«Guantanamo n’est pas bon!», dicono i braccianti accampati al Foro Boario. Sono al limite della sopravvivenza. I container della Coldiretti hanno posti per 114 persone. Ma ci sono altri 500 uomini senza un tetto. Anche se molti hanno un contratto di lavoro. Nei “campus” si entra col braccialetto e il regolamento è rigido. Niente iniziative e rientro alle 23. Nessun altro potrà entrare. Agli altri resta il ghetto africano nato sotto le Alpi

     

Scritto da Lele Odiardo

SALUZZO (CN) – Il 20 luglio è iniziata la raccolta delle pesche in provincia di Cuneo, “prospettive di mercato interessanti per un prodotto di buona qualità e prezzi superiori alla scorsa stagione”. La Coldiretti, che rappresenta i colossi dell’imprenditoria agricola locale, cinque giorni prima aveva inaugurato in pompa magna alla presenza di sindaci, forze dell’ordine, giornali e televisioni i cosiddetti “campus” per i lavoratori stagionali africani. Uno sforzo economico rilevante per acquistare i containers attrezzati e pagare il personale di sorveglianza, compiuto con il sostegno delle banche e della Camera di Commercio, con il contributo diretto degli stessi imprenditori che hanno prenotato i posti e che pagheranno 1 euro al giorno per ogni lavoratore. Anche i lavoratori dovranno versare a loro volta un contributo di 50 centesimi al giorno per l’ospitalità.

I “campus” di Saluzzo, Lagnasco e Verzuolo ospiteranno un totale di 114 persone fino ad ottobre. Sono il fiore all’occhiello del “piano accoglienza” voluto dal comune di Saluzzo per dare una risposta dignitosa all’emergenza migranti che ormai emergenza non è più. Per il resto ci sono 15 migranti presso la fatiscente casa del cimitero (i posti messi a disposizione dal comune), 28 migranti in ordine sparso nei comuni di Revello, Scarnafigi, Manta e Costigliole, un numero imprecisato ma estremamente ridotto ospiti dei datori di lavoro. La Caritas accoglie 40 persone che possono restare un mese e poi se ne devono andare, attraverso un meccanismo di turnazione comprensibile ma poco gradito ad alcuni migranti.

Siamo a poco più di 200. Altri 500 (in aumento) sono accampati abusivamente al Foro Boario nella tendopoli che gli stessi migranti chiamano Guantanamo, ormai diventata un vero e proprio villaggio, con il barbiere, il tabaccaio, il meccanico, le piazze per chiacchierare e giocare a dama e carte. Luogo dove approdano i nuovi arrivati, da cui si parte per cercare un lavoro o per andare al lavoro, luogo dove anche i migranti ospiti nelle strutture di accoglienza trascorrono il tempo libero.

Luogo senza acqua, corrente elettrica, servizi igienici.

In un microcosmo brulicante convivono ragazzi e uomini provenienti dal Mali (la comunità più numerosa), Burkina Faso, Costa d’Avorio, Senegal, Guinea, Ghana, Gambia, Niger, la lingua più diffusa è il bambarà, quasi tutti sono di religione musulmana. Molti gli osservanti che in questi giorni celebrano il ramadan, digiuno durante il giorno e pasti al mattino presto e la sera al tramonto, la preghiera collettiva guidata da un imam e quella individuale sul proprio cartone mentre intorno si continua a parlare di lavoro, di permessi di soggiorno, di situazioni difficili nei paesi d’origine.

Chili e chili di riso e pollo cucinati su gas collettivi o fornelli da campeggio ma anche su fuochi che bruciano 24 ore al giorno alimentati da legna recuperata in giro, marmitte annerite e lavate sommariamente vista la notevole lontanaza dell’unica fontana disponibile, nel parco giochi del quartiere. I bancali cominciano a scarseggiare e sono preziosi per sollevare dal terreno materassi e cartoni dove dormire.  Aleggia sul campo un odore di fumo, spezie e immondizia esposta per troppo tempo al sole che finalmente comincia a scaldare.

Qualche tenda da campeggio, i teloni blu che da maggio ospitano i primi arrivati ma soprattutto tante capanne costruite da mani esperte con pali in legno, cartoni alle pareti, teli di plastica come rivestimento esterno. Arredate all’interno con tappeti donati da qualcuno o prelevati dalla vicina discarica comunale, quotidianamente violata per recuperare i “rifiuti solidi urbani” e gli “ingombranti” dismessi dai saluzzesi attenti al mutare dei gusti e delle mode e poco avvezzi al riciclo creativo: un attaccapanni adattato a tavolo, un passeggino diventa comoda poltrona per chi gioca a dama, una specchiera con cornice demodé serve al barbiere, poi ancora un televisore senza il tubo catodico e pensili da cucina trasformati in preziose dispense, poltrone sfondate e materassi, un vecchio tavolino da campeggio senza una gamba diventa postazione per il computer.

Mustafà intreccia brandelli di fili dei freni delle biciclette per realizzare piccoli, eleganti bracieri per fare il thè o il caffè, smonta e rimonta biciclette, accoglie tutti con una battuta spiritosa che a volte stona con lo squallore del contesto ma restituisce a chi sta intorno un mozzicone di vita e di speranza.

Giornalisti e soprattutto fotografi non sono bene accetti, ormai le immagini possono fare il giro del mondo in breve tempo e arrivano anche sui computers in Africa. “Se scrivi  – Saluzzo migranti – su YouTube tutti possono vedere le condizioni in cui viviamo qui. È meglio che le nostre famiglie non lo sappiano” dicono in molti.

I carabinieri si fanno vedere poco, difficile ormai identificare tutti.

Guantanamo n’est pas bon! E gli ultimi arrivati si guardano intorno sconsolati e delusi: “Che schifo”, dice Amadou in italiano corretto, un fisico da Bronzo di Riace, appena lasciato a casa da un pastificio del bresciano dove ha lavorato per anni, contratto di affitto scaduto a fine giugno. “Torno da mia madre ad Avigliana” dice Kirk mentre gioca a calcetto, ha 17 anni e il tipico accento torinese, è venuto a Saluzzo per cercare un lavoro durante le vacanze di scuola, come fanno molti suoi coetanei italiani per prendere la patente o pagarsi le vacanze al mare con gli amici. Ibrahim fa parte della colonia maliana, avrà quarant’anni, ha trascorso l’inverno a Roma ed è il secondo anno che viene a Saluzzo, il padrone dell’anno scorso lo ha chiamato ma non ha un posto per lui: “Non posso restare qui fino a ottobre, spero di trovare una sistemazione migliore”.

Intanto anche al foro cominciano a comparire dei contratti di lavoro e, all’alba, partono le prime biciclette dirette ai frutteti del circondario. Issah ha potuto scegliere tra un padrone che lo pagava meglio ma non ha i kiwi e un altro che, pur pagandolo un po’ meno, gli ha garantito un contratto più lungo: “Adesso lavoro, perché non posso andare anche io nei containers?”. Moussa tiene ben riposto nello zainetto la comunicazione di assunzione, per 47 giorni, 18 giornate lavorative previste, chissà quante saranno segnate in busta paga; non ha chiesto quanto lo pagano all’ora e il padrone non glielo ha detto.

Louis aveva bisogno di 5 euro per ricaricare il cellulare, oggi è venuto a dirmi che così ha potuto telefonare al padrone che gli ha fatto portare i documenti per il contratto: sorrideva mentre lo diceva, lui che di solito ha l’aria seria ed è sempre preoccupato per qualcosa.

Di là della recinzione sventolano le bandiere giallo-verdi della Coldiretti e biancheggiano i containers. Reti da cantiere alte 2 metri creano una condotta forzata per consentire l’accesso all’unico bagno disponibile per i 500 di Guantanamo, un lungo corridoio per evitare contatti tra chi è dentro e chi è fuori e passa accanto al campus dotato di docce, servizi e, curiosamente, stendibiancheria in abbondanza.

 “Tenere con cura il braccialetto Coldiretti di colore giallo ed il badge identificativo rilasciato dopo la registrazione. Senza il braccialetto ed il badge non è ammesso l’ingresso nel campo.”, “Vietato entrare dopo le 23”, recita perentoriamente il regolamento che i migranti sono stati obbligati a sottoscrivere. A far rispettare le regole pensa il “responsabile della sorveglianza”, qualsiasi trasgressione sarà punita con “l’immediato allontanamento dal campo”. Vietato introdurre armi, sostanze stupefacenti, oggetti e persone senza preventiva autorizzazione (?). Non si possono “organizzare eventi” o fare schiamazzi nel campus, meglio stare in silenzio e andare a dormire presto, meglio che non si parli troppo di integrazione, tanto a fine stagione, quando non serviranno più, se ne dovranno andare.

Di giorno a sgobbare nei campi per 5 o 6 euro all’ora, di sera chiusi nel “dignitoso” recinto.

Durante il giorno il campus è deserto, quando scende la sera le luci accese accentuano il buio della tendopoli. Di braccialetti gialli se ne vedono pochi in giro, chi ce l’ha lo tiene in tasca perché non ha affatto voglia di esibire la propria condizione di “privilegiato”. “Mi hanno chiesto di entrare e sono entrato, da maggio dormivo sotto il tendone, adesso ho un letto vero e tra poco comincio a lavorare” dice Souleymane “Non è mica una vita questa qua, sono stufo e voglio tornare in Mali”. Anche Mamadou ha avuto un posto: “Quando non lavoro preferisco restare a Guantanamo, con i miei amici mi sento più libero, siamo a posto con i documenti, perché hanno paura di noi?”, “Quando è che mettono degli altri containers anche per chi è fuori?” chiede un altro. Volevano braccia, sono arrivati uomini! N.B. I nomi sono fittizi, le situazioni sono reali

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