Albania, 1999: un bambino viene venduto a un italiano attraverso un intermediario. La mamma, in cambio, riceve un televisore. Ma non si è trattato di un caso isolato.

     

Ecco la prova. Ha il timbro della voce della mamma di un bambino albanese comprato a quattro anni, nel 1999, da un anziano proprietario terriero calabrese: “Era giugno, sono venuti a prelevarlo a casa e l`hanno portato via con la nave della sera”. La firma sotto un assegno di 10 milioni di lire è il prezzo pagato per far arrivare in Italia il piccolo, “accompagnato” in questo viaggio senza ritorno da una trafficante di esseri umani che lo teneva in braccio come se fosse suo figlio.

L`inchiesta che polizia e magistratura di Pescara stanno conducendo da tempo sul mercato dei minorenni che arricchisce la malavita internazionale (non senza complicità nel nostro Paese) è a una svolta decisiva. Il racconto fatto oggi dalla mamma del piccolo, che chiameremo Arben, è la prima, drammatica prova di quel business che si sviluppa da una sponda all`altra dell`Adriatico. Illumina gli allarmi di una luce sinistra e dà corpo al sospetto che l`infanzia più povera e deprivata dei paesi dell`Est sia stata trasformata in merce. Da acquistare al mercato nero e poi rivendere nella borsa delle adozioni illegali, dell`accattonaggio, della pedofilia e, in alcuni casi, persino del traffico di organi.

La madre di Arben è stata rintracciata dall`ispettore della squadra mobile di Pescara, Giovanni Di Persio, inviato in missione speciale in Albania per ricostruire la trama del passaggio clandestino di bambini e ragazzi tra Bari, Durazzo e Ancona. Passaggio scoperto nel settembre del 2002 con l`arresto, tra gli altri, di Ramis e Xhuljeta Petalli, i coniugi arrivati nel capoluogo abruzzese da Elbasan per fare l`operaio in un`impresa di pompe funebri e la donna delle pulizie. Ma che, lo hanno confessato dopo dieci mesi di carcere, per integrare i loro guadagni sono entrati a far parte, sia pure nei ranghi più bassi, dell`organizzazione specializzata nel traffico degli esseri umani.

“Un giorno, era il mese di maggio 1999, viene a casa mia Xhafa Besnik e dice che vuole parlare con mio marito” ha raccontato alla polizia Fatmira, la madre del piccolo Arben. Facendo il primo di una serie di nomi che, il 25 giugno scorso, hanno fatto finire in carcere a Durazzo proprio Xhafa Besnik, insieme con Gjergji Shkembi, 54 anni, e il padre di Arben, Kujtim, 56. Arben, di cui ancora non si conosce la sorte, è il più piccolo di sette figli che a stento i genitori riescono a sfamare con quel pugno di leke guadagnati ogni mese pulendo le strade polverose di Durazzo.

“Besnik era stato mandato da noi da Gjergji Shkembi, che aveva conosciuto mio marito in prigione tra il 1975 e il 1983 e sapeva che c`era un italiano che voleva prendere uno dei miei bambini” sono ancora le parole della mamma di Arben. “Io risposi che sarei stata d`accordo soltanto se Arben fosse stato adottato, altrimenti niente. E dissi anche che se l`italiano voleva il bambino doveva aiutarmi economicamente”.

Le trattative vanno avanti per circa un mese e, di fronte alle insistenze di Gjergji, la donna un giorno arriva a cacciarlo di casa. “Quello è un uomo che fa imbrogli” urla Fatmira al marito che però, in uno dei frequenti momenti in cui è ubriaco, si fa convincere. A questo punto, a chiudere il cerchio, entra in scena Besin Metani, detto “Besi”, il temuto boss che controllava tutte le pedine del mercato degli uomini. Diventato ricco tessendo le fila di questo traffico impastato di miseria e paura, dirigeva lo smistamento della domanda e dell`offerta di ragazzini da far entrare in Italia. E aveva messo in piedi una fabbrica di falsi documenti di identità e permessi di soggiorno che gli è valsa il passaggio da ex muratore emigrato a Brindisi a “rentier” con villa mansardata non lontana dal lungomare di Durazzo.

All`alba del 4 aprile scorso, la polizia italiana e albanese ha circondato con 120 uomini delle forze speciali la sua villa. Una volta in carcere Besin Metani, l`inchiesta condotta dal pubblico ministero di Pescara, Giampiero Di Florio, ha un`accelerazione. L`omertà che il boss era riuscito a garantirsi terrorizzando chiunque entrasse in contatto con lui si scioglie. La madre di Arben, che sa la notizia dell`arresto di “Besi” guardando la televisione, si sente meno vulnerabile, anche nei confronti del suo stesso marito, e si decide a parlare. È stato “Besi” a procurare i documenti falsi per far arrivare Arben in Calabria. Costo dell`operazione: 5 milioni di lire.

È il 1999 e Besin Metani, che oggi ha 43 anni, ha impiantato la sua attività di export di vite umane. L`organizzazione deve ancora estendersi e affinare i propri strumenti. Questa volta, per portare a buon fine la vendita di Arben, “Besi” si avvale della collaborazione di sua moglie Teuta: è lei che sostituisce sul permesso di soggiorno la foto del proprio figlio con quella di Arben e poi si imbarca con lui sulla motonave Palladio per consegnarlo al compratore, in Italia.

L`uomo che Fatmira indica come acquirente di suo figlio (e di cui Panorama non fornisce ulteriori elementi per non intralciare le indagini) ha pagato Arben con un assegno di 10 milioni. “Ma io non ho avuto nemmeno un soldo, si è tenuto tutto Gjergji” giura Fatmira, che in cambio della propria creatura ha avuto soltanto un televisore a colori e qualche vestito, che l`anziano calabrese avrebbe dato alla sua famiglia. Così almeno ha dichiarato alla polizia il padre di Arben, Kujtim, il quale ha raccontato pure come si fece convincere dall`ex compagno di cella Gjergji: “Mi disse che siccome io avevo tanti bambini aveva pensato che avrei potuto regalarne uno a un suo amico italiano che non aveva figli. Che questo sarebbe stato un bene per me e per la mia famiglia”.

“Regalare”. Ha pronunciato proprio questa parola il padre di Arben? Verrebbe voglia di sperare in un errore del traduttore, in una svista di chi ha messo a verbale le dichiarazioni di quest`uomo cui alcol e povertà sembrano aver scomposto il codice che regola il linguaggio, anche quello dei sentimenti primordiali. Chissà dov`è ora suo figlio. Se avesse gridato “mamma, mamma”, tutti avrebbero capito che quella che gli teneva la mano non lo era. A lui, che aveva soltanto 4 anni, non si poteva spiegare che mai e poi mai avrebbe dovuto tradirsi, dichiarare il vero nome, dire che stava affrontando un viaggio di cui non conosceva le ragioni né la destinazione finale.

E invece proprio queste sono le disposizioni che vengono impartite ai più grandi, quelli che salgono sul traghetto sotto falso nome e con documenti contraffatti. Chi per sfuggire alla povertà, chi per mettersi sotto la tutela della criminalità organizzata, chi per ricongiungersi a un familiare immigrato clandestinamente in Italia. “Quando è arrivato il momento di partire” racconta a Panorama Sophije “mi hanno chiesto di imparare a memoria un nome. Da quel momento, a chiunque me lo avesse chiesto, avrei dovuto dire che mi chiamavo così”.

L`inchiesta di Pescara, che per ora ha coinvolto anche un legale del capoluogo abruzzese e un investigatore privato di Teramo, ha accertato che oltre cento minorenni hanno dovuto imparare un`altra identità per affrontare la traversata dall`Albania all`Italia. Per circa 60 di loro, il viaggio, seppure traumatico, è servito per conquistare la speranza di una vita migliore. Ma per altri 40, molti prelevati allo sbarco ad Ancona da sconosciuti, il sospetto è che abbiano seguito lo stesso percorso di Arben. Di certo, come lui, non regalati. Perché in questo affare, il più sporco che possa esserci, i regali non sono previsti.

Paola Ciccioli, Panorama, 14 agosto 2003

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