

E che dire di T., un ragazzo cingalese che abita e lavora a Roma ma non ce l’ha il permesso di soggiorno, che non sa ancora che sua madre è morta nel disastro a Galle? Pietosamente tenuto all’oscuro dai suoi compagni che sanno che non potrebbe partire per lo Sri Lanka, come naturalmente vorrebbe fare se sapesse, senza mandare all’aria tutto quello che sta cercando faticosamente di costruire qui, in Europa, per via del fatto che non sarebbe più possibile per lui rientrare nel nostro Paese, grazie a Bossi e Fini? Sarebbe troppo oneroso e rischioso per l’Italia, tra i primi paesi industrializzati al mondo, far entrare cittadini dei paesi coinvolti senza troppe restrizioni, vista la situazione assolutamente senza precedenti?

Si sono accorti dello spostamento dell’asse terrestre anche i tamil di Palermo, città dove risiede la più numerosa comunità in Italia di questa minoranza dello Sri Lanka. Khayaraj, un ragazzo tamil che vive a Palermo, al telefono mi dice che un suo amico ha perso 29 parenti a causa dell’onda anomala, ma non ha i soldi per pagarsi il biglietto fino al suo paese, dove vorrebbe recarsi forse solo per piangere davanti ad una fossa comune o per dare una mano a chi è sopravvissuto. Di mano in mano, di casa in casa, di negozio in negozio, girano lunghe liste con i nomi dei morti accertati nel maremoto, che ha colpito in maniera particolare le coste nordorientali del Paese, dove ci sono le zone con alta concentrazione di tamil: zone di guerra, difficilmente raggiungibili già in condizioni normali, che sono diventate inaccessibili, soprattutto ai soccorsi. Come fu quando – dopo uno stesso 26 dicembre di otto anni fa – giravano altre liste tra le vie di Palermo, con i nomi degli annegati nel naufragio di Natale ’96 al largo delle coste siciliane, e il Governo italiano negava l’accaduto, mentre il governo srilankese non se ne curava molto, visto che i naufraghi appartenevano ad una scomoda minoranza. In questi giorni raccolgono anch’essi fondi per la ricostruzione, non si fidano del governo che temono non si preoccuperà dei tamil.

Documenti, permessi di soggiorno, liste. Carte, sempre carte. Sembra impossibile che in un mondo che ci raccontano e che ci raccontiamo sempre più smaterializzato e affrancato dalla schiavitù della fisicità, contino così tanto – ma solo per alcuni – le carte, quelle che si impolverano, bruciano, o vengono distrutte dall’acqua.

Serve allora un diverso modo di affrontare le cose, diverso da quello che impone la chiusura delle frontiere: al posto della burocrazia delle carte, chiediamo che si applichi il diritto internazionale della solidarietà globale, che non prevede confini. Chiediamo che si facilitino gli spostamenti delle persone indipendentemente dalla loro posizione giuridica. E’ impensabile che se si dovessero presentare alla frontiera italiana immigrati che devono rientrare e che hanno perso i documenti o persone che volessero chiedere asilo a causa del disastro in cui è precipitato il loro paese, dopo aver “donato” milioni di euro attraverso gli SMS, chiuderemmo loro le porte in faccia. Serve una moratoria alle leggi sull’immigrazione, misura concreta che allevierebbe almeno in parte i disagi di popolazioni che non hanno conosciuto che guerre e distruzioni. Chiediamo più trasparenza e partecipazione delle comunità locali alla ricostruzione, e che nessuno ne venga escluso perché parte di una minoranza. Facciamo sentire la loro voce, quella degli immigrati presenti qui, uniamoci a loro come società civile, organizzazioni politiche e sindacali per chiedere al Governo un ripensamento delle politiche di chiusura delle frontiere. Cerchiamo di restituire una piccola parte di ciò che persone che non possiedono nulla hanno dato anche in una situazione come questa a chi si trovava là come turista, dividendo il poco che potevano offrirgli per aiutarli.

Forse l’asse terrestre si è spostato, facciamo in modo che anche da questa parte del mondo qualcuno se ne accorga.

Alessia Montuori – Senzaconfine

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