Una figlia che fa condannare il padre. Un killer balordo che spara ai raccoglitori di arance e scatena la rivolta. Eventi che hanno incrinato un sistema di potere perfetto e lugubre: quello dei Pesce di Rosarno. Condannata a morte anche dalla nonna, Giusy Pesce ha portato a termine la sua testimonianza. Come la comunità africana, che aveva testimoniato nel 2008. E i boss hanno chinato la testa.

     

Scritto da Antonello Mangano

Pubblicato su «Libera Informazione»

PALMI (RC) – La nonna si porta il pollice sotto la gola. Lo fa scorrere lentamente da un lato all’altro. Il nipote comprende: Giusy Pesce deve essere sgozzata. Siamo in carcere, la camera di sorveglianza registra la sentenza di morte contro la pentita della ‘ndrina di Rosarno. Una decisione che per fortuna non è stata mai eseguita. È invece in vigore la sentenza di primo grado del processo «All Inside». Condannati i vertici del clan, proprio grazie alle dichiarazioni di una donna. Per la prima volta una figlia fa condannare il padre.

Uno sconvolgimento inimmaginabile fino a qualche anno fa. Fino a quando i Pesce erano i re del territorio, nonostante soprannomi circensi (il puffo, il testone, il pirata). Fino a quando controllavano ogni aspetto dell’economia locale, dai camion ai supermercati, dai negozi all’agrumicoltura, senza lasciare neppure le pompe di benzina. Ed erano anche il modello sociale vincente: imitati dai giovani, ammirati dalle ragazze, rispettati da una popolazione che non osava neppure nominarli. L’epoca di Giuseppe Lavorato – il sindaco che si scagliava a viso aperto contro i mafiosi – era distante come un’altra era geologica. Eppure era solo il 2003. Poi arriveranno altri sindaci e il doppio scioglimento consecutivo per mafia, un marchio d’infamia per una comunità che contava i morti e salutava gli emigranti, sempre più numerosi ad abbandonare la cittadina.

Poi, il 12 dicembre 2008, alcuni spari feriscono due raccoglitori di arance che tornano dalla giornata di lavoro. Sono due ivoriani, poverissimi. Dormono in una ex fabbrica diroccata che tutti chiamano la Cartiera, un orrendo cubo di cemento dove i posti letto sono separati da cartoni ammucchiati. Un tentativo di rapina, un gioco di balordi? Fatto sta che il giorno dopo l’intera comunità africana è in piazza per protestare contro la violenza criminale. Ed è in fila davanti ai carabinieri per descrivere le fattezze dell’uomo che ha sparato. Quell’uomo si chiama Fortugno. E il 3 maggio è stato condannato a 9 anni. Era il killer dei Pesce.

Dopo la prima rivolta degli africani, le istituzioni non hanno potuto più fare finta di niente. Un equilibrio si era rotto per sempre. Due carabinieri sono tra i condannati perché corrotti, si erano venduti per un lettore Mp3 («Bello, come funziona? Si deve installare il Cd?»). Poi dopo la rivolta sono partite le indagini, le confische di beni e gli arresti. Una donna, Elisabetta Tripodi, diventa sindaco e non esita a confiscare la casa della madre del «Pirata», che risponde con una lettera carica di velenose minacce. Un’altra rompe un tabù secolare denunciando gli uomini della sua famiglia. Il sistema di potere mafioso appariva immutabile. Donne e migranti sono le anomalie che hanno generato la prima crepa. A tutti gli altri il compito di continuare.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.