Dopo l`omicidio a sangue freddo di Chokri Belaid, marxista e panarabista, manifestazioni e scontri violenti con la polizia. Sotto accusa gli islamici al potere, che si spaccano sulla decisione del premier di formare un governo tecnico. Il sindacato UGTT ha indetto lo sciopero generale. La sera prima che gli sparassero, al canale televisivo nazionale Nesma TV, aveva dichiarato che il Nahda stava dando il via agli omicidi politici.

     

Scritto da Marta Bellingreri

TUNISI – Saracinesche abbassate, gente in corsa e panifici pieni. Non di gente che vuole comprare il pane, ma di chi si è infilato per proteggersi da fuoco, sassi e lacrimogeni. Camionette della polizia: ne conto sedici dal balcone in una strada la cui ampiezza non supera i venti metri. Terrore scatenato da parte delle forze dell’ordine, repressione dei giovanissimi con le pietre in mano contro i gas lanciati ad altezza d’uomo: caos e barricate nelle strade interne del centro della città, alla stazione centrale di Place Barcelone, dove sono stati bloccati i treni verso la periferia, e nell’arteria principale, l’Avenue Bourghiba.

Da ieri ad oggi lo scenario non sembra cambiato: e lo shock non è passato. Ieri mattina, alla notizia dell’omicidio a sangue freddo di Chokri Belaidi, leader del Movimento Patriottico Deocratico Unito, marxista e panarabista e dirigente del Fronte Popolare, i cittadini si sono riversati di fronte al Ministero dell’Interno, come oggi davanti al Teatro Municipale. Prima della reazione violenta della polizia, c’era una massa abbattutta moralmente, ma decisa al grido: « Il popolo vuole la caduta del governo e la rivoluzione di nuovo»;  ma anche i cartelli «Belaidi non è morto sotto la dittattura di Ben Ali, ma è stato assassinato col governo Nahda» e le scritte sull’asfalto dell’Avenue: «Svegliatevi, l’Iran ha dato l’esempio».

In effetti, le accuse partono verso il partito al governo, il Nahda. L’opposizione ieri ha annunciato lo sciopero generale, che è indetto ora dal maggiore sindacato del paese, l’UGTT, per venerdi otto febbraio, stesso giorno in cui si svolgeranno i funerali del leader. Freddato alle otto del mattino con quattro colpi di arma da fuoco, di fronte al proprio domicilio, a quarantotto anni, lasciando moglie e quattro figli: e un vuoto nel paese per un popolo che stimava Belaidi e non conosceva gli omicidi politici. La reazione e l’indignazione erano state forti già a fine ottobre, quando un altro leader di un partito all’opposizione, Nidaa Tounes, era rimasto ucciso durante una manifestazione, nella città di Tataouine, sud della Tunisia, per mano della Lega di Protezione della Rivoluzione, considerato da molti il braccio armato del governo e fino ad oggi ritenuto responsabile di vari episodi di violenza degli ultimo mesi. Il leader era inoltre, insieme al dirigente del Partito Comunista Hamma Hammami, considerata la figura di spicco, mediaticamente e politicamente, della recente coalizione di sinistra. Le minacce lo perseguitavano già da qualche mese.

Era proprio contro la violenza politica che Belaid si schierava negli ultimi mesi e la sera prima che gli sparassero, al canale televisivo nazionale Nesma TV, aveva dichiarato che il Nahda stava dando il via agli omicidi politici. Gli esecutori non hanno aspettato le ventiquattro ore dalla sua affermazione per farlo fuori. Non appena diffusa la notizia, in tutto il paese sono scoppiate rivolte: nelle città di Sfax, Monastir, Beja, il Kef, Gafsa, dove in alcuni casi le sedi del partito Nahda sono state bruciate e dove oggi più di ieri le tensioni sono altissime. Ancora non è confermata la morte di un ragazzo a Gafsa, dove alla manifestazione sono confluiti in massa giovani dai paesi circostanti.

Alla fine della lunga giornata di mercoledi 6 febbraio, il capo del governo Hamadi Jebali ha annunciato la composizione di un governo di tecnocrati in cui solo le competenze saranno tenute in considerazione e nessuna appartenenza politica. In risposta la mattina successiva il portavoce del partito Nahda ha dichiarato di essere sorpresa dalla notizia, di non condividerla, ribadendo la necessità di rimanere al governo. Questo evidenzia le divisioni all’interno del Nahda, che di certo non ha dimostrato posizioni decise nel suo anno di governo, soprattutto dinanzi agli attentati violenti che hanno visto come protagonisti i gruppi di salafiti.

La necessità attuale, che sembra amaramente lontana dagli scenari di guerriglia nel paese, ma di cui dovrebbe farsi carico l’opposizione, è quella di coinvolgere il popolo tunisino in questa lotta contro la violenza e per la democrazia. Perché al di là delle accuse, non ci sono prove di questo omicidio, le indagini sono aperte, ma la demonizzazione di un partito al potere già fragile rischia di rendere ancora più vana e dolorosa la morte del nuovo martire della Rivoluzione, ricordato oggi in Tunisia con la sua frase: «Preferisco morire per le mie idee che di lassismo e vecchiaia».

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