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Guantanamo, provincia di Cuneo. Qui la rassegnazione non ha cittadinanza

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Uomini e macchine, muscoli e potenti trattori ultimo modello, braccia per pochi spiccioli all`ora e costosissime attrezzature d`avanguardia. Sudore e benzina separati da una recinzione metallica e dal diverso colore della pelle. La Fiera dell`agricoltura contro «Guantanamo», la baraccopoli dove la miseria non cancella i sogni dei braccianti africani. Chi andrà a Berlino, chi a cercare oro in Mali, chi tornerà a Rosarno. Senza abbandonare la speranza

     

Scritto da Lele Odiardo

SALUZZO (CN) – La vistosa soddisfazione di Madou e la fotocopia sbiadita di Bengo, i volti opposti dell’agosto in città. Il mese era iniziato con la «rivolta dell’acqua» e si è concluso con la rinomata «Mostra Nazionale della Meccanica Agricola», in mezzo le solite storie di ordinaria migrazione. Durante l’estate sono arrivati a Saluzzo 800 aspiranti braccianti: 200 hanno trovato ospitalità tra containers della Coldiretti e strutture di accoglienza, circa 50 presso le cascine dei datori di lavoro, quasi 600 si sono accampati a «Guantanamo». Più di 300 hanno trovato lavoro, gli altri sono la riserva di manodopera a cui attingere in caso di bisogno, per qualche giorno o qualche ora, a seconda del tempo e della maturazione della frutta.

Per «ripristinare la legalità», il 6 agosto, giornata torrida, il sindaco decide di togliere l’acqua ai 600 uomini della tendopoli perché l’allacciamento non è autorizzato e gli scarichi non sono a norma! Il dispetto scatena la rabbia dei migranti che improvvisano un corteo e bloccano il traffico perché a forza di fare errori si finisce per combinare guai e anche per i pacifici africani, saluzzesi d’adozione, la pazienza ha un limite. A nessuno piace essere preso in giro, soprattutto a chi già si trova in condizioni di estremo disagio.

Dopo una trattativa in municipio con il sindaco e alcuni esponenti della giunta, i migranti ottengono ciò che volevano e due ore dopo arrivano gli operai del comune a riportare l’acqua. Ma non dove già c’erano 4 rubinetti, 2 comode vasche e i tubi di scarico, collocati da mani esperte e generose in un luogo accessibile a tutti e al lato opposto delle tende per evitare sovraffollamenti dove troppa gente dorme ammassata come animali. I potenti mezzi del comune hanno portato quattro bancali, quattro pali di legno e una matassa di fil di ferro per legare il tubo dell’acqua in mezzo alle baracche. Senza vasche e senza scarichi l’acqua sporca corre per alcuni metri fino ad immettersi in un tombino di cemento e il tratto diventa una fogna a cielo aperto invasa dai ratti. Ripristinare la legalità.

La raccolta delle pesche

Intanto la raccolta delle pesche procede e pieno regime. Gli uffici chiudono e chi se lo può permettere va in vacanza. Chi resta in città ha di che discutere: per chi urla più forte o scrive lettere ai giornali i migranti diventano brutti, sporchi e cattivi perché hanno osato alzare la voce, ognuno ha la sua ricetta per risolvere il problema, qualcuno li definisce una piaga, qualcuno invoca la polizia. Altri la Protezione civile. La Lega Nord inizia la campagna elettorale per le amministrative locali che si svolgeranno l’anno prossimo proprio con una conferenza stampa durante la quale attacca il sindaco di centro sinistra: «Quelli che hanno protestato non sono migranti della frutta, altrimenti non avrebbero fatto una manifestazione alle 17, nel periodo clou della frutta. Gli agricoltori sono già piazzati da un anno all’altro e sicuramente non vanno al Foro Boario a proporre lavoro. Alla Caritas sono molti i saluzzesi, piemontesi ed italiani che si presentano per chiedere aiuto. Chiediamo al sindaco Allemano di ripristinare la legalità sul nostro territorio. Chiediamo ad Allemano di distaccarsi dalla politica buonista che non ha pagato. Loro vengono qua perché sono state create delle false aspettative nella frutta. Ma se un domani a loro non basta più questa fontana (pagata con i nostri soldi) potrebbe essere una bomba ad orologeria. Cosa faremmo al posto del sindaco? Non sveliamo il nostro programma elettorale adesso». Ripristinare la legalità.

Il 30 agosto ritorna la fiera agricola, che inaugura con qualche giorno di anticipo le manifestazioni del settembre saluzzese. Ma la fiera si svolge proprio al Foro Boario, di fianco a «Guantanamo». L’anno scorso pioveva e faceva un  freddo cane, il comune pensò di nasconderli alla vista dei visitatori costruendo un muro di robusti pannelli di legno, i migranti alzarono ancora una volta la voce e rovinarono la festa di inaugurazione costringendo le autorità a montare tardivamente alcune tende e a mettere un rubinetto per l’acqua.

«Una fiera pensata per gli imprenditori agricoli, dove anche il pubblico più esigente potrà trovare concentrato il meglio della produzione agro-meccanica italiana e non solo. Quattro giorni dedicati agli addetti ai lavori e appassionati del settore, ma non senza iniziative e intrattenimenti per turisti e semplici curiosi» recitano  i soliti comunicati stampa. Uno spazio espositivo di 35 mila metri quadri, 5 mila posti auto gratuiti, 180 espositori, il ristorante e la passerella della mucca di razza frisona, tutto a fianco di una tendopoli abusiva dove da mesi vivono 600 persone senza corrente elettrica e senza servizi igienici, con un misero tubo dell’acqua montato a forza di protestare. A fianco degli stands, i containers del campus allestito per 66 braccianti dalla Coldiretti, braccianti in libertà vigilata sui quali sperimentare nuovi modelli di «gestione del personale».

È inutile nasconderli

«Non prenderemo particolari misure di precauzione – minimizza il sindaco – ormai tutti sanno quale è la situazione al Foro Boario, è inutile nasconderli». Ma le opposizioni scalpitano e le forze dell’ordine vigilano. Uomini e macchine, muscoli e potenti trattori ultimo modello, braccia per pochi spiccioli all’ora e costosissime attrezzature d’avanguardia, sudore e benzina separati da una recinzione metallica e dal diverso colore della pelle.

Madou ha un contratto che dura un anno, da giugno 2013 a maggio 2014, con la qualifica di bracciante agricolo, 150 giornate lavorative previste, paga oraria 5 euro. Ha un permesso di soggiorno per lavoro subordinato che scade ad aprile, quindi è tranquillo perché a quell’epoca avrà ancora un contratto in corso. Lo mostra orgoglioso e sorridente, il padrone è contento di lui, si è anche impegnato al pagamento delle spese per il rimpatrio. Il suo pensiero corre sempre ad Abdjian, in Costa d’Avorio, ai suoi figli e ai suoi nipoti; fin da ora sogna di raggiungerli durante l’inverno, quando ci sarà meno da fare in campagna.

Madou è tra i tanti che hanno trovato un lavoro e quindi un po’ di normalità. In questi giorni li vedi all’Unieuro o da Expert per cercare l’offerta vantaggiosa di un nuovo modello di cellulare oppure tra i banchi del mercato che vendono vestiti alla moda, il carrello della spesa nei discount è un po’ più pieno e i trasferimenti di denaro via MoneyGram o Western Union sono più frequenti: “100 euro qui, da noi sono come 1000 euro” mi dice Madou. C’è addirittura chi si è comprato un’ automobile!

Con un contratto e qualche soldo in tasca è possibile vivere il presente e progettare il futuro con qualche certezza in più: chiudere l’esperienza dell’emigrazione e tornare a casa, per la stanchezza di una vita da migrante niente affatto facile o perché l’obiettivo di costruirsi la casa, acquistare dei terreni o far studiare i figli è stato raggiunto. Magari iscriversi a una scuola professionale per provare a migliorare un po’, affittare una casa.

In cerca d`oro

Dounbia frequenta la scuola guida, Mohamed il senegalese aspetta che riapra l’Azienda di Formazione Professionale di Verzuolo per iscriversi al corso per saldatore riservato agli stranieri che inizierà a novembre; Mohamed il maliano è stato a «Guantanamo», alla casa del cimitero, ospite dal suo padrone e finalmente vede la possibilità concreta di affittare un alloggio nel saluzzese con due suoi amici. Samaké ha acquistato a Torino un sofisticato e costoso metal detector: lo smonterà e spedirà per via aerea a dei soci che andranno a cercare l’oro di cui è ricca la regione di Kayes, nel sud-ovest del Mali.

Chi ha raccolto le pesche poco o tanto quasi sicuramente continuerà a lavorare anche a settembre con le mele, per qualcuno degli altri c’è ancora una debole speranza. Chi si è reso conto che non avrebbe lavorato affatto ha  venduto la bicicletta e se ne è andato quando ancora aveva qualche risparmio per pagarsi il biglietto del treno. Chi vorrebbe partire ma non ha i soldi per il viaggio: uno mi ha chiesto quanto costa  andare a Parigi, l’altro l’ho incontrato in biblioteca che cercava su internet dove si trova il quartiere Kreuzberg a Berlino dove vive un amico che gli ha telefonato «Mi ha detto di prendere il treno da Milano a Berlino e poi alla stazione chiedere dove si trova Oranienplatz. Lui mi viene ad aspettare lì». Qualcuno è rassegnato a tornare a Rosarno e ricominciare tutto da capo. Un biglietto da Torino a Rosarno costa 100 euro.

Konaté parla veloce un buon italiano, è in Italia dal 2002, ha lavorato sette anni a Parma in un mobilificio, montava serramenti, cucine e camere da letto, in Africa già faceva il falegname. Viene da Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, la terza area metropolitana del continente dopo Il Cairo e Lagos, oltre 10 milioni di abitanti in continuo aumento. È stato tra i primi ad arrivare a Saluzzo, a fine maggio, spinto dalla disoccupazione piombata improvvisamente quando ormai pensava di essersi sistemato. Per tutta l’estate si è dato da fare per cercare un lavoro e dare una mano ad organizzare le faccende di «Guantanamo»: i gruppi di cucina, gli spazi sotto le tende, la pulizia degli spazi comuni. Ma alla fine ha lavorato solo per qualche giorno in nero. Però è tenace e adesso che la stagione volge al termine, ha stampato il suo lungo curriculum e lo vuole portare nei mobilifici e nelle fabbriche del circondario per cogliere l’occasione eventuale che darebbe un senso nuovo alla sua permanenza a Saluzzo in condizioni che neppure immaginava.

Bengo ha fatto la guerra in Costa d’Avorio, a giugno aveva una cartellina con tante fotocopie del permesso di soggiorno e scritto a mano il suo numero di telefono. Le ha portate ovunque senza troppa fortuna. Gliene resta una sbiadita e tutta stropicciata: «Adesso raccolgono le mele, conosci qualcuno?». «Lavorare» in lingua bambarà si dice «barà», «so» vuol dire casa ma indica anche il villaggio. Di notte comincia a fare freddo al villaggio di «Guantanamo».

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