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Tensione e rischio sgombero. Inizia l`estate africana a Saluzzo

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Cento africani sono accampati al Foro Boario di Saluzzo. Già emessa l`ordinanza comunale di sgombero contro i bivacchi (con “l`eccezione dei circhi”), ma il sistema di accoglienza predisposto quest`anno non è ancora in funzione. Intanto i braccianti sono già in zona per cercare un lavoro. E, rispettando quando richiesto dalle autorità, si iscrivono in massa al Centro per l`impiego.

     

Scritto da Lele Odiardo

SALUZZO (CN) – Qualcuno gioca a calcio, giacche a vento e infradito, in lontananza due migranti arrivano con le loro valigie e zainetti. Uno si allontana con il bottiglione di plastica sul portapacchi della bicicletta per andare a prendere acqua alla fontana. Sotto il gazebo stanno cucinando la cena. In mezzo al campo, tra un groviglio di corde e teloni azzurri, il solito capannello di chi gioca interminabili partite a dama.

Scende la sera al Foro Boario, termina questo primo lunedi di giugno, inizia l’estate africana a Saluzzo. C’è un’aria tesa e all’apparenza indifferente, dopo una lunga giornata iniziata all’alba con l’arrivo delle forze dell’ordine a notificare lo sgombero dell’area. Un triste spettacolo già visto.

Un migrante mi dice: “Perché non possiamo stare qui? Non siamo in centro, siamo fuori, vicino a dove buttano le immondizie. Non disturbiamo nessuno”. Già, perché disturbano 100 uomini dalla pelle nera costretti a vivere temporaneamente in condizioni indecenti? Perché i carabinieri, i poliziotti, i finanzieri, i vigili, tanti, tutti lì per mandarli via?

Lo sparuto drappello degli antirazzisti è tenuto a debita distanza dalla tendopoli dove si svolgono le operazioni di polizia che consistono nella consegna a tutti i presenti di 2 fotocopie: l’ordinanza del sindaco (stranamanete modificata rispetto a quella strombazzata sui giornali nei giorni scorsi) e un foglio scritto in italo-francese contenente le solite patetiche indicazioni: qui non potete restare, dite ai vostri amici di non venire perché non c’è più posto per loro, se proprio siete qui per lavorare almeno andate ad iscrivervi al Centro per l’Impiego.

Non c’è scritto ma quando viene comunicato, a voce, che hanno 48 ore di tempo per andarsene, i toni si accendono e si sente qualche urlo di disappunto. Arrivano telecamere e macchine fotografiche, palesemente poco gradite.

Dopo circa due ore la “normale operazione di polizia” termina e possiamo finalmente portare la nostra presenza solidale ai migranti. Molti non hanno esattamente capito cosa sta succedendo: i migranti sono abituati a sentirsi dire, in malo modo o con ipocrita cortesia, “qui non potete stare”, sono abituati a consegnare i documenti agli uomini in divisa, sono abituati ad annuire anche quando non capiscono tutto. Sono abituati a sentire la maledizione sulla loro pelle nera. Ma fino a quando?

Qualcuno si fa spiegare cosa c’è scritto su quei fogli, qualcuno vorrebbe andare in Comune, qualcuno si chiede perché il sindaco non è venuto a spiegare personalmente come stanno le cose. Già, perché l’ordinanza, anzi le due ordinanze, le ha firmate lui quindi avrà i suoi motivi per vietare l’accampamento e il bivacco, forse sta pensando a qualcosa di meglio. Intanto che ci si confronta sul da fare, uno mi chiede un paio di scarpe da lavoro e una coperta, un altro di scrivergli un curriculum con il computer, un altro ancora mi mostra il tesserino di rifugiato politico: è un disertore dell’Armée malienne di stanza a Gao, nel nord del paese dove è appena finita la guerra contro le formazioni fondamentaliste. Un gruppo di nuovi arrivati vorrebbe un fornello a gas perché quelli che ci sono non bastano per tutti. Uno di loro ha dimenticato i documenti a Milano e non sa come fare.

Vengono prese due decisioni, nel solito modo un po’ confuso, dopo lunghissime discussioni incomprensibili per noi bianchi e rapide consultazioni all’interno dei vari capannelli che si formano per paese di provenienza, affinità linguistica o semplicemente per rapporti amicali. Una delegazione andrà dal sindaco e chiede ai carabinieri di cercarlo per fissare un appuntamento al più presto. Tutti andranno ad iscriversi al Centro per l’Impiego.

Si forma così un lungo corteo a piedi e in bicicletta per raggiungere le Bureau du Travail. Vigili e polizia non capiscono bene dove vogliamo andare, ci scortano temendo chissà quale azione criminosa: gli antirazzisti, brutta razza, pensano che tutti intorno siano dei viscidi razzisti e mettono strane idee in testa ai migranti i quali, poverini, non sono in grado di pensare con il loro cervello. Strane idee il diritto alla casa, alla salute, a condizioni dignitose di lavoro, strane idee la possibilità di organizzarsi, far sentire la propria voce, essere considerati innanzitutto uomini e non braccia da sfruttare, idee pericolose per l’ordine pubblico, per i delicati equilibri politici e le relazioni istituzionali da mantenere, per il quieto vivere.

Il Centro per l’Impiego viene pacificamente invaso tra lo stupore del direttore, delle impiegate e dei presenti in cerca di lavoro. Ognuno prende il biglietto progressivo e attende il proprio turno. Siccome siamo in troppi, grazie alla disponibilità degli operatori del centro, si organizzano dei turni scaglionati. Non mi è sembrato di percepire alcun commento tra i bianchi in attesa di passare. Bianchi, italiani o stranieri, in cerca di lavoro tanto quanto i migranti africani. Che venga almeno concessa la possibilità di cercarlo, un lavoro!

Veniamo a sapere che alla casa del cimitero, nello stesso momento, si stanno registrando i 13 fortunati prescelti che entreranno in giornata. Ci spostiamo là, con il solito codazzo di agenti in divisa e non: armi, videocamere e macchine fotografiche d’ordinanza.

Nel cortile siede ad un tavolo con una tovaglia sgualcita la “Dame Blanche” e chiede i documenti. Dietro di lei la casa è rigorosamente chiusa, intorno sterpaglie, immondizie, il solito carro funebre ottocentesco da restaurare, pentole e un frigo abbandonati l’anno scorso, il sellino di una bicicletta.

Preoccupati di riunire tavoli su tavoli si sono dimenticati di mandare qualcuno a fare le pulizie. Ma non importa, ci penseranno i migranti a tinteggiare le pareti di questo fatiscente fiore all’occhiello del piano accoglienza. Goffamente, non senza qualche imbarazzo, l’assessore apre la casa, ci mancava solo il taglio del nastro tricolore! La porta si chiude alle spalle dell’ultimo entrato, fuori c’è un bel sole, sterpaglie, un migrante raccoglie una pentola piena di schifezze e di escrementi di ratti per portarla al Foro Boario.

A mezzogiorno la delegazione è in Comune e attende di essere ricevuta dal sindaco che è chiuso nel suo ufficio con il capo provinciale dei carabinieri, il funzionario dell’ufficio immigrazione della Questura e qualcun altro. Con notevole ritardo comunica che riceverà i migranti e solo successivamente l’avvocato e gli antirazzisti. I migranti non si fidano e dopo una breve trattativa decidono di andarsene. Il sindaco fa l’offeso: “Perché non si fidano di me?”.

La riunione è riconvocata per il pomeriggio ma nessuno si fa illusioni, non ci sono margini di trattativa, al  massimo qualche contentino ma le decisioni sono ormai prese. Infatti al pomeriggio dopo due ore di riunione si esce con un nulla di fatto. Non verranno tollerati assembramenti, il piano accoglienza deve andare avanti secondo le modalità e i tempi previsti. Gli esuberi si smaterializzino, diventino fantasmi!

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