La ‘Audiencia Nacional’ di Madrid ha emesso un ordine di arresto internazionale nei confronti dell’ex-ministro dell’Interno guatemalteco Donaldo Alvarez Ruiz, per la sua presunta partecipazione nel genocidio degli indigeni maya durante la guerra civile (1960-’96).

     

La denuncia contro Alvarez Ruiz, al governo negli anni della dittatura di Lucas García (1978-’82), è stata presentata dal Premio Nobel per la Pace 1992 Rigoberta Menchú Tum e si riferisce, in particolare, al massacro perpetrato nel 1980 all’ambasciata spagnola di Città del Guatemala – costato la vita a 37 persone, tra le quali anche il padre della dirigente indigena maya, Vicente Menchú – e all’assassinio di quattro sacerdoti spagnoli. Il giudice della ‘Audiencia’ Fernando Grande-Marlaska avrebbe in mano indizi sul coinvolgimento diretto di Alvarez Ruiz e li avrebbe già notificati alla Procura generale del Messico, Paese in cui si sarebbe rifugiato da tempo l’ex-ministro. Già nel 2001, la signora Menchú aveva sollecitato l’intervento della magistratura spagnola per una serie di crimini di lesa umanità attribuiti all’ex-dittatore ed ex-presidente del Congresso Efraín Ríos Montt e ad altri 7 ex-gerarchi del regime; dopo aver accolto la denuncia, la ‘Audiencia Nacional’ si era dichiarata infine “non competente” a procedere, stimando che non fosse stata del tutto dimostrata l’inabilità dei tribunali guatemaltechi ad agire autonomamente contro gli accusati. È un fatto che, dopo 4 anni, la strage all’ambasciata spagnola resta ancora impunita: il 31 gennaio 1980 una manifestazione di sostegno ad un gruppo di indios provenienti dal Quiché (nord del Guatemala), giunti nella capitale per denunciare la repressione militare subita dalle comunità contadine della regione, si trasformò nell’occupazione dell’ambasciata di Spagna. L’obiettivo era quello di portare all’attenzione del mondo il massacro sistematico della popolazione indigena del Paese, accusata di sostenere la guerriglia. L’intervento di una squadra scelta della polizia nazionale nell’edificio interruppe l’opera di mediazione dell’ambasciatore spagnolo Máximo Cajal y López e scatenò un inferno di fuoco negli uffici della rappresentanza diplomatica. L’uccisione di un sopravvissuto al massacro nei giorni immediatamente seguenti il fatto fece temere per la vita stessa dell’ambasciatore, che fu ospitato nella sede della rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti e poi rimpatriato. Nelle settimane successive altre persone furono colpite dalla repressione: tra loro anche quattro sacerdoti spagnoli che la vigilia del massacro avevano incontrato Cajal y Lopez.

[FB] – GUATEMALA 11/12/2004 1:18

Sull'autore