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La raccolta delle arance uccide. Rosarno, trentunenne liberiano muore per il freddo

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Un bracciante liberiano di 31 anni è morto a causa del freddo a Rosarno. Era arrivato per la raccolta delle arance. Non aveva trovato posto nella tendopoli. Non è il primo caso. «Qui si muore di freddo, polmonite o in bici per strade non illuminate», denunciano le associazioni. Il sistema economico continua a sfruttare la manodopera straniera senza garantire condizioni dignitose

     

Scritto da Redazione terrelibere

Pubblicato su Repubblica.it

ROSARNO (RC) – È sfuggito ai drammi della Liberia per venire a morire di freddo nel “primo mondo”. Dominic Man Addiah, 31 anni, nato a Monrovia, dormiva in auto a Rosarno. Avrebbe festeggiato il compleanno il primo gennaio. Secondo la stampa locale non ha trovato posto nella tendopoli. Era uno degli africani in attesa di trovare lavoro come raccoglitore di arance.

La procura della Repubblica di Palmi ha aperto un’inchiesta e disposto l’autopsia. Le indagini riguardano il comportamento degli uomini del 118. Secondo il Quotidiano della Calabria, «il personale sarebbe intervenuto, stando a quanto hanno riferito gli amici dell`immigrato, soltanto un’ora dopo la telefonata fatta alla centrale operativa del servizio. I sanitari che hanno attuato il primo intervento e praticato un`iniezione all`immigrato sarebbero andati via inoltre assicurando […] che sarebbero tornati dopo un’ora per accertarsi delle condizioni di Addia. Secondo intervento che, invece, non c`è mai stato».

Sarebbero stati i suoi compagni a portarlo in auto all’ospedale di Gioia Tauro, quando ormai non c’era più niente di fare.

Non è la prima tragedia del genere. Marcus era nato in Gambia e aveva girato mezzo mondo prima di arrivare nelle campagne calabresi. Viveva – come gli altri lavoratori africani – in condizioni durissime. Ed era malato. È morto alla fine del 2010 –  proprio tre anni fa – nell’ospedale di Lamezia, assistito dai volontari che hanno dovuto comunicare la triste notizia ai familiari in Africa. Lo scorso anno un altro ragazzo africano è morto dopo essere stato investito. «Qui si muore con la bici perché le strade extraurbane che non sono illuminate», dice Giuseppe Pugliese di Africalabria, «nonostante da 20 anni su queste strade circolino, a piedi o in bici, centinaia di persone».

Durante la scorsa stagione di raccolta, la vicenda della tendopoli è stata una lunga e paradossale telenovela malgestita dal ministero degli Interni, all’epoca il prefetto Anna Maria Cancellieri. Una prima struttura insufficiente circondata da una baraccopoli, una secondo nuovissima ma entrata in funzione a raccolta finita. In mezzo ritardi per allacci dell’elettricità e una sciatteria che ha portato i lavoratori – per la maggior parte della stagione – a vivere in mezzo al fango sotto i loghi dello Stato italiano. La struttura da marzo in poi è stata lasciata in stato di abbandono, “autogestita” dai pochi immigrati rimasti. L’inchiesta “Men at work” della procura di Palmi dimostrava qualche mese dopo che i caporali andavano a rifornirsi di braccia proprio nei pressi della struttura statale.

A settembre, in Piemonte, si sono create ancora baraccopoli di braccianti africani e dell’Est Europa. Lavoratori impegnati nella raccolta della frutta e persino nella vendemmia del moscato d’Asti. Le associazioni della zona hanno chiesto che l’accoglienza diventi un costo aziendale e che non sia scaricato sulla collettività e sul welfare. Ogni azienda che assume dovrebbe produrre una dichiarazione di ospitalità. Rosarno è diversa? Sì e no. Anche qui ci sono gli “invisibili”. Grandi commercianti, da un lato, multinazionali e grande distribuzione dell’altro. Sono loro che vendono e acquistano gli agrumi, generando profitti. Sono loro, adesso, che devono farsi carico di condizioni dignitose dei lavoratori. Non certo la generosa società civile locale, che ha fatto negli anni anche troppo. Non certo i piccoli produttori, interfaccia con i media ma economicamente irrilevanti.

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