Reportage narrativo

Diario da Sibari / 2. Sei secoli di pizzo sul pesce

Durante il suo «Grand Tour», un viaggiatore inglese notò che la sibaritide subisce il supplizio di Tantalo: vive in povertà in mezzo all`abbondanza. Il mare potrebbe essere una fonte di ricchezza. Tra incursioni di pirati e vessazioni dei feudatari, sono evidenti le ragioni storiche del cattivo rapporto con la costa. La prima di queste, l`abitudine intatta nei secoli di riscuotere il pizzo sul pescato.

     

Scritto da Antonello Mangano

Corigliano (CS) – Quando il viaggiatore inglese Swinburne arrivò nella Piana di Sibari, notò con stupore che gli abitanti subivano il supplizio di Tantalo. «Vivono in povertà in mezzo all’abbondanza», annotò nel suo diario. Era il 1777. Anche oggi colpiscono le risorse dell’area: il porto, la pesca, il turismo, l’agricoltura di qualità e persino una piccola zona industriale. Eppure da queste parti si emigra come dalle altre zone della Calabria.

Il rapporto col mare è particolarmente problematico. Sembra più uno sfondo che una risorsa. Fino a non molto tempo fa portava i pirati e la gente abitava in cima ai monti, circondata da mura e protetta da fortificazioni. Intorno al castello, le abitazioni furono costruite non in altezza, ma in profondità. Scavando piani sotterranei, utili all’estrema fuga nel caso gli incursori avessero sfondato le mura. E ci andò vicino Khair Ed-Din, detto il Barbarossa. Nel 1538 arrivò alle porte della città assediando Corigliano. Il principe di Bisignano disse ai concittadini di aver sognato San Francesco da Paola che lo rassicurava sulla vittoria. La città fu difesa, ma rimase quella radicale diffidenza nei confronti del mare.

Il pescato potrebbe essere una delle ricchezze di questo luogo. Per antica tradizione, il Conte di Corigliano concedeva il diritto di pesca alla cifra di sei ducati per barca. Nel 1480, l’angheria suscitò la protesta dei cittadini, che si rivolsero – senza successo – a Federico d’Aragona. Mantenendo le usanze, i nuovi signori del luogo – ovvero i boss di Schiavonea – oggi chiedono il pizzo al mercato ittico.

Nello spiazzo che si affaccia sul mare, sotto la colonna della Madonna, probabilmente il giovane Rino Gattuso dava i primi calci al pallone e sfogava tutta la sua rabbia. Il lungomare di Schiavonea aspetta la stagione estiva: gli emigranti che tornano, qualche turista. E intanto prova a scrollarsi quest’aria lugubre, invernale. I manifesti alle vetrine dei negozi salutano il ritorno di Ringhio, figlio che non ha dimenticato il suo paese. Anzi, ha portato tutto il Sion – squadra svizzera di cui è diventato allenatore-giocatore –  in tournée in Calabria.

A poca distanza ha impiantato un cubo di cemento nella zona industriale per la pulitura delle cozze. La fabbrica Gattuso è un investimento sul territorio per i fan di Rino. Nell’attesa che un altro figlio di Schiavonea prenda il volo, la zona è abitata da migranti dell`Est. In estate, i rumeni che nel frattempo hanno affittato le case sono gentilmente pregati di sloggiare. Torneranno a settembre, garantendo alti introiti grazie a un’alta percentuale di persone per metro quadro. Sostenendo l`economia del luogo con l`assistenza familiare e la raccolta dei mandarini. Senza ottenere per questo, però, particolari riconoscimenti.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.