Summer school targata Eni. A Gela i giovani laureati e disoccupati cercano di emanciparsi dalla dipendenza economica dello stabilimento petrolchimico. Attraverso un corso di formazione della durata di 5 giorni offerto dalla Fondazione Eni Enrico Mattei. Ma la fame di lavoro è più forte del paradosso. L`idea di un antinfiammatorio alla liquirizia premiata con un microstage in un`università milanese.

     

Scritto da Andrea Turco

Per parafrasare il titolo di un celebre film degli anni ’90 di Ben Stiller, sono giovani, laureati e disoccupati.  Gela, profondo sud d’Italia. Al ritmo di 4 ore al giorno, dal 24 al 28 giugno, una quarantina di persone ha seguito un corso di formazione dal titolo Sviluppo Locale ed Innovazione. Seguendo un motto ormai qualunquista che recita “il lavoro oggi bisogna inventarselo”, la Fondazione Eni Enrico Mattei ha provato ad offrire metodi ed insegnamenti per poter avviare un’attività imprenditoriale investendo sulle proprie capacità. Sulla scia delle tante start – up e degli incubatori d’impresa che proliferano in questo periodo un po’ ovunque. “Avevamo programmato 15 adesioni – dice il coordinatore dei progetti della Fondazione Cristiano Re – ed invece fino all’ultimo continuavano ad arrivare richieste di partecipazione. Così abbiamo deciso di non escludere nessuno”.

Un successo inaspettato, dicono i relatori in coro. Non tanto in realtà, se si guarda la composizione eterogenea dei corsisti. Economisti, laureati e laureandi in giurisprudenza, figli di dipendenti Eni, persino giornalisti. Tutti accomunati da un’insaziabile fame di un lavoro. Qualunque esso sia. Del paradosso che sia proprio l’Eni a tentare di suggerire altre strade lavorative rispetto alla Raffineria che qui a Gela non solo rischia di chiudere definitivamente ma soprattutto non offre prospettive a questi giovani qualificati, a nessuno sembra importare. “Gela non è solo lo stabilimento” riassume all’ultima giornata Cristiano, e tutti ne convengono.  Anche quando si parla di Eni in Basilicata, e si ammette che lì l’azienda non è molto ben vista, non interessa granché. Anche quando si racconta che l’attore Rocco Papaleo da eroe e rappresentante della Lucania è passato a nemico non appena ha fatto da testimonial ad una campagna promozionale Agip, sembra che la platea si annoi. Meglio continuare a provare ad acquisire gli strumenti – attraverso video, banalità comunicative ed iter burocratico necessario – per poter “pensare e fare impresa”.

Di fronte il buffet offerto quotidianamente dalla Fondazione, quel che conta è che bastano appuntamenti del genere per creare condivisione. Si instaurano legami che, seppur in un contesto del genere, si spera possano essere da vero supporto. Al termine dei cinque giorni, prima delle foto e dello spumante di rito, la notizia che sotto sotto agognavano tutti i presenti. Ad Elisa, che aveva presentato la sua idea di antinfiammatorio alla liquirizia, la Fondazione offre un microstage in un’università milanese. Applausi calorosi dal pubblico.

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