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Shousha Camp. Profughi nel deserto tunisino

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Le immagini e le voci dal campo profughi dimenticato da tutti e finanziato anche dal Governo italiano. Dal maggio 2009 circa 2000 immigrati sono stati intercettati nel Mediterraneo dalle navi italiane e respinti. Per questo l`Italia ha subito una condanna dalla Corte europea. Molti di questi sono finiti a Shousha, un campo profughi nel deserto tunisino.

     

Scritto da Enrico Montalbano

Le immagini e le voci dal campo profughi finanziato anche dal Governo italiano. Dal maggio 2009 circa 2000 immigrati sono stati intercettati nel Mar Mediterraneo dalle navi italiane e respinti in Libia. La maggioranza di questi erano richiedenti asilo provenienti da paesi in guerra. Molti di loro sono finiti a Shousha, un campo profughi al centro del deserto tunisino. Per questi respingimenti l`Italia ha subito una condanna dalla Corte europea. Gestito dall`Unhcr, ospita 3300 persone. Le condizioni igieniche sono precarie. Nonostante la guerra, molti rischiano di essere rimandati al paese d`origine.

A cura di Laura Verduci ed Enrico Montalbano. (Leggi anche il reportage di Enrico Oliari)

Happy Birthday Shousha! Il campo profughi tra Tunisia e Libia compie un anno: è sorto infatti il 24 febbraio 2011 a pochi chilometri dal confine con la Libia. Shousha Camp, cofinanziato dal governo italiano in seguito agli accordi stipulati tra Roberto Maroni e il governo provvisorio tunisino tra febbraio e aprile 2011, è un campo dell`Unhcr (l`agenzia dell`Onu per i rifugiati) per i profughi in fuga dalla Libia. Più volte, dal giorno dell`apertura, è stato teatro di violenti scontri tra i migranti e la polizia tunisina: il 22 maggio 2011, per citare solo uno degli episodi più gravi, il campo prese fuoco, quattro persone persero la vita nell`incendio e l`esercito, intervenuto per sedare le proteste, sparò sulla folla.

Solo un numero esiguo di profughi sono di nazionalità libica: la maggior parte sono subsahariani precedentemente emigrati in Libia. Molti, infatti, che forzano la frontiera tunisina per provare a raggiungere l`Europa sono fermati a Shousha, altri invece vorrebbero tornare nel paese di origine ma rinunciano a causa dei pericoli lungo il viaggio o per le guerre ancora in atto. Il centro di Shousha è un campo tra più fuochi: guerre e focolai disseminati per tutta l`Africa fanno sì che costituisca una soluzione teoricamente temporanea per persone scampate a più guerre e persecuzioni.

Le condizioni del centro sono agghiaccianti. Spesso poi mancano sia l`acqua potabile che l’acqua calda, costringendo la maggior parte dei profughi a fare a meno delle docce per giorni. I migranti attualmente presenti vivono in tende da campo e hanno a disposizione solo strutture precarie. Frequenti tempeste di sabbia creano problemi di respirazione e vivibilità. Inoltre, ad un anno dalla scoppio della guerra in Libia, molti dei profughi si trovano ancora in un “limbo giuridico” e dunque privati di basilari diritti: Shousha Camp, definito un “Transit Camp”, è in realtà un “non luogo” in cui persone che hanno ricevuto la final rejection (il diniego definitivo) non hanno possibilità di trasferirsi altrove. Per questo motivo Shousha è destinato a trasformarsi in un campo profughi permanente.

Inoltre, in un luogo dove regna il caos a tutti i livelli, compreso quello giuridico, migliaia di persone non sono ancora state ascoltate per un colloquio per l`asilo politico, senza contare che altri, come i palestinesi, che provengono dai campi profughi del Libano, della Giordania o della Siria e sono privi di qualsiasi riconoscimento giuridico. Infine anche i pochi che riescono a ottenere lo status di rifugiato (dopo attese che si aggirano intorno agli 8 mesi), spesso restano a Shousha in attesa di un resettlement (il trasferimento dal Paese di primo asilo ad un altro Stato che accetti di accoglierli).

Siamo riusciti a entrare il mese scorso, a febbraio, dopo lunghe trattative con i militari tunisini. Nel campo attualmente vivono più di 3300 persone di diverse nazionalità: eritrei, sudanesi, ciadiani, iracheni, palestinesi e nigeriani. I profughi dalla Nigeria, che non possono tornare né nel paese d`origine nè in Libia, denunciano la collusione del proprio ambasciatore con l`Unhcr e il governo tunisino. Sebbene l`Unhcr avesse assicurato la segretezza delle loro dichiarazioni e dei dossier relativi, alcuni rappresentanti della comunità nigeriana raccontano di essere stati testimoni, nel settembre 2011, di una collaborazione tra l`ambasciatore nigeriano e l`Unhcr nell’analisi e valutazione dei casi.

In una lettera aperta, i nigeriani denunciano sia l`agenzia dell`Onu sia l`ambasciatore che, essendo il rappresentante del paese da cui sono stati costretti a scappare, difficilmente darà mai credito alle loro testimonianze. Dopo il colloquio, sono state presentate loro tre possibilità, a detta dei nigeriani ugualmente non plausibili: le prime due prevedrebbero il rientro in Libia o in Nigeria, paesi in cui non possono ritornare per ragioni di incolumità personale. La terza consisterebbe nell’attendere una decisione da parte dell’esercito tunisino, che potrebbe intervenire per allontanarli forzatamente dal campo. Un intervento a cui i nigeriani difficilmente non si opporranno.

A queste denunce e accuse ha risposto Rocco Nuri, funzionario dell`Unhcr responsabile di Shousha: Nuri ha confermato i tempi di attesa, spiegando che “tra il colloquio e il riconoscimento dello status passano in media sei mesi. Chi ottiene la protezione attende poi quattro mesi se è stato accolto in Svezia o in Norvegia. La maggior parte dei rifugiati va negli Stati Uniti con tempi di attesa di sei mesi. Attualmente – ha aggiunto – su 3300 profughi, 2900 hanno ottenuto lo status di rifugiato, 180 sono richiedenti asilo, il resto è in appello dopo il diniego”.

Chi ottiene il diniego, come i nigeriani, dovrebbe invece lasciare il campo. “In teoria – precisa Nuri –, perchè di fatto molti restano a Shousha. L`Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) informa e assiste per ciò che concerne il rimpatrio volontario assistito”. Infine, per quanto riguarda l`appello dei nigeriani Nuri ha dichiarato: “Non siamo a conoscenza della visita di alcun ambasciatore nigeriano a Shousha. I nostri dossier sono sempre segreti e restano tali anche in caso di diniego”.

L`appello dei profughi nigeriani del campo

Siamo la comunità di rifugiati nigeriani, qui a Shousha. Vogliamo attirare la vostra attenzione sul trattamento ingiusto che abbiamo ricevuto dal team di protezione dei rifugiati. Per la prima volta nella storia dell`Unhcr un funzionario di Governo di un gruppo di rifugiati è stato invitato dall`Unhcr a visionare i documenti relativi al loro caso e a dare la sua opinione.

Opinione che ovviamente è stata negativa perchè un Governo non supporterà mai un gruppo di persone che vuole scappare proprio da quel Governo. Questo è invece quello che è successo a noi a Shousha. Il nostro ambasciatore è stato infatti ricevuto dall`Unhcr qui in Tunisia, mercoledì 12 settembre e gli sono stati mostrati tutti i nostri casi e i documenti relativi. Lui ci ha definiti bugiardi.

Ci ha inoltre minacciati, dicendo che il governo nigeriano avvierà un procedimento contro di noi al nostro ritorno in Nigeria. Potete quindi capire che le nostre vite sono a rischio se torniamo nel nostro paese. Inoltre le dichiarazioni che abbiamo fatto in via confidenziale all`Unhcr saranno usate contro di noi nel processo in Nigeria. Vi imploriamo di intervenire tempestivamente per risolvere questa situazione: ci sentiamo tutti vittime.

Repliche e opinioni

Laura Boldrini (UNHCR)

World Food Programme

Fulvio Vassallo. Lasciamo stare i consoli ed i servizi perchè in tutti i campi profughi del mondo, chiunque li gestisca, hanno ingresso libero. E forse a Sousha sono anche entrati all`insaputa dell`ACNUR. Questo dipende dai governi e non certo dall`ACNUR. Semmai è al governo tunisino che dovremmo chiedere, oltre che maggiore collaborazione nella ricerca degli scomparsi in mare, un riconoscimento effettivo del diritto di asilo, oggi ed in futuro, essendo comunque uno stato firmatario della Convenzione di Ginevra, uno stato che ha fatto uno sforzo di accoglienza immenso, ma che adesso sta arretrando su molti fronti, deludendo le promesse della primavera dello scorso anno. E sul campo di Sousha ci sono anche responsabilità tunisine, anche se il campo è gestito dall` ACNUR. Vorremmo sapere che nell`ultimo incontro a Tripoli, oltre a parlare di contrasto dell`immigrazione clandestina, i rappresentanti dell`Unione Europea e dei governi dei paesi di transito hanno toccato anche il tema dell`asilo e dei diritti umani. Ne dubito molto, ma attendo smentite.
La risposta di Laura Boldrini, però, mi sembra che non consideri il fatto che gli standard previsti per i centri di transito non possono ritenersi sufficenti quando le persone rimangono bloccate per dieci mesi nello stesso posto. Laura poi non dice che i paesi europei sono stati e rimangono assai riluttanti nell`accettare il resettlement di coloro che hanno avuto riconosciuto lo status. Non parliamo dell`Italia. Maroni voleva mandare i militari per respingere e aprire centri di detenzione in Tunisia, per fortuna qualcuno del governo transitorio lo ha impedito. Adesso vediamo cosa spunta dall`incontro tra le autorità tunisine e Monti.
Ma la cosa più grave che non si dice è questa. I dinieghi a Sousha sono stati pronunciati applicando la Convenzione di Ginevra e basta. Se i migranti non fossero stati respinti illegalmente dalle forze armate italiane, se l`Italia avesse aperto quel corridoio umanitario che l`ACNUR chiedeva ai paesi europei già nel marzo dello scorso anno, se fossero giunti in Italia, avrebbero avuto diritto a fare ingresso nel territorio in base all`art. 10 della nostra Costituzione, ed avrebbero avuto accesso alla protezione sussidiaria o alla protezione umanitaria previste dalla nostra legislazione, ma non riconoscibili a Sousha.
 Il problema sono le interviste e gli standard che sono richiesti per il riconoscimento dello status, differenti in Italia o nei paesi di transito. Ma i problemi non mancano neppure qui da noi. In Italia abbiamo avuto dinieghi da parte delle commissioni territoriali, ad esempio contro richiedenti nigeriani, che sono stati ribaltati dai tribunali. Il problema non è evidentemente l`acqua calda delle docce a Sousha come nei CARA. Il problema è lo stato di abbandono che segue ad ogni diniego, e la mancanza di un diritto di difesa effettivo, e forse, in Africa, di un giudice imparziale.
 La prospettiva del rimpatrio assisito in Nigeria per un denegato non è realistica, considerando la situazione della Nigeria, accetto il confronto, se qualcuno vuole tirare in ballo altri paesi “democratici” in Africa. Basta leggere i rapporti di Amnesty International.
Certe volte sarebbe meglio accettare le critiche, ch non sono certo mosse in mala fede, e cercare di lavorare insieme per salvare il maggior numero dei migranti dalle grinfie dei servizi di polizia ormai coalizzati a sud e nord del Mediterraneo. E l`Acnur non può continuare soltanto a difendere se stesso e la Convenzione di Ginevra che risale al 1951. Oggi diritto d`asilo vuol dire molto di più e di diverso. Comunque presto parteciperò a convegni con rappresentanti ACNUR, a Trapani a fine mese, e su questo potremo confrontarci apertamente.

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