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Le parole della campagna elettorale: crisi o comune?

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La crisi è la fine di un modello e la sua perpetuazione forzosa. In campagna elettorale crisi sarà la parola più ricorrente, ma non neutrale. Ciò che viene indicata come l’inizio dell’uscita dalla crisi, corrisponde a un peggioramento delle condizioni di vita delle persone. I flussi elettorali funzionano come i mercati finanziari. Tutti vanno dove vanno tutti. C’è bisogno di parole non stereotipate per fare irruzione, aprire un varco.

     

Scritto da Luigi Sturniolo

Le campagne elettorali sono fatte di parole, tante parole. Molte di queste sono promesse. Sempre più false, sempre più insostenibili. Alcune parole sono richieste d’aiuto. Anche un po’ patetiche, a volte. Altre, infine, sono minacce, velate minacce. In generale, tutte queste parole non parlano alla vita reale delle persone, ma fanno leva sulle loro paure, sulle loro illusioni.

Le parole delle campagne elettorali riconoscono una sintassi, costituiscono un codice, descrivono comportamenti stereotipati. I flussi elettorali funzionano come i mercati finanziari. Tutti vanno dove vanno tutti. E il valore del voto non si deprezza, anzi aumenta di valore. Il mercato elettorale non conosce l’inflazione, così come quello finanziario. Eppure c’è bisogno di parole per fare irruzione, aprire un varco. C’è bisogno di altre parole per dire del vissuto, del quotidiano, dei bisogni, delle aspirazioni, della vita reale, appunto.

C’è bisogno di un’altra sintassi per sparigliare i giochi, spostare il campo del confronto, cambiare le regole, giocare con carte nuove. La parola dalla quale oggi si deve partire non può essere che “crisi”. La crisi ci viene normalmente spiegata attraverso parametri. Lo spread, ad esempio, è oggi il termometro della crisi. Uno spread basso, ci viene detto, è indice che stiamo uscendo dalla crisi. E invece uno spread basso vuol dire solo che i mercati finanziari si fidano del fatto che saremo in grado di far fronte ai nostri debiti, anzi che abbiamo la credibilità per contrarne altri.

Magari questo è avvenuto in seguito a tagli alla scuola e alla sanità, cioè in seguito alla immissione sui mercati finanziari di risorse economiche ricavate dai tagli al welfare. Ciò che viene indicata come l’inizio dell’uscita dalla crisi, quindi, corrisponde a un peggioramento delle condizioni di vita delle persone. La crisi, invece, noi la misuriamo dal processo di impoverimento generalizzato cui stiamo assistendo, dalla desertificazione produttiva di alcune aree, dal peggioramento dei servizi, dall’incertezza del presente, dalla paura nel futuro, dalle montagne che vengono giù, dalla negazione dell’accesso.

La crisi è la fine di un modello e la sua perpetuazione forzosa. La crisi sono le parole che la descrivono. Sempre più false, sempre più ignoranti. “Privato” è ciò che ci hanno offerto come soluzione alla crisi. Sarebbe stato l’interesse del singolo a corrispondere al benessere della società. Sarebbe stato l’equilibrio dei singoli interessi a descrivere la felicità della società che viene. Le vittime (poche) sarebbero state immolate per il vantaggio di tutti. E’ stato un grande inganno attraverso il quale è stata massacrata e derisa l’attività umana e dietro il quale sono state avviate le nuove recinzioni, quelle dei beni comuni, quelle che appartengono a tutti, il frutto di quanto conquistato nel passato. E questa ricchezza accumulata, ed ora privatizzata, è stata messa a profitto, utilizzata come garanzia per nuove speculazioni.

“Comune” è ciò che ci riguarda da vicino, ciò che condividiamo con il nostro vicino. Comune è la conoscenza che sfugge al diritto d’autore. Serendipità è l’incontro casuale, è l’invenzione generata dall’incontro delle conoscenze. Comune è l’insieme delle vite umane e la ricchezza che nasce dal loro incontrarsi. Comune è la fine dell’appropriazione e l’inizio di un nuovo pensiero collettivo. Comune è la nuova democrazia. “Comune” è la parola della nostra campagna elettorale.

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