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«Senza di noi questo è un Paese morto». E i migranti di Saluzzo vanno in Africa o in Francia

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I container della Coldiretti, le tende blu del Ministero dell`Interno, recinzioni ovunque, immondizia maleodorante, abiti stesi sotto la pioggia, carcasse di biciclette, fuochi accesi. Così il distretto agricolo più ricco d`Italia tratta i suoi lavoratori. Un africano ha provato ad affittare casa: gli hanno chiesto mille euro di caparra. Il lavoro è poco, i costi alti. Il futuro è il ritorno in patria o una nuova emigrazione in Francia

     

Scritto da Lele Odiardo

SALUZZO (CN) – La speranza dura fino all’ultimo kiwi, normalmente fino alla settimana della festa di Ognissanti. Poi soltanto l’attesa di essere pagati, di ricevere qualche busta paga e partire; per tanti l’incertezza di un futuro prossimo, qui o altrove, sempre e comunque alle prese con il problema lavoro, il problema casa, il rinnovo del permesso di soggiorno. Ricominciare tutto da capo, andare a Rosarno, cercare un posto dove dormire, una bicicletta, un padrone o un caporale che hanno bisogno di qualcuno da sfruttare per qualche giorno di lavoro. Qui il freddo e la neve sul Monviso, in Calabria temperature un po’ più miti e le piogge che ti fanno correre i brividi giù per la schiena.

Ricominciare tutto da capo, andare in Francia, in Spagna, in Germania perché qualche amico ti ha detto che forse è più facile trovare lavoro, perché in Italia la crisi non finisce più, perché leggi maledette ti costringono ad elemosinare un permesso di soggiorno al quale ti devi aggrappare se vuoi sopravvivere. Ricominciare tutto da capo, andare in qualche città del nord, a Vicenza, Padova, Brescia, Treviso, Milano, dove fino a qualche tempo fa avevi la residenza e un lavoro. Adesso sono soltanto i luoghi dove si sono infranti i sogni di una migrazione voluta per mettere un po’ a posto le cose a Bamako, a Ouagadougou, a Abidjan dove le famiglie aspettano il tuo ritorno e i tuoi soldi.

Chi non sa dove andare e si è stufato di girare, prova a rimanere a Saluzzo. Chi cerca una casa perché “se ti fermi in un posto è più facile trovare lavoro”, chi cerca un lavoro perché “così affitto una casa e mi fermo qui”, chi si iscrive al corso per la licenza media, chi a una scuola guida per prendere la patente. E tutti si scontrano col fatto che gli affitti sono cari e non ci sono case per i neri, che l’inverno è lungo, che un conto è raccogliere la frutta altra cosa è essere assunti per un lavoro normale. “Da quest’estate stiamo cercando un alloggio a Saluzzo – sospira Mamadou, giubbotto bianchissimo e cuffie trendy intorno al collo, un buon contratto in tasca e un letto nella casa di accoglienza della Associazione Papa Giovanni – Adesso abbiamo trovato un piccolo alloggio che va bene per due persone, è vuoto, ci sono solo i termosifoni e una sedia, 350 euro al mese senza spese condominiali. Il proprietario ci ha chiesto 1000 euro di caparra e due mesi di anticipo più le spese di registrazione del contratto. Come facciamo a tirare fuori quasi 2000 euro in due? Ci abbiamo pensato bene ma abbiamo lasciato stare, cercheremo ancora in qualche paese vicino dove magari costa meno”.

La caparra e la felicità

Gli affitti sono molto alti a Saluzzo, “borgo della Felicità”. Le spese condominiali incidono notevolmente, poi ci sono gli allacciamenti del gas, della luce, il riscaldamento. Se ne stanno accorgendo i migranti ma anche gli italiani; in giro è pieno di case sfitte, i redditi sono bassi e la precarietà aumenta per tutti. Eppure si continuano a costruire palazzoni ed eleganti residenze per i pochi che se le possono permettere, il centro storico è intasato di cantieri per la ristrutturazione di edifici “di pregio”. Sui giornali notizie di sfratti e di nuove povertà. Chi ha lavorato un po’ di più ha prenotato un volo ed è in partenza per l’Africa, tre o quattro mesi, fino alla primavera prossima, e poi tornare e ricominciare tutto da capo…

Mohamed, Salif e Diallo potranno finalmente rivedere le loro famiglie. Per loro la data scritta sul biglietto andata e ritorno da Milano Malpensa segna la fine di di un ciclo iniziato 4 anni fa con la perdita di un lavoro più o meno regolare, l’arrivo a Saluzzo, la creazione di un rapporto di fiducia con i datori di lavoro che da due anni in tarda primavera li assumono, la condivisione di una casa in affitto. “Sono contento di rivedere la mia famiglia e gli amici del mio quartiere a Bamako – dice Mohamed – Andrò a vedere a che punto è la casa che sto facendo costruire con i soldi che mando ogni tanto. A marzo ritorno a Saluzzo, qui sto bene”. La preoccupazione più grossa in questo momento è riuscire a portare tutto sull’aereo: la televisione e l’impianto stereo nuovi tengono tanto posto, due valigie da 23 chili sono ormai piene, il bagaglio a mano al massimo è 10 chili. Il pesante fardello di un’Italia ancora luccicante per chi vive nella polvere rossa di Bamako.

Joseph aveva lasciato per un anno il lavoro di insegnante a Ouagadougou per venire a raccogliere la frutta e pagare le cure per una sorella gravemente malata: è ripartito con un carico di delusione e tristezza, riprenderà il suo lavoro ma la sorella non potrà essere curata perché lui non ha guadagnato abbastanza. Chissà quante storie come la sua sono rimaste nascoste sotto i teli delle baracche di Guantanamo, quanta umanità è rimasta imprigionata dentro i containers, le tende blu, le transenne, le barriere fisiche e mentali erette dalle autorità preposte alla sicurezza e all’ordine pubblico.

La città nuova vicino Parigi

“Sono arrivato in Italia nel 2008 dalla Costa d’Avorio. Prima andavo a scuola poi è scoppiata la guerra. Dove abito io fino al 2004 era ancora abbastanza tranquillo, dal 2005 ha cominciato a essere pericoloso, si ammazzavano tra loro e la gente scappava. – racconta Goli, fisico minuto, espressione ingenua e sempre sorridente – Mio fratello viveva già in Italia da 15 anni così mi ha fatto avere i documenti e sono venuto a Firenze. Ho fatto la scuola da saldatore e ho trovato subito lavoro. Mi pagavano bene, sono stato lì due anni ma poi avevo dei problemi agli occhi e ho dovuto lasciare. A Firenze ho trovato lavori per una settimana, un mese o due mesi e allora ho cominciato a girare, sono andato a Verona, Trento, Bolzano. Poi amici africani di Firenze mi hanno parlato di Saluzzo e sono venuto qui ad agosto. Sapevo che non c’era casa ma per noi non è importante dove dormi ma trovare un lavoro e guadagnare qualche euro. Ho fatto tanti giri con la bicicletta: qualcuno ti prende il numero, qualcuno ti dice che non hanno bisogno, altri che c’è la crisi.

Mi hanno fatto lavorare un giorno per pagarmi il biglietto e lasciare Saluzzo. Adesso fa più di due anni che non lavoro veramente, voglio andare in Francia. Un mio amico abita a Ville Neuve, vicino a Parigi e mi ha detto che mi lascia dormire a casa sua. Vado lì, conosco qualcuno, magari non trovo subito un lavoro ma prima o poi avrò fortuna. Il problema è il permesso di soggiorno. Ho fatto domanda per il rinnovo alla Questura di Ragusa a ottobre 2012, mi dicono che la domanda è andata a Roma per essere esaminata dalla commissione che valuta le richieste per motivi umanitari. Tutte le volte che guardo sul sito della Questura c’è scritto “in trattazione”.

“Il mio permesso non è valido per lavorare in Francia ma è inutile che sto qui a perdere tempo, tanto un lavoro adesso non lo trovo. Quando mi dicono che è pronto vado a prenderlo, mentre aspetto provo in Francia. Spero che non mi facciano problemi a passare la frontiera, secondo te è meglio passare da Ventimiglia o da Lyon?”. Nel  frattempo Goli tiene in tasca i soldi che ha guadagnato ma che non gli basteranno per il biglietto fino a Parigi. Però ha trovato una valigia bella grande, un sacco a pelo, un paio di scarpe e una giacca pesanti, quanto gli basta per partire da Saluzzo con la sua espressione ingenua e il suo sorriso che fanno tenerezza.

Noi lavoriamo e in cambio stiamo tra i rifiuti

A Guantanamo molte valigie sono pronte. Silla è da sei mesi a Saluzzo e non ha mai lavorato, tornerà a Bergamo per l’inverno e spera di non dover più tornare l’anno prossimo; Keita sembra in partenza per una spedizione polare tanto è imbacuccato dentro due giubbotti laceri, cappellino, berretto di lana e cappuccio della felpa; uno del Mali che non ricordo come si chiama mi racconta che viene da un campo profughi vicino a Bologna, ha girato un po’ ed è arrivato a Saluzzo, aspetta di prendere i soldi dal suo padrone che gli serviranno per trascorrere l’inverno a Milano dove non è mai stato ma conosce qualcuno che lo può ospitare per un po’.

Issaka è un tipo baldanzoso e intraprendente, ha guadagnato bene ed è stato ospitato dal suo padrone fino a settembre, ora è tornato nella sua capanna e presto partirà insieme ad altri per Rosarno; Karamoko è elegante come sempre e come sempre porta i suoi Ray-Ban con le lenti a specchio anche se ormai il sole è pallido dietro le nuvole di questo inizio autunno, parte per la campagna romana dove spera di raccogliere le olive; Banou, occhialini da intellettuale, in Costa d’Avorio ha studiato fino a quando la guerra glielo ha permesso, vive a Brescia: è arrabbiato con il sindaco di Saluzzo che non vuole gli africani e “continua a chiederci quando andiamo via” e con i tempi della Questura che tarda a rinnovargli il permesso.

“Perché non capite che senza gli immigrati l’Italia sarebbe un paese morto? I popoli si sono sempre spostati da un posto all’altro, è impossibile fermare tutto questo. Noi lavoriamo per voi e in cambio guarda qui dove ci fate stare”. Ci guardiamo intorno: Guantanamo, i containers della Coldiretti, le tende blu del Ministero dell’Interno, recinzioni ovunque, dietro di noi l’isola ecologica maleodorante, abiti stesi sotto la pioggia, carcasse di biciclette, fuochi accesi tra scarpe e immondizia. Per fortuna che poco più in là il barbiere ha trovato un riparo sotto l’ala del tetto del “Palamucca” e fa la barba a un cliente mentre gli altri fanno la coda chiaccherando e ascoltando una musica che sa di sole e nostalgia.

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