Sei provvedimenti di custodia cautelare a Reggio Calabria, destinatari presunti boss e medici. Secondo la tesi della DDA, i boss, per sfuggire ai rigori della detenzione carceraria, avrebbero denunciato gravi patologie. “Depressione maggiore”, “Agorafobia”, “Claustrofobia”, sono alcune delle malattie più in voga tra gli ‘ndranghetisti che, secondo le indagini, sarebbero frutto di false certificazioni.

     

Scritto da Giovanni Tizian

Se i muri di casa Pelle “Gambazza” potessero parlare si aprirebbe uno squarcio sulla storia criminale della Calabria. In realtà gli investigatori quei muri li hanno fatti parlare: li hanno tappezzati di microspie, ascoltato ogni parola pronunciata da Peppe Pelle, il figlio del defunto capobastone Antonio Pelle “Gambazza”, reggente dell’omonima cosca di ‘ndrangheta, padrona di San Luca e Bovalino – provincia di Reggio Calabria – e potente espressione del “mandamento jonico” della ‘ndrangheta. Gli affari della cosca si estendono fino in Germania.

Grazie alle intercettazioni ambientali a casa Pelle sono state avviate numerose indagini. Le operazioni Reale 1-2-3, un’indagine sull’università di Architettura di Reggio Calabria, un’altra che ha portato all’arresto del commercialista Giovanni Zumbo, e infine l’inchiesta che oggi è scaturita in sei ordinanze di custodia cautelare in carcere. Tra i destinatari dei provvedimenti presunti boss e medici che avrebbero ottimi rapporti con la politica.

È una storia di sanità e ‘ndrangheta, che parte dalla Locride e raggiunge la provincia di Cosenza. Il filo conduttore della vicenda? Favori e contro-favori all’ombra della sanità calabrese, anche perché la cosca coinvolta è tra le più potenti della ‘ndrangheta. Il capo carismatico ‘Ntoni “Gambazza” fino al 2009 era al vertice della ‘ndrangheta, con il grado di capo Crimine, che sarebbe stato sostituito, alla sua morte, con Mico Oppedisano, il rosarnese che sarebbe stato eletto nel 2009 dai rappresentanti della “Provincia” – l’organo decisionale della ‘ndrangheta in Calabria – durante la festa della Madonna di Polsi, in Aspromonte.

Secondo la tesi della DDA di Reggio Calabria, i boss, per sfuggire ai rigori della detenzione carceraria, avrebbero denunciato gravi patologie. “Depressione maggiore”, “Agorafobia”, “Claustrofobia”, sono alcune delle malattie più in voga tra gli ‘ndranghetisti. A mettere nero su bianco i disturbi dei boss erano medici che sarebbero stati pronti a diagnosticare e certificare l’esistenza della patologia psichiatrica. Proprio il boss Peppe Pelle avrebbe utilizzato le certificazioni fasulle. Il boss sulla carta era un “depresso”, e non a causa dei sequestri di beni subiti negli anni, ma perché la folta schiera di medici a cui avrebbe fatto riferimento secondo le indagini avrebbe certificato il suo finto malessere. Il malato immaginario, in passato, è riuscito a ottenere i domiciliari grazie a questi escamotage.

La presunta truffa è stata svelata dagli investigatori anche grazie alla collaborazione del pentito Samuele Lovato, un tempo affiliato ai Forastefano di Sibari. La strategia del boss Pelle era semplice, ma accurata. Aggiornava periodicamente la documentazione sanitaria in suo possesso, in modo da poterne disporre con facilità in caso di arresto, allegandola a una eventuale istanza di scarcerazione per motivi di salute. «Io so che parecchie persone che appartengono alla malavita fanno richiesta … alla ‘ndrangheta. E pilotano la loro uscita dal carcere facendo tramite i loro avvocati, delle richieste per finire a Villa degli Oleandri».

A dirigere la clinica citata dal collaboratore sarebbe il medico Guglielmo Quartucci, uno degli indagati nell’inchiesta della DDA reggina. Secondo Lovato, «una volta arrivati a Villa degli Oleandri fanno esattamente quello che facevano a Villa Verde cioè gonfiano le patologie, riportano sopra le cartelle farmaci che non vengono assolutamente somministrati, falsificano dei test». La descrizione del presunto “sistema” che il pentito fa ai magistrati si riallaccia a un’altra storia di sanità e ‘ndrangheta, e riporta alla memoria l’indagine di maggio scorso denominata “Villa Verde”, dal nome di una clinica privata cosentina. Anche quell’indagine era basata ancora una volta sulla presunta compiacenza tra medici, dirigenti di strutture sanitarie private e boss.

Perché il raggiro vada a buon fine è necessario fare affidamento su un consulente di parte compiacente, il che, secondo Lovato, avviene praticamente sempre. «Un consulente cui dai tre, cinquemila euro per una perizia non può andarti contro». E il pentito spiega anche il motivo della scelta della malattia da diagnosticare, la depressione. «Chi lo può dire se uno è guarito o meno, tanto più se poi tu hai l’appoggio della clinica che ti fa da supporto, tu puoi stare una vita ad essere depresso». Per essere sicuri che il giudice accetti la richiesta di scarcerazione per cause di salute, agli ‘ndranghetisti consigliano di mettere in pratica «atti non conservativi della persona», ossia di procurarsi lesioni, di non mangiare e di deperire il più possibile. I boss avrebbero detto cosa scrivere ai medici, questa sarebbe stata la prassi, raccontata dal pentito e che sarebbe stata verificata dagli investigatori.

Boss depressi e dirigenti medici che certificano il loro male oscuro. Onorata sanità che si nutre di vicinanze politiche. Come potrebbe essere per il medico Francesco Moro, coinvolto nell’indagine, che svolge la sua attività al 118 di Bianco, nella Locride. Moro la famiglia Pelle “Gambazza” la conoscerebbe da «almeno vent’anni». Si sarebbe detto disposto a certificare a Peppe Pelle un grave stato d’ansia. Il boss era sorvegliato speciale, e non poteva allontanarsi da Bovalino. E questo Moro lo sa, per questo gli dice «se eravate libero, ve ne venivate là», da suo nipote, Federico Curatola, attuale sindaco di Bagaladi, piccolo centro dell’area Grecanica, in provincia di Reggio Calabria.

Perché Pelle avrebbe  chiesto a Moro un ulteriore certificato? Lo scopo era quello di incrementare il numero di certificazioni che per ben due volte, nel 2005 e nel 2008 , gli avevano fatto ottenere la scarcerazione. Gli investigatori citano due certificati redatti da quest’ultimo, documenti che diagnosticano tutti i mali psichici possibili: «Affetto da depressione, ansia con attacchi di panico, insonnia, claustrofobia, astenia, generale malinconia e molteplici disturbi neurovegetativi», e ancora «sindrome ansiosa depressiva attiva, con insonnia ed molteplici episodi di attacchi di panico con agorafobia». Certificati riportati nella relazione psichiatrica del maggio 2008, grazie alla quale Peppe Pelle ottenne i domiciliari.

A Cosenza cambiano i nomi delle cliniche, ma la storia si ripete. Il medico si chiama Guglielmo Quartucci, responsabile e socio della clinica “Villa degli Oleandri” che veniva gestita dal medico come un suo «esclusivo feudo». Una clinica ereditata dal padre, diretta dalla sorella, ma, come annotano gli investigatori, governata di fatto da Guglielmo. A “Villa degli Oleandri” la depressione va per la maggiore, numerosi presunti malati accorrono da Quartucci allo scopo, secondo gli investigatori, di tentare di ottenere la scarcerazione. Si reca dal medico della “Villa” anche Francesco Cornicello, l’avvocato di un poliziotto accusato dell’omicidio della moglie. La richiesta sarebbe sempre la stessa: redigere certificati fasulli. Dopo il presunto accordo, il medico avrebbe chiesto però all’avvocato il favore di metterlo in contatto con l’Assessore regionale Giuseppe Gentile, con delega alla Infrastrutture e ai Lavori pubblici. Il motivo? Chiedere conto di alcune somme che la Regione Calabria deve sbloccare per la sua clinica. «Sono disperato… qua non ci pagano niente… questo Gentile che non, non, non, non parla con nessuno», implora Quartucci. «Se mi chiama se mi chiama Gentile gli fisso un appuntamento, ti chiamo così mi dai tutti i dati e glieli porto», promette l’avvocato che prende l’impegno di «sensibilizzare il politico».

Poi c`è il caso di Vincenzo Cesareo, direttore sanitario del presidio ospedaliero di Praia a mara, Cosenza, e figlio di Carlo, ex sindaco di Cetraro negli anni ’80, processato, poi assolto, per associazione mafiosa insieme a Franco Muto, il boss di Cetraro conosciuto come il “Re del pesce”. I Cesareo «storicamente, risultano intranei al sodalizio criminale dei Muto», scrivono i magistrati. Uno dei Cesareo è stato coinvolto nel processo per l’omicidio di Giannino Losardo, assessore Pci di Cetraro negli anni ‘80. Infatti insieme ai Muto è finito a processo Giuseppe Cesareo, figlio di Carlo. Un processo finito nel nulla, un omicidio senza colpevoli.

Una lunga carriere politica quella di Vincenzo Cesareo. Ha seguito le orme del padre. Il medico è stato consigliere e assessore di Cetraro, poi consigliere provinciale di Cosenza, già coordinatore di “Forza Italia” per il Comune di Cetraro ed ex consigliere regionale nello stesso partito. Nel 2005 è passato nel centro-sinistra, ma non è stato ricandidato alle regionali. Nel 2006, si è presentato come capolista in Calabria per la Camera dei Deputati per la “Lega Nord-Mpa”. Alle elezioni regionali del 2010, si è candidato nella “Lista Socialisti Uniti – P.S.I. per Scopelliti Presidente”, senza però raggiungere il numero di preferenze necessarie.

Vincenzo Cesareo e il boss Peppe Pelle sarebbero «legatissimi». Si sente uno di famiglia Cesareo, lo avrebbe ammesso lui stesso davanti a casa del boss: «Io mi sento come uno, tu lo sai, della famiglia». Cesareo come tanti altri politici locali si sarebbero recati, secondo le indagini, da Pelle per chiedere voti, per cercare il consenso della ‘ndrangheta. Per convincere Pelle dell’utilità di votarlo, Cesareo gli avrebbe detto: «Noi siamo la forza…ci troviamo a livello di amministrazione».

Tra Cesareo e Quartucci intercorrono numerose telefonate. La clinica di Quartucci versa in condizioni economiche pessime e il medico cerca una soluzione politica. L’Asp di Cosenza non pagava, e Quartuccio è nervoso, in una telefonata avrebbe offeso la dirigente. Ma a questo punto si muove Cesareo, che mette a disposizione i suoi contatti all’interno della struttura. Quartucci, oltre che sul piano economico, è in crisi anche sul piano politico, infatti non gli va giù la riduzione dei posti letto delle strutture sanitarie accreditare. E chiede aiuto al suo mentore che non si tira indietro e propone alcuni contatti: «È un amico intimo di Scopelliti di tempi di An … è uno che fa politica … ha un movimento che là a Milano … era, prima era con la Santanchè … ora è con Fini di nuovo … non … non ci sono problemi. Ok?”. Cesareo confida all’amico e collega che a quel politico chiederà di essere nominato dirigente generale di altre strutture.

Alcuni uomini del Pdl cosentino sarebbero d’accordo nel nominare Cesareo dirigente in qualche struttura. Cesareo fa il nome dei fratelli Gentile. L’obiettivo è scalare i vertici dell’Asp di Cosenza così da eliminare chi si mette di traverso, «che ce li togliamo a tutti a questo turno va», non utilizza mezzi termini Cesareo. Il dialogo è avvenuto il 26 maggio 2010, un anno dopo Cesareo, che non è coinvolto nell’indagine, diventerà dirigente dell’ospedale di Cetraro, mantenendo anche l’incarico di dirigente del presidio di Praia a mare. Pochi giorni dopo la nomina gli revocano l’incarico. Le motivazioni? Riorganizzazione della struttura provinciale cosentina.

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