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Corigliano. «Tu lavori, io prendo i soldi», violenza e tensioni dietro i mandarini di Natale

Donne assassinate, furgoni incendiati, grave sfruttamento, ‘ndrangheta, falsi braccianti e tensioni razziste. Non manca niente nella Piana di Sibari, uno dei distretti agricoli più importanti del Sud. La tensione cresce tra italiani e stranieri durante la nuova stagione di raccolta dei mandarini. Pochissimi denunciano la situazione drammatica. Non possono rimanere soli

     

Scritto da Antonello Mangano

Pubblicato su Repubblica.it

CORIGLIANO (CS) – Piccole, dolci e senza semi. Sono le clementine che a Natale invadono i supermercati italiani. Probabilmente tutti ne mangeremo almeno una. Senza sapere cosa c’è dietro. Negli ultimi tempi il distretto agricolo della Piana di Sibari è diventato un concentrato di violenza e sopraffazione che colpisce soprattutto le donne. A cui si oppongono, pericolosamente in solitudine, altre donne. Ma fuori dai riflettori ancora accesi sulla vicina Rosarno.

Lo scorso ottobre alcuni automezzi andarono a fuoco nella piazza principale del paese, proprio sotto il castello che domina il paese. Erano i mezzi dei caporali, secondo alcuni. Furgoni guidati da stranieri che conducono i braccianti nei campi. In un comune sciolto per ‘ndrangheta, nessuno compie in autonomia un atto del genere in pieno centro. Ma finora nessuna ipotesi è stata confermata.

A dicembre, come ogni anno, arrivano migliaia di lavoratori dell’Est per raccogliere la frutta a salari infimi. Attirati da annunci ambigui, reclutati da agenzie, portati da parenti e amici. Salgono su un pullman che attraversa mezza Europa. Scendono a una fermata annotata su un foglietto di carta. Chiamano un cellulare. Dormono in uno scantinato condiviso con decine di altre persone, uomini e donne insieme. Il mattino dopo un furgone li porterà negli agrumeti. Dieci ore di lavoro e nessuna domanda. Vengono da Botosani, la provincia più povera della Romania. Oltre un anno fa – il 24 novembre – sei di loro furono falciati da un treno mentre attraversavano un passaggio a livello. Morirono senza sapere dove si trovavano, con la beffa dell’unico treno del giorno che li stroncava.

Le donne sono tante e sono doppiamente sfruttate. Il lavoro agricolo si sovrappone alla prostituzione. Tratta ma non solo. In strada ti può portare il fidanzato, spiegandoti che è per breve tempo e tra poco sarà tutto finito. Pochi euro per una giornata nei campi, poco più per una prestazione sessuale. Sulla famigerata statale 106, per circa 600 metri, una surreale zona a luci rosse che sa tanto di autorizzazione mafiosa. Ma che non protegge dalla violenza omicida.

Un sacco nero

Florentina l’hanno ritrovata in un sacco nero, di quelli della spazzatura. Un cliente le aveva chiesto di convivere e lasciare la strada. Il rifiuto l’ha pagato con una decina di coltellate. Il padre è venuto a riprendersi il corpo ma gli hanno spiegato che una salma torna in patria solo se ha il “passaporto mortuario”. Stranamente, l’Italia che si era commossa per la morte della quindicenne Fabiana Luzzi, ha serenamente ignorato la fine violenta di una ragazza rumena. Morta in circostanze altrettanto tragiche e nello stesso paese. Ogni settimana la cronaca nera riporta di aggressioni a donne dell’Est, spesso letali. La forma mentis dei criminaloidi locali è semplice: la donna è un oggetto. E se non c’è un uomo che la vendica è meno di un oggetto.

Campagne e prostituzione è un binomio sempre più frequente in tutto il Sud. Lo scorso ferragosto un albanese è stato ammazzato sulla spiaggia di Schiavonea, è rimasto per ore nella sabbia prima che lo ritrovassero. Scontri tra protettori, rumeni contro albanesi? Nella spettrale zona industriale si trovano improbabili “discoteche rumene”, ai margini dei campi nascono locali equivoci dove si vende carne umana.

Tu lavori, io prendo i soldi

Nelle scorse settimane la tensione è cresciuta. Tra italiani e stranieri dell’Est l’equilibrio è fragile. Questa è una zona dove i salari sempre più bassi – siamo ormai a 10 euro al giorno – hanno espulso gli altri braccianti, i magrebini sono praticamente spartiti. Raccogliere le clementine di Sibari è “un lavoro che gli africani non fanno più”. Il patto sociale tra autoctoni e no è basato su una regola unica: voi nei campi a raccogliere, noi a casa a prendere l’indennità Inps. Finora è andata bene.

Ma dopo l’inchiesta “Senza Terra” della procura di Cosenza sembra che tutto possa saltare. L’esercito di falsi braccianti che riceve la disoccupazione appunto senza aver visto un metro di terreno rischia il blocco delle indennità. Qualche rumeno che lavora tutto l’anno inizia a chiedere i suoi diritti. Il welfare del lavoro stagionale è nato per permettere a chi lavora saltuariamente di non patire la fame. Oggi serve a tutt’altro. Le tabelle Inps sono surreali. Settantenni calabresi lavorano sistematicamente 101 giornate (quelle sufficienti a prendere i soldi), aitanti ventenni rumeni non superano le cinque.

Violenza selvaggia sulle donne, grave sfruttamento dei lavoratori, ‘ndrangheta, truffe di massa e prostituzione. Non manca niente. Ma è anche uno dei distretti agricoli più ricchi del Sud. I maggiori supermercati italiani comprano qui. Sulla nostra tavola natalizia, la prossima volta che vedremo un mandarino, dovremo pensare a quello che nasconde.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.