Malcontento e sconforto: questi i principali sentimenti all’interno della Raffineria di Gela. Lo rivela un questionario erogato dalla CGIL ai lavoratori. Domina la sfiducia verso le istituzioni. Poche speranze per un futuro migliore. Sotto accusa la manutenzione degli impianti e il clima aziendale sempre più pesante. Intanto Eni rilancia e promette 700 milioni di euro di investimenti. Intanto ci sono 280 posti da tagliare. In città la disoccupazione ha raggiunto il 42%.

     

Scritto da Andrea Turco

GELA (CL) – “La crisi della Raffineria di Gela è la più lenta morte che l’Eni e lo Stato italiano abbiano mai messo in atto”. E’ il commento di un lavoratore, Francesco lo chiameremo, alla lettura del questionario presentato nei giorni scorsi dalla FILCTEM CGIL. “Indagine d’opinione tra i lavoratori della Raffineria di Gela” è il titolo scelto dal sindacato. Diciassette pagine suddivise in quattro macroaree: crisi economica  generale e prospettive, rapporto con il sindacato, rapporto con l’azienda, clima aziendale. Per dare voce direttamente ai lavoratori, troppo spesso dimenticati quando si parla delle scelte di un’azienda come la Raffineria di Gela, che negli ultimi tre anni ha perso 600 milioni di euro.

La struttura produttiva della società “raffineria di Gela” è organizzata sulla base di un ciclo produttivo all’interno del quale si ritrovano gli impianti tipici del processo di raffinazione del greggio ed è in grado di convertire i prodotti pesanti di base in carburanti leggeri. Alla fine del 2012 i lavoratori dell’impianto sono stimati all’incirca in 1200, mentre negli anni ’80 erano dieci volte tanto.

Come si legge nel documento presentato dalla Cgil, “la crisi della raffinazione in Italia è una doppia crisi, una depressione economica generale che abbatte i consumi e crea eccedenza di capacità di raffinazione che si interseca con uno scenario dei prezzi del greggio sfavorevole, aggravati dall’espandersi di mega raffinerie nei paesi emergenti a bassa tutela ambientale”.

Hanno partecipato al questionario 453 lavoratori, sia iscritti alla FILTCEM CGIL che iscritti ad altri sindacati. Circa il 40% della forza lavoro della raffineria. Hanno partecipato operai, impiegati e quadri. Considerando che molti sono in cassa integrazione o lavorano al momento in altre sedi, in Italia e all’estero, è un buon risultato.

La percezione della crisi economica generale è ampia, attestato dal 64%, che ritiene si rifletta anche sul posto dove lavora. La maggiore insoddisfazione si ripercuote sulle istituzioni, verso i datori di lavoro e in minor misura verso i sindacati. La fiducia nel futuro è molto blanda, anzi un quarto ha una visione fosca e senza speranze.

Coi sindacati il rapporto è critico: il 42% ritiene che l’azione sindacale sia ininfluente, il 22% esprime un giudizio negativo ed il 35% crede che l’azione sindacale abbia significato un miglioramento delle condizioni di lavoro. Piuttosto c’è quasi unanimità nel rivendicare la coesione tra organizzazioni sindacali (92%) e tra lavoratori (93%). Il rapporto con l’azienda è vissuto come controparte.

Quasi la metà dei lavoratori (il 45%) punta il dito sull’inefficacia della manutenzione, ed in special modo sulla scarsa affidabilità ed obsolescenza delle apparecchiature.

Il 90% ritiene che negli ultimi anni il clima aziendale sia peggiorato, e se ad esso si associa il dato che ben il 77% ritiene che il clima aziendale influisca sul proprio ambiente di lavoro ecco spiegata, in parte, la continua perdita di competitività della Raffineria. Tra le cause di questo scarso clima aziendale i lavoratori segnalano l’opportunismo (43%) e il dirigismo (43%), che potremmo raggruppare in un unico concetto, l’individualismo.

Fa riflettere inoltre la visione di chi ha redatto il questionario, che viene fuori non direttamente dai dati ma dalle considerazioni a latere. Il sindacato continua a definire la visione degli operai (la maggioritaria) autoreferenziale ed antagonista, utilizzando il secondo aggettivo in senso dispregiativo.

Proprio in questi giorni il presidente della Regione Rosario Crocetta (ex quadro dell’impianto petrolchimico gelese, prima di intraprendere la carriera politica) ha annunciato trionfante di aver raggiunto un accordo con l’Eni per il rilancio della Raffineria di Gela. Si tratta di 700 milioni di euro da investire nel piano di ristrutturazione. In pratica lo stabilimento si concentrerà d’ora in avanti e fino al 2017 alla lavorazione dei gasoli rinunciando ai settori cronici di perdita che sono quelli del benzene e del polietilene. Eppure nello stesso piano si annuncia che dovranno essere tagliati 280 posti di lavoro nel giro di tre anni, ed altri 80 verranno trasferiti. Proprio nella stessa città che, come denunciato dal segretario della CGIL Camera del Lavoro di Gela Ignazio Giudice, vanta il record negativo di un tasso di disoccupazione del 42%.

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