Il sesto rapporto Ires-Fillea Cgil denuncia una crescita `malata` di manodopera straniera nel settore delle costruzioni. In totale sono quasi 350 mila i lavoratori edili immigrati, cresciuti di 62mila unità in un anno. In aumento le false partite Iva e tutte le forme di sfruttamento. I migranti costituiscono il 18% della manodopera totale occupata nei cantieri (22% dei dipendenti). Senza di loro 30mila case costruite in meno.

     

Scritto da Raffaella Cosentino

ROMA – Un’industria in crisi che si regge sullo sfruttamento dei lavoratori stranieri.  E` il quadro delle costruzioni italiane che emerge da una ricerca della Fillea Cgil. Il numero degli immigrati nel settore edile è pari a 349mila unità e continua ad aumentare nonostante la crisi, ma la crescita è segnata da un forte aumento della componente irregolare: falsi part-time, lavoro nero e forme di lavoro autonomo sospette. Gli stranieri sono maggiormente vittime della dequalificazione professionale e degli infortuni, inoltre hanno paghe più basse.

Sono le conclusioni del sesto rapporto Ires- Fillea Cgil sui lavoratori stranieri nelle costruzioni, riferito ai dati Istat del 2010. I lavoratori stranieri costituiscono il 18% della manodopera totale occupata nei cantieri (22% dei dipendenti). Il settore edile si conferma così quello in cui c’è in assoluta la percentuale più alta di forza lavoro immigrata. Nel 2010, nonostante la crisi, la crescita in valore assoluto è stata di 62mila unità rispetto al 2009, di cui 52mila dipendenti.  Ma è una crescita “malata”, sottlinea il sindacato. 

L’irregolarità, il lavoro nero è stimato in crescita del 50% in un solo anno.I part time sono aumentati del 162% tra il 2009 e il 2010.  I migranti hanno salari inferiori fino al 22%, per il 60% sono inquadrati al livello più basso contro il 31% dei colleghi italiani. Crescono anche gli infortuni ed i morti sul lavoro, assegnando al settore il triste primato di “settore killer” per i lavoratori immigrati.

Senza gli immigrati, nel 2010 si sarebbero costruite 30mila case in meno, cioè il 30% del patrimonio edificato, ma sono loro i più colpiti dai fenomeni devianti che inquinano l’edilizia. Rumeni, albanes e marocchini rappresentano il 64% degli stranieri iscritti alle casse edili. Mentre i lavoratori di origine marocchina e albanese sono concentrati al Nord, i rumeni sono più distribuiti fra il centro Italia e il settentrione.

Nel settore edile nel corso dell’ultimo anno è aumentato del 4,7% il numero di imprenditori stranieri contro una variazione negativa dello 0,7% tra gli italiani. Il settore è quello in cui c’è anche maggiore imprenditorialità immigrata. Infatti, il 22,2% delle imprese con un titolare straniero è nelle costruzioni, con le imprenditrici a quota 6,6%. A favorire la crescita sono il sistema del subappalto e il meccanismo del vacancy chain, la concentrazione di ditte di immigrati in settori poco redditizi. Ma soprattutto, spesso il lavoratore è costretto ad aprire partita Iva per stare nei cantieri e a lavorare da falso autonomo, svolgendo in realtà mansioni di subordinazione al datore di lavoro.
Nel 2010 gli infortuni ai danni di lavoratori stranieri sono stati 120.135 con un incremento dello 0,8% , in controtendenza con la diminuzione nazionale dell’1,9%.  Il tasso infortunistico degli stranieri è di 43,1 ogni 1000 addetti del settore, contro 34,3 degli italiani. “Ti metto in regola come dipendente ma i contributi te li paghi tu”. E’ questo il ricatto nei confronti di molti lavoratori stranieri nei cantieri, secondo  Ermira Behri segretario provinciale della Fillea Perugia.  “L’altra emergenza è la sicurezza nei luoghi di lavoro – continua – perché in edilizia abbiamo il più alto numero di infortuni mortali e le vittime sono per la maggiorparte stranieri, l’Umbria è la prima per infortuni mortali, solo negli ultimi due mesi ci sono stati sei morti bianche nella regione”

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