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Alle tre di notte in treno sognando un’ora di supplenza

Ogni mattina sveglia alle 3 e arrivo a Tiburtina. Sono le insegnanti precarie campane, supplenti delle materne. Sostituiscono un collega che si ammala all’ultimo momento. Se la telefonata non arriva, si torna a casa. Temono che con un rifiuto possano scendere in graduatoria. Firmano contratti di un giorno. Fanno altri lavori per sopravvivere, ma sognano una supplenza annuale. E hanno paura di parlare.

     

Scritto da Antonello Mangano

ROMA – Sono i primi ad arrivare. Alle sette del mattino entrano in ufficio e iniziano a gestire le supplenze del giorno. Qualche ora prima, dalle stazioni di Caserta e Napoli, gruppi di donne salgono sul treno. Scendono a Tiburtina o Termini. Un caffè e l’orecchio teso al cellulare. “La chiamata può arrivare fino alle 11. Poi non c’è più speranza. A metà mattina hanno già coperto tutti i buchi. E allora ci rassegniamo e torniamo indietro”.

Non è una storia di lavoro a giornata in agricoltura. È quello che avviene ogni mattina alle insegnanti precarie delle scuole romane. Scuola pubblica: nidi, materne ed elementari. Un docente può ammalarsi e lasciare il posto vacante per uno o più giorni. Anche all’ultimo momento. L’ufficio chiama e la supplente copre le ore di buco. Se abita a Roma, deve semplicemente alzarsi prima. Se, invece, viene da fuori non può fare a meno di prendere un treno. Anche se può essere perfettamente inutile. Il primo regionale per Roma parte alle 3 e 57 da Caserta, due ore e mezza di viaggio con cambio a Formia. Il successivo è più comodo, parte alle cinque ed è diretto. Ma arriva alle 8 e 30, quando potrebbe essere troppo tardi. Ovviamente nessuno arriva a fine mese con un lavoro di questo tipo. E il viaggio dalla Campania a Roma costa da solo 20 euro. Così ci si arrangia con altri lavoretti. Perché lo facciamo? “Per le graduatorie e i punteggi”, ci spiega un’altra docente. Il sogno è la stabilizzazione. Ma la maggior parte si accontenterebbe anche di un incarico annuale.

Tutti lavorano a chiamata

“Questo fenomeno è sempre esistito, ma si è accentuato dal 2008 con i tagli della legge 133”, ci spiega Enrico Grillo, segretario del sindacato di categoria della Cgil casertana. “Gli incarichi sono stati prima ridotti e poi praticamente annullati. Caserta aveva un esercito di maestre, cancellate dalla riforma Gelmini. L’aumento a 24 ore / cattedra per le medie e superiori comporterà l’espulsione o la mobilità di circa 2500 docenti del territorio”.

“Ogni giorno da città e provincia partono circa 300 persone”, continua Grillo. “Molte dall’agro aversano. C’è anche chi si è stabilizzato, ma per tutti gli altri le prospettive sono molto scarse. È una questione politica. Al momento la scuola non è considerata un bene prezioso su cui fare investimenti”.

“Tutti i supplenti lavorano a chiamata”, dice a Linkiesta Marcello Ziantoni, responsabile delle risorse umane del Primo Municipio, il centro storico della Capitale. “C’è una graduatoria per ogni divisione amministrativa di Roma, attivata con un bando pubblico. In base all’ordine di graduatoria le educatrici vengono chiamate”. È vero che la telefonata arriva la mattina stessa? “In caso di malattia improvvisa. Se si ammala un’educatrice la mattina e ci dice ‘io non posso venire oggi’, non possiamo fare altro che chiamare all’ultimo momento”. Quanto è frequente? “Diciamo che è normale più che frequente. Non è che capita tutti i giorni, però può capitare. Siamo obbligati ad agire in questo modo”. La sostituzione deve essere immediata, non si possono lasciare da soli i bambini. Nelle superiori non succede per una questione di numeri. Sono meno sia gli alunni che gli istituti.

Risolto anticipatamente

Il compenso è uguale a quello giornaliero di un altro insegnante, non così il contratto. Viene stipulato anche per un giorno. Un accordo surreale su carta intestata del Municipio che recita: “Gli effetti del presente contratto di lavoro decorrono dal giorno 12 ottobre al giorno 12 ottobre. […] Il rapporto di lavoro potrà essere risolto anticipatamente, senza obbligo di preavviso, per la mancata assunzione del servizio nel termine assegnato”.

Ci sono le graduatorie pubbliche, è tutto legale e trasparente. Ma le testimoni ci chiedono l’anonimato. Il lavoro precario è soprattutto questo. Paura della ritorsione. “Ci chiamano anche mezz’ora prima”, ci dice un’altra insegnante. E aggiunge: “Non mettere il mio nome”. Per vivere fa altri tre lavori. Alla fine del mese ha in tasca meno di mille euro. Un terzo di quello che guadagna serve a pagare l’affitto. Di una stanza. “Oggi ero in classe con 29 bambini, più un bambino autistico senza insegnante di sostegno. Lavoro alla materna. Questo avviene nel centro storico. Per un anno e mezzo non ho lavorato. Lo scorso anno solo 31 giorni. A volte sono impegnata in un altro lavoro e, se mi chiamano, non posso spostarmi. Mi hanno detto che in questi casi è meglio non rispondere, altrimenti scendiamo in graduatoria. A volte ci chiamano con il numero anonimo e allora stai a lì a pensarci. Rispondo o non rispondo?”.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.