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Clorosoda. Il reparto killer del Petrolchimico di Gela

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Gli operai lo chiamavano il reparto killer. All`interno dello stabilimento petrolchimico di Gela c`è il sospetto che l`area «Clorosoda» sia la causa della morte di una quindicina di operai. Il figlio di uno di loro, Daniele, ricorda quella storia con un libro autoprodotto. Che ha permesso la riapertura delle indagini da parte della Procura. Il Gip Lirio Conti ha disposto 17 avvisi di garanzia per omicidio colposo e lesioni aggravate.

     

Scritto da Andrea Turco

GELA (CL) – Era soprannominato il reparto della morte. Tra gli operai dello stabilimento petrolchimico di Gela le voci si rincorrevano e le paure si accavallavano: chi lavorava in quel maledetto impianto chiamato Clorosoda, attivo dal 1972 al 1994, si ammalava di tumore e spesso ne moriva. All’interno del reparto vi era infatti un’elevata esposizione di sostanze chimiche. Per cominciare il mercurio, che si teneva nelle celle in cui avveniva la scissione elettrolitica; sostanza che veniva toccata con le mani e finanche esalata, perché il mercurio è in grado di evaporare a temperatura ambiente. Inoltre gli operai erano soggetti alle inalazioni di cloroetano, che è una delle sostanze che compone l’altamente cancerogeno cloruro di vinile. E altri acidi molto potenti come l’acido cloridrico e l’idrogeno solforato; oltre al micidiale amianto, utilizzato un po’ ovunque nell’edilizia italiana e fuorilegge dal 1992.

Una storia drammatica, tra le tante, una storia destinata ad essere dimenticata. Se non fosse stato per Daniele Esposito Paterno. Che nell’ottobre del 2012 dà alle stampe un libro autoprodotto. Dal titolo altisonante: «Grande storia di un piccolo uomo». Ma che già nel sottotitolo svela i propri intenti, cioè raccontare «le verità non dette sul clorosoda-dicloroetano di Gela».

Daniele è un giovane di 30 anni. Si definisce “un precario a tempo indeterminato”. Lavori saltuari giù e su per l’Italia. Un giovane come tanti in una terra sempre più arida di promesse e di sogni. “Fino a qualche anno fa – dice – speravo in una raccomandazione per entrare allo stabilimento. Oggi ho una guerra aperta con loro”. Il motivo? Il padre di Daniele, Franco, aveva lavorato per oltre 20 anni proprio all’interno del reparto Clorosoda della Raffineria di Gela, con mansione di capoturno. Poi la terribile scoperta: un tumore al polmone che nel 2006 lo uccide. “Da quel momento la mia vita è cambiata”, scrive Daniele.

Insieme ad un altro figlio di operaio morto per le stesse cause e a un ex capoturno fonda un comitato spontaneo per gli ex lavoratori dell’impianto. Cita in giudizio l’Inail, e al primo grado di giudizio il giudice del lavoro del tribunale di Gela Luca Solaino riconosce la malattia professionale quale causa della morte del padre di Daniele. Condannando l’Istituto nazionale contro gli infortuni sul lavoro ad erogare alla famiglia del defunto la quota di indennità reversibile spettante.

Daniele non si accontenta e, alla ricerca di verità  e giustizia, fa causa anche alla Syndial, l’ultima di tante società (un insieme di scatole cinesi) che ha assorbito il reparto Clorosoda. Poi con gli ultimi risparmi dà alle stampe la propria verità. Un libro sincero e scomodo, pieno di dati e testimonianze, che riapre vecchie ferite. E che attira le attenzioni della Procura di Gela. Il gip Lirio Conti all’inizio del 2013 dispone l’incidente probatorio. E inoltra 17 avvisi di garanzia con l’accusa di omicidio colposo e di lesioni aggravate, tra ex dirigenti Eni e Clorosoda. In attesa che il Tribunale decida di archiviare o di rinviare a giudizio Daniele ammette di essere nervoso, «può cambiare nuovamente la mia vita». Parte dei proventi che ricava dalla vendita del libro li regala al movimento No Muos. «Quando vedo persone che mettono in gioco la propria vita per gli altri – conclude – sento il dovere di aiutarli».

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