La denuncia nel rapporto `Right job` del centro studi Parsec. Secondo la legge sull`immigrazione (articolo 18), alle vittime di grave sfruttamento spetta il permesso di soggiorno in base. Ma bisognerebbe applicarlo `a interi comparti produttivi`. Solo 800 casi segnalati in tutta Italia dal 2003 al 2009. Nell`agro pontino lo sfruttamento dei migranti è definito strutturale.

     

Scritto da Raffaella Cosentino

Roma – Sono l’edilizia, l’agricoltura e il lavoro domestico i settori dove gli stranieri subiscono condizioni di grave sfruttamento lavorativo, in base a una ricerca condotta su Roma e Lazio dalla cooperativa Parsec, dal titolo: “Right Job: lavoro senza diritti. Tratta e sfruttamento lavorativo degli immigrati a Roma e nel Lazio”. L’indagine parla di ‘sfruttamento intensivo delle persone’ ed è stata realizzata in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio e la Regione Lazio. Sarà scaricabile dal sito della casa editrice “Sviluppo locale”.

Non ci sono dati ufficiali aggiornati sul fenomeno e sono ancora pochi i centri di accoglienza per il percorso di protezione dei lavoratori che denunciano il grave sfruttamento sulla base dell’articolo 18. Attualmente in Italia i casi registrati dalle organizzazioni non governative e da alcuni enti locali, spesso su segnalazione delle Procure della Repubblica per grave sfruttamento lavorativo sono circa 800. La maggior parte sono avvenuti a Varese, Pisa e Lecce, su dati che vanno dal 2003 al 2009. Dei casi si sono verificati, oltre che a Roma, anche a Cesena, Ascoli Piceno, Reggio Emilia, Napoli, Foggia, Genova, Venezia, Ravenna.

Ma dalla ricerca, che si concentra sulla capitale e sulla zona di Latina, emerge una considerazione importante. La ricercatrice Federica Dolente: “Nell’ agro pontino c`è una miriade di lavoratori stagionali sfruttati, tra cui abbiamo verificato anche casi di tratta e lavoro para-schiavistico, ma non è pensabile applicare l’art.18 a interi comparti produttivi, a un numero di persone così elevato”. La protezione dell’articolo 18 che consente di ottenere il permesso di soggiorno alle persone che denunciano lo sfruttamento sul lavoro sarebbe dunque insufficiente davanti a interi settori, come l’agricoltura dell’agro pontino che si basano sullo sfruttamento dei migranti in modo strutturale. “Abbiamo casi in cui il lavoro sfruttato ha diverse intensità – spiega Dolente – non troviamo tutti gli indicatori della tratta, però ci sono il sequestro dei documenti, pratiche come la vendita dei contratti di lavoro stagionale in agricoltura, si lavora per molte ore al giorno, ci si ammala per lavori di concimazione senza protezione”. 

Quindi, secondo la ricercatrice, la soluzione non è la denuncia per sfruttamento, alla quale solitamente si arriva non perché il lavoratore straniero percepisce la gravità delle condizioni di lavoro, ma perché succede un evento traumatico che fa emergere lo sfruttamento, come un’aggressione, una malattia, un ricovero in ospedale. “Il punto è che deve cambiare il sistema produttivo- afferma Dolente –  Il problema è quello di un’economia che si regge su questo e della mancanza di mezzi per fare i controlli da parte delle forze dell’ordine”.

Il progetto Right Job, nato come intervento sperimentale nell’ambito dei progetti art.18 finanziati dal Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, dl 2006 è l’unico intervento su questo tema attivo nella Regione Lazio. Dopo tre anni dall’inizio ha esteso le sue attività da Roma fino alle Province di Latina e Frosinone.

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