Come succede spesso in Italia, invece di organizzare meglio, e rapidamente, gli archivi “dei cattivi” (una minoranza) si chiede “ai buoni” (che comunque sono una notevole maggioranza) di recarsi presso la Prefettura per farsi radiografare e farsi rilasciare un attestato di benemerenza. Le white list (che ancora non si sono) sarebbero la diga contro la mafia, le `black list` (che ci sono) sono inutilizzate.

     

Scritto da Salvatore Lo Balbo

Nelle settimane scorse il Presidente del Consiglio ha emanato due decreti, non ancora pubblicati nella Gazzetta ufficiale, concernenti l’istituzione degli elenchi dei fornitori e prestatori di servizi (c.d. WHITE LIST) per Expo 2015 e per l`emergenza e la ricostruzione nella regione Abruzzo. Entrambi i DPCM sono pubblicati nel sito della Fillea Cgil.

Il contenuto è simile e variano solamente i territori e le opere di riferimento degli stessi. Prima ancora il comma 13 dell’art. 4 del decreto legge 13 maggio 2011 n. 70 aveva definito la cornice entro la quale i vari soggetti pubblici e privati dovrebbero svolgere la loro attività per definire gli elenchi dei fornitori “puliti”. Con certezza, pertanto, possiamo oggi affermare che il dibattito sulle White List nella filiera delle costruzioni (non mi sembra che in altri settori merceologici se ne discuta. Sono per caso immuni da infiltrazioni mafiose?) ormai ha maturato sia una certa anzianità (almeno tre anni) sia una certa esperienza attuativa (la prima applicazione ufficiale fa capo alle linee guida sull’Abruzzo).

    Nel corso del tempo c’è stata un’evoluzione del pensiero e delle motivazioni che stanno alla base di questo strumento d’ipotetico contrasto delle infiltrazioni mafiose nelle aziende e della repressione delle aziende già mafiose. La proposta dell’istituzione delle White List per le attività collaterali al settore delle costruzioni nasce principalmente dall’ipotesi che, essendo attività molto legate al territorio, sono ad alto rischio di presenza mafiosa e che pertanto le imprese che esercitano tale attività hanno un “potere di  condizionamento” molto forte per le imprese edili che devono operare nello stesso territorio o in quelli limitrofi.

Pertanto ipotizzare prima e realizzare dopo, in sede di Prefettura, l’istituzione di elenchi dei fornitori e prestatori di servizi (White List) è sembrato essere un elemento di garanzia per le imprese edili di un territorio di poter rivolgersi per l’esecuzione di un’opera a fornitori “garantiti” dalla Prefettura.

 Già  il 23 giugno 2010 il Ministro emanava una circolare dove, oltre a individuare esattamente le “attività imprenditoriali da sottoporre a verifica antimafia preventiva” (trasporto di materiali a discarica, trasporto e smaltimento di rifiuti, fornitura e trasporto di terra e materiali inerti, di calcestruzzo, di bitume, noli a freddo di macchinari, fornitura di ferro lavorato, fornitura con posa in opera, noli a caldo, autotrasporti, guardiania di cantieri), chiedeva ai Prefetti di svolgere un’attività preventiva di monitoraggio e controllo di dette attività.

Detto ciò, i risultati sono negativi anzi, direi, insignificanti. Sono pochissimi i Prefetti che hanno svolto quest’attività e pochissime anche le imprese che hanno chiesto di far parte di questi elenchi. A L’Aquila, dove l’esperienza è più consolidata, sono circa 20 le imprese iscritte in questi elenchi.

Malgrado ciò le White List continuano a rappresentare una sorta di “oggetto del desiderio” che dovrebbero liberare la filiera delle costruzioni dalle infiltrazioni mafiose e dai mafiosi, come se a essere pervaso dalla mafia non sia lo stesso settore edile, sia pubblico che privato. Mi sembra politicamente corretto evidenziare che esiste un’altra linea di pensiero e di proposta.

In tutte le attività economiche e sociali gli Stati o le Organizzazioni internazionali organizzano la loro attività non con la compilazione di “Liste dei Buoni” ma con la compilazione di “Liste dei Cattivi”, anche perché si parte dalla giusta considerazione che i “cattivi”, sia in percentuale sia in numero relativo, sono molto meno dei “buoni”. Esistono le Black List per i paesi che appoggiano il terrorismo, per i paradisi fiscali, per chi non onora i pagamenti, per i mafiosi, per i delinquenti, etc… etc… .

Queste Liste non obbligatoriamente devono contenere un elenco con i nomi di persone, aziende o organizzazioni. Anche un archivio può essere considerato una Black List. Ad esempio, i certificati antimafia vengono rilasciati in base alle notizie presenti negli archivi preposti (si potrebbero anche chiamare black list), o la Banca d’Italia ha una Black List antiriclaggio.

Come succede spesso in Italia, invece di organizzare meglio, e rapidamente, gli archivi “dei cattivi” (che comunque sono una notevole minoranza) si chiede “ai buoni” (che comunque sono una notevole maggioranza) di recarsi presso la Prefettura per farsi radiografare e farsi rilasciare un attestato di benemerenza.

Inoltre, si registra sull’argomento un’iper attività propositiva. Confindustria e diverse associazioni imprenditoriali hanno deciso che le loro imprese si dotino delle “vendor list” (lista dei fornitori), che dopo un controllo interno diano garanzie di “pulizia” alle imprese. Per ultimo, in ordine di tempo, il Gruppo Italcementi ha predisposto una proposta dove, sostanzialmente, chi è legale deve essere “premiato dallo Stato”, anche in solido. In questo contesto, il Governo, nel Decreto Legislativo n 159 del 6 settembre 2011 (c.d. Testo Unico Antimafia) decide agli art. 82 e 96 di istituire la “banca dati nazionale unica della documentazione antimafia” e di renderla, però, operativa almeno dopo 24 mesi dalla pubblicazione del Dec. Leg. sulla Gazzetta Ufficiale.

Pertanto la situazione esistente è la seguente: pur avendo, di fatto, “l’elenco dei cattivi”, continuamente implementato e utilizzato per tutte le attività giudiziarie di prevenzione e di repressione, alcune organizzazioni si inventano e propongono “l’elenco dei buoni”, che deve essere fatto su base volontaria dalle Prefetture e a costi zero. Inoltre, da qualche anno questa implementazione viene alimentata anche dai flussi informativi inviati alle Prefetture da parte delle aziende che si aggiudicano gli appalti e che sono vincolati ad applicare i Protocolli di Legalità e le Linee Guida Antimafia.

Il paradosso è che “l’elenco dei buoni” è presentato come la diga (da venire!) per le infiltrazioni mafiose, mentre “l’elenco dei cattivi” (esistente!) viene sottoutilizzato e spesso descritto come un accanimento da parte dei magistrati nei confronti degli imprenditori. La Fillea darà comunque tutto contributo necessario per far si che in Abruzzo e a Milano la White List siano un successo, ma chiediamo anche che la “Banca dati nazionale unica” entri in vigore tra pochissime settimane e non tra tantissimi mesi. Inoltre, mi sembra opportuno, per le imprese che saranno iscritte alle White List, determinare un valore aggiunto etico da rendersi concreto con la possibilità di ufficializzare verso terzi (es.: ricevere un logo, inserire questa iscrizione negli atti aziendali, etc…,) la iscrizione nelle suddette liste.

    In un recente documento unitario, Feneal, Filca e Feneal hanno proposto che “un ruolo importante per il successo degli Elenchi lo svolgano le Organizzazioni di rappresentanza delle imprese, che oltre a fare attività di propaganda a favore delle iscrizioni negli stessi, potrebbero organizzare un “Consorzio di Tutela per le Imprese iscritte nelle White List”. Questo Consorzio dovrebbe mutuare quanto già altre simili strutture fanno in tanti settori dell’economia come l’agro-alimentare e il made in Italy.

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