Sono almeno 50 mila i contratti da “associato in partecipazione” fatti stipulare a semplici commesse. L`azienda risparmia sul costo del lavoro, lo stipendio (in media 600 euro) dipende dall`andamento del negozio. A Gaia hanno chiesto di pagare l`affitto del locale. Da Tamara pretendono 11 mila euro di perdite. Coinvolti grandi marchi e regioni ricche, centri commerciali di periferia ma anche esercizi nel centro di Firenze. Siamo tornati alla mezzadria, denuncia un sindacalista.

     

Scritto da Antonello Mangano

«Se il tuo commercialista è scaltro, puoi comprarti l’automobile, inserirla tra i costi aziendali e farla pagare alle commesse». Così Roberto D’Andrea, componente della segreteria nazionale Nidil Cgil, ci spiega il meccanismo per cui negli ultimi tempi almeno 50 mila commesse e commessi sono diventati “associati in partecipazione”. Dipendenti mascherati da imprenditori? Siamo oltre. Lo stipendio può diminuire se il negozio va male. E ai sottoposti possono essere imputati i costi dell’azienda. «Siamo tornati ai contratti di mezzadria che si facevano una volta nelle campagne», nota Peppe Scifo, sindacalista siciliano. Il principio è lo stesso.

«Come associate partecipiamo agli utili ma anche alle perdite del negozio». Gaia racconta sul blog del sindacato la sua esperienza. «Paghiamo l’affitto, le bollette del telefono, luce e gas. E poi la merce, le spese condominiali e se ci sono degli ammanchi quali merce rubata o differenza di cassa ci vengono decurtati insieme a tutto il resto dagli utili di fine anno». Molti esercizi riescono a produrre giochi contabili tali da pagare al commesso ogni mese la stessa quota fissa. Altri caricano le perdite sui lavoratori.

Altri ancora usano questo espediente come una minaccia. È il caso di Tamara: «Ho visto un annuncio sulla vetrina del negozio. Dopo un colloquio di mezz’ora mi hanno richiamata: “Il posto è tuo”. La responsabile d’area mi disse: “Non ti preoccupare perché l’azienda non ha mai chiesto soldi indietro a nessuno”. Mi dissero che avrei controllato il negozio e invece non ho potuto mai fare neanche un ordine d’acquisto». Tamara alla fine decide di rivolgersi al sindacato. «Subito l’azienda mi mandò la lettera in cui mi chiedeva di restituire 11.350 euro, contro i 9 mila ricevuti, a causa delle “perdite” del negozio a cui io avrei dovuto associarmi, come da contratto».

In teoria sei il socio di un’impresa, nei fatti un semplice dipendente. Con tanto di orario: otto ore se va bene, spesso anche le domeniche. Molte ragazze parlano con terrore del periodo di Natale e di quello dei saldi. Dovresti essere un “imprenditore”. E invece prendi anche le “cazziate” di fronte ai clienti da parte del “responsabile d’area”.

Le grandi catene di abbigliamento hanno ripescato una vecchia norma del codice civile: “l’associazione in partecipazione”, articolo 2549. Una formula con cui si partecipa appunto all’impresa. Molte reti in franchising stanno facendo alle commesse contratti di questo tipo. «Funziona così – ci spiegano al sindacato –. Nei grandi centri commerciali le stesse realtà fanno riferimento agli stessi consulenti del lavoro, uno inizia e gli altri seguono a ruota». Ma il fenomeno riguarda anche negozi dei centri storici, persino in città come Firenze. Il fenomeno è localizzato in tre regioni “insospettabili”, a economia forte: Lombardia, Emilia e Toscana vantano rispettivamente 8.887, 6.494 e 7.575 associati. 

Questo tipo di contratto viene spacciato come “sicuro” e “vantaggioso”. Il tuo salario potrà aumentare col “successo” dell’azienda. Invece la Cgil ha lanciato lo slogan: “Associati in partecipazione per fare i commessi? Non fatevi prendere in giro”. Dal punto di vista previdenziale, il 45% dei contributi spetta al lavoratore. I dati della gestione separata Inps parlano di 52.459 associati, una delle poche categorie in aumento rispetto al 2009. Potrebbero essere molti di più perché l’iscrizione all’ente di previdenza è una incombenza del lavoratore e molti non la fanno. Il reddito medio degli iscritti Inps nel 2010 è stato pari a circa 640 euro al mese.

Dalle testimonianze emerge una giungla. Spesso la controparte è il titolare del negozio in franchising, a sua volta associato a una grande catena. D’Andrea ci rivela un meccanismo che ricorda quello dei subappalti. Il piccolo negozio paga un “fee” per l’uso del grande marchio, per cui tende a rivalersi sui lavoratori. Alcuni forum su Internet sono invasi dalle testimonianze. “A conti fatti, se tutto va bene, con gli utili si riesce a recuperare una mensilità scarsa”, racconta una commessa. “Se il negozio è in perdita sei tu che devi soldi all’azienda”, ribatte un’altra. Per molte è importante il tema della vita privata: “E non importa che tu abbia dei figli piccoli, che tu sia una mamma sola, o che tu abbia dei problemi familiari. Loro continueranno a farti pressioni”.

«Così il lavoratore partecipa agli utili e alle eventuali perdite senza stipendi base e senza aprire partita Iva. In pratica il modo più semplice per avere un dipendente non dipendente senza troppi problemi», spiega un lavoratore ai suoi colleghi sconsigliando di accettare questa formula. Una commessa denuncia che le è stato chiesto di pagare 1000 euro di penale quando ha deciso di andare via. «Se non vai in negozio ti fanno pagare la sostituta a tue spese!», scrive un’altra. “Fanno firmare contratti di associazione in partecipazione con i quali non richiedono un monte ore minimo di lavoro e poi ti trovi la consulente di zona che ti obbliga a stare in negozio anche per 12 ore”, racconta una lavoratrice.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.