Il 60% degli `ospiti` dei CIE proviene dal carcere. Sconta una pena supplementare – e anticostituzionale – perché non è stato mai identificato. Sono gli intoppi burocratici a garantire il mantenimento dei centri. Sempre più inutili, costosi e crudeli. I reclusi diventano “sradicati” senza possibilità di reinserimento e persino merce di scambio tra i paesi di provenienza e l’Italia. All’interno dei centri anche donne vittime di tratta e lavoratori stranieri che non sono riusciti a trovare una regolarizzazione.

     

Scritto da Antonello Mangano

L`audioinchiesta

Il luogo comune

Nell’immaginario collettivo il CIE è un luogo temporaneo dove si rinchiudono i cosiddetti clandestini, in attesa di mandarli al loro paese. Nella realtà è il costosissimo risultato di un cortocircuito burocratico. Buona parte di coloro che vengono chiamati “ospiti” sono di fatto detenuti anche se hanno finito di scontare la pena. All’uscita dal carcere, lo straniero dovrebbe essere già stato identificato ed espulso. Ma non avviene quasi mai.

Nel 2007 il governo Prodi ha emesso un atto che semplicemente chiedeva l’applicazione della legge esistente. Dopo cinque anni la direttiva Amato – Mastella è rimasta inapplicata. I migranti che dal carcere finiscono nei CIE dopo aver scontato la pena – secondo l’OIM – sono circa il 60% del totale. La loro detenzione supplementare può durare fino a un anno e mezzo. “La mia esperienza dice che non riesci a identificare una persona in un mese non ci riesci in 18”, dice Giuliano Amato.

“E’ peggio del carcere, almeno lì sai che reato hai commesso e quando finirà la tua pena. Nel CIE le proroghe sono di mese in mese”, ammette un’operatrice presso uno sportello a Ponte Galeria, il centro di Roma.

Ma questa forma di “detenzione amministrativa” è prevista dalla nostra Costituzione? No, dice Amato. La restrizione della libertà personale è connessa al compimento di un reato. Il nostro ordinamento prevede il fermo per identificazione, che può durare al più qualche ora.

Costi

Il “cortocircuito burocratico” produce però costi ingenti a spese delle collettività. Ma anche una nuova curiosa fase. Gli investimenti complessivi sono in aumento, ma i costi di gestione vengono ridotti al minimo. E’ già stato proclamato il primo sciopero. A Bologna il sindacato di categoria ha annunciato per l’inizio di luglio due ore di interruzione dei servizi. La protesta nasce dopo l’assegnazione dell’appalto del CIE al consorzio OASI di Siracusa, che ha vinto con un’offerta di 28 euro a persona contro i 70 della precedente gestione.

A Gradisca d’Isonzo, in Friuli, la gestione è stata contesa tra la siciliana Connecting People e la multinazionale francese Gepsa – specializzata nella detenzione. I francesi avevano vinto l‘appalto insieme a una coop di Agrigento. Anche a Trapani Milo Connecting People ha perso la gara, vinta invece da Oasi. Sei milioni per tre anni la cifra dell’appalto. A Ponte Galeria c’è Auxilium, nata in provincia di Potenza e con un organico di 600 persone. Ha vinto dopo 10 anni di gestione della Croce Rossa. Sono tanti i ricorsi al Tar tra i vari soggetti. Nessuno vuole perdere gli appalti milionari.

Considerando che a Roma ci sono 360 posti disponibili – anche se non tutti sempre occupati – e che l’attuale convenzione prevede circa 41 euro a persona, si può ipotizzare che Ponte Galeria ci costa 14000 euro al giorno.

Paradossalmente, però, gli investimenti complessivi aumentano. I 103 milioni di euro del 2011 sono diventati più di 174 nel 2012 e ne sono previsti 216 per il 2013. La corte dei Conti riferisce che nel 2010 sono stati spesi 140 milioni per la costruzione, 30 milioni per la gestione e 34 milioni per i rimpatri.

Vittime di tratta, lavoratori in nero e mercanti di uomini

 Nei CIE è possibile trovare situazioni di ogni tipo. Tra le più frequenti quella delle donne – spesso nigeriane –  fermate perché irregolari. Le trovano senza documenti e le portano nei CIE. Qui il loro destino è affidato al caso. Come testimonia un’operatrice umanitaria, se incontrano un’associazione che prende in carico la loro situazione possono essere inserite in un percorso di regolarizzazione ed essere riconosciute come vittime di tratta. Altrimenti rischiano l’espulsione e il ritorno in Africa, con tutto quello che ne può conseguire.

Anche se con minore frequenza, nel CIE finiscono anche i disoccupati. Abbiamo incontrato un lavoratore senza contratto che non hanno trovato un padrone che lo mettesse in regola. Nonostante 23 anni in Italia, un’attività lavorativa costante come edile, una compagna italiana è stato rispedito in Tunisia, un paese che non era più il suo.

Le espulsioni non sono procedimenti automatici e “neutrali”. Come ci riferisce Amato, capita che un paese accetti 100 irregolari subito, mentre un altro dica di poterne ricevere 2 al mese (o all’anno). Nel secondo caso “si vuole segnalare un problema”. Così gli espulsi entrano a far parte di una trattativa più ampia tra i due paesi. Sono sradicati quando va bene, indesiderati. Ma possono anche diventare una merce tra stati.

Interviste:

–  Giuliano Amato – ex Presidente del Consiglio

–  Marcella Lucidi – Avvocato, sottosegretario del Governo Prodi

–  Simona Moscarelli – Avvocato, OIM

–  Francesca De Masi – Responsabile sportello contro la tratta CIE di Ponte Galeria

–  Jean Leonard Touadi – deputato PD

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.