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Le lacrime del Papa non bastano, confermati gli accordi Italia-Libia

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Dietro la visita del Papa a Lampedusa si intensificano gli accordi tra Libia, Malta e Italia. Ancora migranti a rischio deportazione. Tutti richiedenti asilo e comunque pochissimi rispetto al passato. Erano 63mila le persone arrivate nel 2011, 8.400 i migranti che nei primi mesi del 2013 sono giunti sulle coste italiane. Spesso a seguito di operazioni di soccorso proprio in acque di competenza SAR maltese. I corridoi umanitari la soluzione.

     

Scritto da Fulvio Vassallo

Nei giorni scorsi, dal sito del ministero dell’Interno si apprendeva di un importante vertice tenuto il 4 luglio a Roma,  a Palazzo Chigi, tra le autorità italiane e una delegazione libica. Si è discusso di “profili della sicurezza, del contrasto alla immigrazione clandestina e traffico di esseri umani”. È stata sottolineata “l’importanza del livello di collaborazione già in atto tra i due Paesi e la comune volontà di proseguire e rafforzare ulteriormente i rapporti bilaterali”.

Il ministro libico Abdelaziz aveva confermato in quell’occasione la determinazione dell’autorità di Tripoli a un maggiore impegno nel controllo delle proprie coste “al fine di evitare il ripetersi delle tragedie del mare”. In realtà, per impedire le partenze di imbarcazioni che potessero raggiungere le coste italiane. E sono tutte imbarcazioni cariche di potenziali richiedenti asilo. Nelle parole del ministro dell’interno Alfano, che ha annunciato la costituzione di un “gruppo di lavoro permanente di alto livello”, il senso di questa rinnovata collaborazione: “Lavoreremo attivamente, con un forte spirito di collaborazione tra i nostri Paesi, per fare fronte al fenomeno dell’immigrazione clandestina, nel pieno rispetto dei diritti umani”. Per Alfano evidentemente, finchè non si riesce a depositare una istanza di asilo in Italia si è soltanto “immigrati clandestini” anche prima di fare ingresso nel territorio dello Stato, magari quando si è soltanto naufraghi soccorsi in alto mare.

La notizia diffusa dal ministero dell’Interno conferma quanto trapelato sulla stampa maltese nel settembre dello scorso anno. Gli accordi tra Italia e Libia, conclusi nel 2008 tra Berlusconi e Gheddafi sulla base dei protocolli operativi sottoscritti nel dicembre del 2007, al tempo del governo Prodi, da rappresentanti del ministero dell’interno italiano e dai loro omologhi libici, erano stati rinegoziati dopo la caduta di Gheddafi, anche se le autorità italiane si astenevano dal ripetere operazioni di respingimento collettivo, dopo la condanna da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo del 23 febbraio 2012 sul caso Hirsi Jamaa e altri contro Italia.

Il perno dei nuovi accordi bilaterali era in realtà una collaborazione a tre, tra la Libia, Malta e l’Italia nel contrasto dell’immigrazione “clandestina” nelle acque del Mediterraneo centrale, acque che rientravano per la maggior parte nella zona di competenza SAR (Ricerca e salvataggio) delle autorità maltesi, ma che, seppure con un diverso posizionamento nel tempo, erano state presidiate da unità della marina italiana, anche per dare copertura alla flotta peschereccia altrimenti esposta ai sequestri da parte delle autorità libiche e tunisine.

Nel frattempo proseguiva la fornitura alla Libia di unità navali da parte del governo italiano, in modo da accrescere la capacità della guardia costiera di quel paese di bloccare le imbarcazioni cariche di migranti prima che potessero lasciare le acque territoriali. Naturalmente sempre al fine dichiarato di effettuare “azioni di salvataggio” e sempre in modo da salvaguardare i diritti umani, anche se i dossier di tutte le agenzie internazionali, da Amnesty a Human Rights Watch, confermavano torture indicibili, persino con gli elettrodi, stupri sistematici e scomparizioni, ai danni di migranti ripresi dalle autorità libiche e rigettati nei numerosi centri di detenzione ancora in funzione in Libia. Come è universalmente noto quasi tutti potenziali richiedenti asilo che avrebbero avuto diritto almeno al riconoscimento di uno status di protezione internazionale.

Nel frattempo, malgrado timidi appelli dell’Alto Commissariato per i rifugiati, nessuno stato europeo si dimostrava disponibile ad aprire corridoi umanitari per i profughi trattenuti sia in Libia che in Egitto ed in Tunisia, in conseguenza della guerra civile che aveva portato alla destituzione di Gheddafi ed alla fuga dalla Libia di oltre un milione di migranti. Proseguivano soltanto le operazioni di rimpatrio assistito finanziate dall’OIM ( Organizzazione internazionale delle migrazioni) che dalla Libia trasferiva alcune centinaia di migranti che ne facevano richiesta verso i paesi di origine.

Le trattative avviate con le nuove autorità libiche nel settembre dello scorso anno dal ministro Terzi si sarebbero quindi concluse con la stipula di nuovi accordi proprio il 4 luglio scorso, alla vigilia della visita di Papa Francesco a Lampedusa, in un momento nel quale si intensificava il flusso di migranti diretto verso Lampedusa e la costa meridionale della Sicilia, seppure senza raggiungere i numeri del 2011. Rispetto alle 63.000 persone arrivate nel 2011, infatti, secondo stime dell’ACNUR, sarebbero 8.400 i migranti che nei primi sei mesi del 2013 sono giunti sulle coste italiane, spesso a seguito di operazioni di soccorso proprio in acque di competenza SAR maltese (7.800 persone di cui 4.000 circa a Lampedusa). Si tratterebbe soprattutto di persone partite dal Nord Africa, in particolare dalla Libia (circa 6.700). Gli altri 1.700 sarebbero partite da Grecia e Turchia per arrivare in Puglia e Calabria. La maggior parte di loro proviene dai paesi dell`Africa sub-sahariana – in particolare Somalia ed Eritrea – ma anche dall’Egitto, dal Pakistan e più recentemente dalla Siria.

Sempre secondo la stampa maltese, nel settembre del 2012 il ministro Terzi firmava un accordo con il premier maltese Tonio Borg, per porre fine alle dispute in corso da anni sulla competenza a intervenire nelle azioni di salvataggio, come nei casi Cap Anamur (2004) e Pinar (2007), sulla successive destinazione dei naufraghi verso un “porto sicuro”, come richiesto dalle Convenzioni internazionali, e sulla ubicazione delle piattaforme per l’estrazione del petrolio. Immigrazione e petrolio, argomenti da sempre legati anche negli accordi intercorsi tra Gheddafi e Berlusconi nel 2008. L’accordo concluso dal ministro Terzi a Malta lo scorso anno non aveva contenuti particolarmente espliciti, ma sulla falsariga dei precedenti accordi Italia –Libia  individuava a mixed commission on similar lines to the ones Malta has with Tunisia and Libya, will see technical teams from both sides meet to try to find a mutual under standing.

Di fatto la gestione di rapporti così delicati veniva sottratta al controllo dei rispettivi parlamenti per essere affidata ai mutevoli accordi tra le autorità amministrative, anche in materia di contrasto dell’immigrazione.  Nel caso fossero intercettate imbarcazioni cariche di migranti, questa commissione will see military teams from both sides try to chart parameters of who should carry out a rescue in certain scenarios and who should take the survivors. Di fatto la sorte dei migranti era rimessa alla determinazione delle autorità militari italiane e maltesi, e legata in qualche modo alle possibilità di intervento delle unità militari libiche, senza alcuna garanzia che fossero rispettati i diritti fondamentali della persona e soprattutto l’accesso a una equa procedura di asilo.

Non sorprende dunque che nel vertice italo-libico svoltosi il 4 luglio scorso a Roma si sia riproposta “un gruppo di lavoro permanente di alto livello”, perché evidentemente è questa la modalità di collaborazione prescelta nei rapporti bilaterali tra Italia, Libia e Malta, e da anni, esattamente dal 30 luglio 2008 (fonte ANSA) esiste un accordo “contro l’immigrazione clandestina” tra Libia e Malta che ha consentito il respingimento di numerosi migranti verso le prigioni libiche. Poco è importato in questi anni alle autorità maltesi che la quasi totalità delle persone fuggite dalla Libia fossero potenziali richiedenti asilo, esattamente come i somali e gli eritrei che ancora nei giorni scorsi il governo maltese voleva respingere verso la Libia.

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