L`onda lunga dello sciopero di Nardò e della rivolta di Rosarno ha prodotto tre importanti leggi. Due di queste anche a beneficio degli italiani. La norma contro il caporalato, le regole per il quantitativo minimo di succo di frutta nelle bibite e quelle che permettono di denunciare gli sfruttatori sono direttamente o indirettamente frutto delle azioni dei lavoratori africani.

     

Scritto da Antonello Mangano

Le norme contro il caporalato. La “legge Rosarno” che permette di ottenere il permesso di soggiorno a chi denuncia gli sfruttatori. Le regole che disciplinano la presenza del succo d’arancia nei soft drinks. Le azioni dei braccianti africani – da Nardò alla Calabria – hanno prodotto tre importanti leggi. Direttamente o indirettamente.

La norma contro il caporalato nasce dopo lo sciopero – il primo di quel tipo – avviato dai braccianti impegnati in Salento nella raccolta delle angurie e dei pomodori. Era l’estate del 2011, e la pressione dei lavoratori sulla Prefettura si incrociò con una iniziativa del sindacato, una lunga campagna in fase di stallo. Paradossalmente, le regole che puniscono il caporalato furono uno degli ultimi atti del governo Berlusconi. Ma, senza le giornate di sciopero nelle assolate campagne pugliesi, non ci sarebbero mai state.

Percorso tutto sommato simile per la “legge Rosarno” varata dal governo Monti nelle scorse settimane e attuata in questi giorni. Nata per dare attuazione a una direttiva europea, rischia di diventare l’ennesima sanatoria truffa. Positiva, tuttavia, l’impostazione per cui viene concesso il permesso di soggiorno in caso di denuncia dello sfruttamento. Una pratica che dovrebbe essere permanente e non legata a un singolo mese. Anche queste regole risentono della rivolta di Rosarno del gennaio 2011.

Infine, una norma apparentemente marginale prevede che la frutta nelle bibite sia pari ad almeno il 20% del totale. Una vertenza partita dalla Coldiretti e da Rosarno, in seguito alla denuncia del comportamento di Coca Cola in Calabria. Anche questo frutto della lunga onda emotiva seguita ai fatti del 2011. La stampa inglese, infatti, era venuta a documentare le condizioni dei lavoratori africani soprendendo la multinazionale USA a usare e sottopagare le arance raccolte – anche – dai braccianti stranieri.

Azioni dirette di soggetti apparentemente emarginati hanno comunque prodotto cambiamenti di rilievo, seppure parziali e indiretti. Eppure i media  non hanno saputo fare di meglio che descriverli come disperati, poveri e vittime di un degrado che sembra seguirli dai paesi di origine alle campagne italiane.

Non è così, ovviamente. I braccianti africani hanno semplicemente messo in evidenza paradossi e storture del paese che li ospita. In qualche caso offrendo delle soluzioni. Nessuno li ha mai ringraziati. La situazione abitativa dei braccianti stranieri – da Nord a Sud – è ancora affrontata con gli strumenti dell’emergenza umanitaria.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.